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Albanese: «Sospendere relazioni commerciali e transiti bellici: è l’unico modo per dare sostanza alla parola “pace”. I portuali genovesi esempio di coraggio civile»

La relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ai Giardini Luzzati parla di diritto, memoria e speranza. «Israele è uno Stato di apartheid, ma criticare uno Stato non è antisemitismo. Il diritto internazionale è l’ultimo strumento pacifico che ci resta, difendiamolo»

È stata una serata di parole dense e ascolto collettivo quella che ha visto Francesca Albanese, relatrice speciale delle Nazioni Unite sui territori palestinesi occupati, ospite ai Giardini Luzzati. Intervistata dal giornalista di Repubblica Matteo Macor, ha parlato a lungo di Gaza, dell’erosione del diritto internazionale, della resistenza civile e della necessità di tenere insieme indignazione e responsabilità, giustizia e umanità.

L’incontro, organizzato in un luogo simbolico per i movimenti cittadini, ha avuto un tono insieme politico e umano. Albanese, con voce ferma ma appassionata, ha affrontato il tema più spinoso del nostro tempo: il genocidio in corso nella Striscia di Gaza e la crisi morale che attraversa l’Occidente.

“Non si pone fine all’ingiustizia con altra ingiustizia”

“Chi lotta per la giustizia, come chi sostiene la liberazione del popolo palestinese, deve ricordare che non si pone fine all’ingiustizia con altra ingiustizia.”
Da questo pensiero è partito il discorso di Albanese, che ha voluto rivolgersi soprattutto ai più giovani, protagonisti delle mobilitazioni universitarie e delle piazze italiane di questi mesi.

“Capisco la frustrazione,” ha detto, “ma bisogna fare attenzione a non riversarla nelle piazze in modo che diventi distruttiva. Le piazze sono fragili, non durano per sempre: per questo vanno protette, coltivate con intelligenza, perché restino luoghi di incontro, non di frattura.”

Per Albanese la lotta per la Palestina è, prima di tutto, una questione di dignità universale. “I palestinesi ci insegnano che non si risponde all’oppressione con la vendetta. La loro resistenza è un atto di sopravvivenza e di umanità, e se ce lo insegnano loro, noi possiamo solo chinare la testa e seguirli.”

“Criticare Israele non è antisemitismo”

La relatrice delle Nazioni Unite ha poi affrontato uno dei nodi centrali del dibattito pubblico: la tendenza a confondere la critica verso Israele con l’antisemitismo.

“Negli ultimi anni — ha spiegato — c’è stata una precisa scelta politica: accorpare la critica allo Stato di Israele all’antisemitismo. Ma l’antisemitismo è un odio verso le persone ebree in quanto ebree, non una critica a uno Stato che viola il diritto internazionale. Se Israele si dichiarasse ateo, cristiano o buddista, le mie posizioni resterebbero le stesse, perché ciò che condanno è un sistema di apartheid.”

Poi ha aggiunto: “Non è una chiamata alla dissoluzione di Israele, ma alla dissoluzione dell’apartheid. Saranno le persone che vivono in quella terra a decidere che forma di Stato vorranno costruire.”

“I portuali del Calp, esempio di coraggio civile”

Tra gli applausi del pubblico, Albanese ha citato con riconoscenza i portuali genovesi del Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali (Calp), che da anni denunciano e bloccano il traffico di armi dirette verso zone di conflitto.

I portuali del Calp sono tra le persone più coraggiose che abbiamo in Italia,” ha dichiarato. “Hanno mostrato al mondo che la dignità non si delega, si esercita. Fermare un carico di armi destinate a una guerra non è un gesto ideologico, ma un atto di pace. È coerenza etica e responsabilità collettiva.”

Un riconoscimento, il suo, che ha toccato da vicino Genova e il suo porto, simbolo non solo di economia ma anche di resistenza civile. “Quello dei portuali — ha aggiunto — è un esempio di disobbedienza morale che andrebbe difeso. È la prova che si può agire senza violenza, che si può dire no senza alzare un pugno.”

“Dove eravamo in questi anni?”

