Tagli del Governo, Metta: «Tagliare la ricerca significa rallentare il Paese. Servono risorse stabili per non perdere 200 ricercatori»

Il direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia avverte in audizione sulla manovra: la riduzione del contributo pubblico da 95 a 85 milioni l’anno può tradursi in un taglio del 10-15% del personale (circa 200 ricercatori) e in un freno a robotica, IA, biotech e nuovi materiali. La Flc Cgil: «Va rimessa la ricerca al centro dell’azione politica»

Un monito netto, accompagnato da numeri e prospettive. Giorgio Metta, direttore scientifico dell’Istituto italiano di tecnologia, ha messo nero su bianco in Senato quello che nel mondo della ricerca molti stanno dicendo da giorni: i tagli previsti alla dotazione dell’IIT non sono un semplice aggiustamento contabile, ma un intervento che rischia di avere effetti immediati su personale altamente qualificato, filiere tecnologiche già avviate e capacità del Paese di restare agganciato all’innovazione.

Metta ha ricordato che la manovra riduce il contributo pubblico annuo da circa 95 a 85 milioni di euro nel triennio 2025-2027. In termini concreti significa meno assunzioni e, soprattutto, la possibilità di dover rinunciare a fino a 200 ricercatori, cioè tra il 10 e il 15% di una comunità che oggi conta circa 1.900 persone, per l’80% impegnate direttamente in attività di ricerca. «La storia economica degli ultimi due secoli – ha spiegato – dimostra che i Paesi che investono in scienza e tecnologia crescono di più. Se si comprime quella leva, si rallenta la crescita».
L’IIT è oggi uno dei principali poli nazionali di ricerca applicata: 12 centri in Italia, età media 35 anni, ricercatori provenienti da oltre 70 Paesi e un italiano su cinque rientrato dall’estero. Dal 2003 l’istituto ha generato più di 40 startup, oltre 1.300 brevetti e ha raccolto soltanto nel 2025 quasi 80 milioni da imprese e bandi competitivi. Tagliare proprio a una struttura che dimostra di saper trasformare ricerca in economia, è la tesi di Metta, «non è coerente con l’obiettivo di rendere il sistema produttivo più competitivo».
Il rischio non riguarda solo la tenuta occupazionale. Una riduzione di quelle proporzioni andrebbe a toccare i settori più avanzati – robotica, intelligenza artificiale, nuovi materiali, biotecnologie, neuroscienze, nanomedicina – cioè proprio quelli che alimentano le transizioni digitale, verde e sanitaria e che fanno dell’IIT un partner naturale di altre realtà nate su impulso pubblico, come Human Technopole o AI4Industry. «Per questo – ha detto Metta – chiediamo di riportare progressivamente i finanziamenti ai livelli originari e, soprattutto, di introdurre una programmazione pluriennale che dia certezza alle strutture di ricerca. L’innovazione non è una voce di spesa da comprimere: è l’infrastruttura del futuro».
Il messaggio è anche politico: depotenziare un centro capace di attrarre talenti dall’estero e di riportare in Italia i cervelli formati fuori significa indebolire uno dei pochi canali di rientro per i giovani ricercatori. «Ogni euro investito in ricerca – ha ribadito – genera ritorni misurabili in Pil, occupazione qualificata e trasferimento tecnologico alle imprese». È questo il terreno su cui, secondo il direttore scientifico, si gioca la competitività dell’Italia nei prossimi anni.
La preoccupazione non è solo dell’IIT. Anche il mondo sindacale vede nel taglio un passo indietro. «Siamo fortemente contrari ad una riduzione dei finanziamenti all’IIT per le ricadute che si potrebbero verificare sulla qualità della ricerca e sul personale» afferma Stefano Boero, segretario responsabile IIT della Flc Cgil Genova e Liguria, ricordando che la mobilitazione della Cgil a Roma contro i tagli a ricerca e università va esattamente in questa direzione: «mobilitarsi per chiedere le risorse necessarie affinché la ricerca nel nostro Paese sia rimessa al centro dell’azione politica». Boero ricorda anche le prossime iniziative: l’assemblea nazionale di Firenze e, l’11 novembre, la giornata a Roma a sostegno dei precari del Cnr. E avverte: «Dopo anni di mobilitazioni siamo arrivati a una trattativa per il rinnovo del biennio contrattuale e a un percorso per dare più stabilità ai collaboratori della ricerca: sarebbe un disastro se questo cammino si interrompesse per mancanza di fondi».
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