Liguria, l’immigrazione cresce e cambia: +5,4%. Superare l’emergenza trasformando la terra di arrivo in un luogo dove si può vivere insieme e costruire

Dossier statistico Idos e Confronti: presenze ormai strutturali, tanti minori e seconde generazioni, più lavoratori nei settori che faticano a trovare personale. Ma restano nodi su lingua, scuola e lavoro povero: l’inclusione deve tenere il passo dei numeri

La Liguria del 2025 è una regione sempre più mista e non è più una novità. In dodici mesi i residenti nati all’estero sono aumentati di oltre il 5% e oggi rappresentano circa l’11% della popolazione. A trainare è soprattutto Genova, che da sola raccoglie più di metà delle presenze straniere dell’intero territorio, seguita dalle altre province costiere. Non si tratta più di una migrazione “stagionale” o legata soltanto al lavoro di cura: la composizione per età, i nuclei familiari e la crescita dei minori mostrano una presenza che si sta stabilizzando.

Emerge del Dossier Statistico Immigrazione 2025, giunto alla 35ª edizione: un rapporto nazionale curato da IDOS e Confronti e diffuso in contemporanea in varie città italiane. Anche quest’anno il volume è stato distribuito gratuitamente grazie al contributo dell’Otto per Mille della Tavola Valdese – Unione delle Chiese Metodiste e Valdesi, che sostiene il progetto per garantire la massima accessibilità ai dati. A genova è stato presentato all’Auditorium Giuliano Carlini dei Giardini Luzzati.
L’incontro è stato aperto dai saluti di William Jourdan (Chiesa Evangelica Valdese) e Federica Scibetta (presidente Il Ce.Sto), che hanno ricordato come il dossier rappresenti uno degli strumenti più completi per leggere in modo non ideologico l’immigrazione in Italia e, nello specifico, a Genova. A illustrare i contenuti del capitolo ligure sono stati i redattori regionali Deborah Erminio e Andrea T. Torre, che hanno sintetizzato numeri, tendenze e criticità emerse nell’ultimo anno: dalla crescita delle presenze stabili alla composizione per età, dal ruolo dell’immigrazione nel mercato del lavoro locale fino ai bisogni di integrazione scolastica e abitativa.
A seguire sono intervenuti per il commento istituzionale e sociale Cristina Lodi (assessora alle Politiche sociali del Comune di Genova), Noura Ghazoui (presidente CoNNGI – Coordinamento Nazionale Nuove Generazioni Italiane), Roberta Cavicchioli (segretaria confederale Uil Liguria) e Luca Borzani (presidente Centro Studi Medì). Dai loro interventi è emersa una linea comune: i dati mostrano che l’immigrazione in Liguria non è più un fenomeno episodico o emergenziale, ma un elemento strutturale della popolazione e dell’economia, e come tale va governato con strumenti stabili – lingua, casa, lavoro, accesso ai servizi – e non soltanto con interventi di prima accoglienza.
I dati
Le comunità più numerose restano quelle storiche – Est Europa, Nord Africa, America Latina – ma negli ultimi anni si sono aggiunti gruppi arrivati da Asia e Africa subsahariana. Il risultato è un mosaico molto articolato, con persone di oltre 150 Paesi diversi, e con un elemento nuovo: tanti bambini e ragazzi nati qui, che parlano italiano come prima lingua ma non hanno ancora un pieno riconoscimento di appartenenza.
La scuola è il primo luogo in cui si vede questo cambiamento. Nelle città, soprattutto a Genova, in molte classi un alunno su cinque ha cittadinanza straniera; nelle materne e nelle primarie la maggior parte di loro è nata in Italia. Questo significa due cose: da una parte l’integrazione scorrerà soprattutto attraverso l’istruzione; dall’altra servono più italiano L2, più mediazione, più strumenti per i docenti se si vuole evitare che questi ragazzi escano troppo presto dai percorsi di studio o si fermino alle qualifiche più basse.
Anche il mercato del lavoro racconta la stessa storia. Gli stranieri tengono aperti pezzi interi dell’economia ligure: edilizia, logistica, turismo e ristorazione, assistenza alle persone anziane. Sono i comparti che più faticano a trovare personale e che, senza forza lavoro nata all’estero, avrebbero buchi difficili da colmare. In parallelo cresce l’imprenditoria guidata da cittadini stranieri: piccole imprese commerciali, nei servizi, nell’edilizia. È un segnale di radicamento, ma anche la prova che il lavoro dipendente spesso non offre salari e stabilità sufficienti.
Su questo punto si concentra una delle criticità principali: il tasso di disoccupazione degli stranieri resta più alto di quello degli italiani e la quota di lavori non qualificati è ancora molto elevata. Se non si interviene con politiche di formazione, riconoscimento delle competenze acquisite all’estero e orientamento al lavoro, il rischio è che una parte di questa popolazione rimanga intrappolata nella fascia più fragile del mercato, proprio quella più esposta al caro-affitti e al costo della vita ligure.
L’altra grande partita è quella dell’accoglienza che diventa autonomia. Chi esce dai circuiti ufficiali – Sai, Cas, accoglienze diffuse – spesso non ha ancora una casa, un contratto stabile, una rete. Senza un ponte verso i servizi territoriali, senza contributi mirati per i figli, per i trasporti o per i corsi di formazione, l’integrazione resta teorica. Alcuni comuni liguri lo hanno capito e stanno sperimentando progetti che uniscono orientamento al lavoro, sostegno alla genitorialità e accompagnamento sociale: è questa la direzione in cui serve andare se non si vuole trasformare un investimento iniziale in nuova marginalità.
C’è poi il piano culturale. In una regione che invecchia, che perde residenti e che deve comunque mantenere servizi, scuole, trasporti, chi arriva da fuori non è un problema ma una risorsa potenziale. Perché lo diventi davvero bisogna però superare la fase emergenziale: dire con chiarezza che la presenza straniera è stabile, che i loro figli saranno i futuri lavoratori e contribuenti, e che conviene a tutti puntare sulla loro piena partecipazione. In altre parole: non basta che la Liguria sia una terra di arrivo, deve diventare una terra in cui si può restare e costruire.



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