Nel pomeriggio, Albanese aveva incontrato anche gli studenti che occupano il rettorato dell’Università, parlando apertamente del ruolo del mondo accademico e della società civile. Si è chiesta dove fossero, in tutti questi anni, “gli studenti, gli avvocati, le università, i lavoratori”, e ha definito “una miseria collettiva” il fatto che sia servita tanta violenza per risvegliare l’attenzione sulla Palestina.

Davanti a uno striscione che recitava “Intifada fino alla vittoria”, la relatrice ha invitato a prestare attenzione alle parole. “È vero che la resistenza è un diritto, ma oggi in questo Paese usare certi termini può attirare odio e pregiudizio contro il popolo palestinese. In questo momento, in cui il movimento si è allargato anche a persone che non vengono da percorsi militanti, che magari non votano a sinistra ma semplicemente non vogliono il genocidio, dobbiamo essere capaci di accoglierle, non di respingerle.”

“La resistenza — ha aggiunto — dobbiamo farla qui, contro le istituzioni che non rispettano la Costituzione e la Carta delle Nazioni Unite. Per il popolo palestinese dobbiamo essere, da questa parte del mondo, più amorevoli, più compassionevoli, più gentili.”

“Gaza è il laboratorio del diritto che si sgretola”

Albanese ha espresso forte preoccupazione per la crisi del diritto internazionale, che a Gaza sta rivelando tutta la sua fragilità. “Gaza è un laboratorio dello smantellamento del sistema di protezione internazionale. Le organizzazioni umanitarie vengono tenute lontane, la Corte penale internazionale è minacciata, i relatori speciali sanzionati per aver fatto il proprio lavoro. Il diritto non è più una corazza, ma un guscio vuoto.”

Eppure, dalle crepe del sistema, può ancora nascere qualcosa: “Forse da questo crollo potrà nascere un ordine più giusto, che accolga i valori del Sud del mondo e una nuova idea di democrazia internazionale. Forse questo sarà l’ultimo genocidio che il mondo permetterà.”

“Gli Stati devono agire: tagliare armi e relazioni commerciali”

A Genova, Albanese ha incontrato anche la sindaca Silvia Salis, con cui ha discusso della situazione umanitaria e della mobilitazione cittadina. “Questa città — ha detto — con i suoi studenti e i suoi portuali, ha contribuito a risvegliare le coscienze. È un segno che il cambiamento non arriva solo dalle istituzioni, ma dal basso.”

Ha poi raccontato di aver ricevuto centinaia di richieste di aiuto da rifugiati palestinesi, molte provenienti da famiglie spezzate dalla guerra. “Ci sono migliaia di persone scomparse: alcune detenute, altre sotto le macerie. Il livello di violazioni è tale che non basta più l’impegno individuale: serve un intervento collettivo degli Stati.”

Secondo Albanese, il rispetto del diritto internazionale resta l’unica via possibile: “La Convenzione sul genocidio impone di prevenire e punire. Esiste una decisione della Corte di giustizia internazionale che dichiara illegale l’occupazione, obbliga a smantellare le colonie, a cessare lo sfruttamento delle risorse e a risarcire i danni. Gli Stati devono rispettare questi obblighi. Non si può continuare a fornire armi e assistenza a chi commette crimini di guerra. Bisogna sospendere relazioni commerciali e transiti bellici: è l’unico modo per dare sostanza alla parola ‘pace’.”

“La speranza è una disciplina”

La serata si è chiusa con una riflessione che è anche un appello.
“Nonostante tutto, io credo ancora nella speranza,” ha detto Albanese. “Ma la speranza non è un treno che si aspetta: è essere pronti a saltarci sopra quando passa. Dopo anni di silenzio, l’umanità si è risvegliata: non dobbiamo tornare a dormire.”

E ha concluso con una frase che sintetizza la sua visione: “Il rispetto per la vita umana non appartiene a una parte politica o a una religione. È ciò che ci definisce come esseri umani. Gaza oggi ci costringe a guardarci allo specchio e a decidere chi vogliamo essere. E questa scelta non possiamo più rimandarla.”


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