I tentacoli della piovra sul porto, il dossier di Libera lancia l’allarme: è lo scalo più colpito nel quadriennio. Liguria tra le regioni più esposte

Nel rapporto “Diario di bordo 2026” il porto di Genova risulta il più segnato in Italia nel quadriennio 2022-2025 con 49 episodi censiti. Nel solo 2025 lo scalo genovese conta 12 casi e la Liguria arriva a 15, confermandosi tra le aree più vulnerabili a traffici illeciti, contraffazione, droga, riciclaggio e sistemi corruttivi

Genova, in questo nuovo atlante delle fragilità portuali italiane, non compare ai margini ma al centro della mappa. Il terzo rapporto “Diario di bordo 2026” di Libera, dedicato alle proiezioni criminali nei porti italiani e oltre, descrive gli scali come luoghi strategici per gruppi mafiosi, reti corruttive e traffici internazionali, e colloca proprio il porto del capoluogo ligure tra i punti più sensibili dell’intero sistema nazionale. Nel 2025 gli episodi di criminalità registrati nei porti italiani sono stati 131, in aumento del 14 per cento rispetto all’anno precedente, distribuiti in 38 scali contro i 30 del 2024. In questo quadro Genova ha fatto segnare 12 casi, alle spalle di Civitavecchia, Ancona e Gioia Tauro, mentre la Liguria, con 15 episodi complessivi, si trova nel gruppo delle regioni più esposte insieme a Calabria, Lazio e Sardegna.

Ma è il dato lungo, più ancora di quello annuale, a spiegare perché su Genova si debba tenere la guardia alta. Nel quadriennio 2022-2025 il porto genovese guida infatti la classifica nazionale con 49 episodi censiti, davanti a Livorno e Ancona. Sul piano regionale la Liguria concentra 80 eventi nel periodo considerato, pari al 16,1 per cento del totale nazionale: è la quota più alta d’Italia. Il rapporto registra in media 496 eventi criminali nei porti italiani in quattro anni, praticamente uno ogni tre giorni, e dentro questo quadro Genova non appare come un episodio isolato ma come una costante.

Il dato non va letto in modo semplicistico, come se il porto fosse di per sé sinonimo di illegalità. Il senso del dossier è diverso e, per certi versi, più inquietante: i grandi scali sono infrastrutture decisive per l’economia legale e proprio per questo risultano appetibili anche per l’economia criminale. Il 56 per cento dei casi registrati nel 2025 riguarda attività illegali connesse all’importazione, mentre tra i business criminali prevalgono il traffico di stupefacenti, il commercio di prodotti contraffatti e il contrabbando. In altre parole, il porto resta una porta d’ingresso per merci regolari, ma può diventare anche un varco privilegiato per cocaina, merce falsificata, capitali opachi e circuiti di riciclaggio.
Sul fronte genovese il rapporto non si limita ai numeri generali, ma ricostruisce episodi che rendono concreta la dimensione del rischio. Nel porto di Genova viene segnalato, per esempio, un traffico di autovetture di lusso rubate o fatte sparire con false denunce, poi avviate all’esportazione illecita attraverso lo scalo ligure. Sempre a Genova il dossier colloca il sequestro di quasi 250 chili di cocaina nascosta in borsoni tra panetti di tonno in scatola, un carico di 140 chili di eroina proveniente dall’Asia e inglobata dentro migliaia di mattoni di cemento, oltre a oltre 10 tonnellate di prodotto industriale contenente circa 700 chili di permanganato di potassio, sostanza utilizzata nella raffinazione delle droghe. Accanto a Genova compare anche Vado Ligure, dove sono stati sequestrati 24 chili di cocaina in un container di banane, segnale che la vulnerabilità ligure non si esaurisce nei confini del porto principale.
Il rapporto aggiunge poi una seconda chiave di lettura, ancora più strutturale: la memoria lunga delle organizzazioni criminali nei porti. Dall’analisi delle relazioni della Direzione nazionale antimafia e della Direzione investigativa antimafia dal 1994 al 2024 emerge che gli interessi criminali hanno toccato 71 porti italiani e coinvolto 113 clan o gruppi, con 26 matrici criminali differenti. Nella mappa ligure compaiono Genova, Imperia, La Spezia, Loano, Ospedaletti, Rapallo, San Lorenzo al Mare, Savona, Vado Ligure e Ventimiglia. Per Genova, in particolare, il dossier richiama più volte proiezioni riconducibili soprattutto alla ’ndrangheta e al traffico di stupefacenti, con presenze che si intrecciano anche con altri gruppi criminali. La Liguria, insomma, non è soltanto un territorio di transito, ma uno degli spazi nei quali gli interessi criminali hanno mostrato nel tempo capacità di adattamento e radicamento logistico.
Se si guarda poi alla cronaca giudiziaria ligure più recente, il quadro si fa ancora più delicato. Nel materiale riepilogativo relativo alla regione compaiono quattro filoni tra Genova, Imperia e Savona, per un totale di 82 indagati. A Genova pesa soprattutto la maxi inchiesta sui traghetti, con 70 indagati tra ufficiali e appartenenti alle forze dell’ordine, centrata sull’ipotesi di un sistema di favori e biglietti gratuiti in cambio di disponibilità nei controlli. Sempre a Genova un altro fascicolo ha acceso i riflettori sul Matitone. A Imperia l’attenzione si è concentrata su presunte utilità in cambio della trattazione di pratiche amministrative legate ai permessi di soggiorno, mentre a Savona un’indagine ha riguardato un appalto per lo sfalcio dell’erba con accuse che vanno dalla corruzione alla turbativa d’asta. Sono procedimenti tutti da verificare nelle sedi giudiziarie competenti, ma che, letti insieme ai dati del rapporto, mostrano quanto il tema della permeabilità tra funzioni pubbliche, interessi privati e possibili vantaggi illeciti sia tutt’altro che astratto.
La parte forse più importante del dossier, però, è quella che evita le scorciatoie. Libera non criminalizza il sistema portuale e non trasforma i porti in una zona grigia indistinta. Al contrario, riconosce il lavoro di forze dell’ordine, magistratura ed enti di controllo e chiede un salto di qualità proprio per difendere la parte sana della filiera. Le indicazioni sono nette: più controlli doganali, più intelligence portuale, maggiore uso di scansioni a raggi X e analisi dei dati, rotazione del personale, tracciamento elettronico dei container, formazione continua e cooperazione internazionale. È su questo terreno che Genova si gioca la partita più importante: non soltanto reprimere i singoli reati, ma ridurre in modo strutturale i punti di vulnerabilità di uno dei suoi asset economici più decisivi.
Il punto, allora, non è dire che Genova sia “la città del porto criminale”. Il punto è opposto e più serio: dire che il porto di Genova, proprio perché centrale nei traffici leciti, è anche un bersaglio permanente per reti criminali che cercano accesso, coperture, complicità e informazioni. Il rapporto di Libera consegna alla città un messaggio scomodo ma utile: non basta celebrare la centralità dello scalo, bisogna anche proteggerla. E oggi i numeri dicono che questa non è una battaglia teorica, ma una priorità concreta per Genova e per tutta la Liguria.
In copertina: immagine di Ai
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