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José Nivoi denuncia i maltrattamenti dopo il sequestro della Flotilla: «In ginocchio per ore, bendati, umiliati e privati del sonno»

Il portuale genovese del Calp, rientrato in Italia dopo la detenzione in Israele, racconta le ore di paura e violenza subite con gli altri attivisti della Global Sumud Flotilla. «Abbiamo toccato con mano ciò che accade ai prigionieri palestinesi»

È tornato a casa José Nivoi, portuale genovese e attivista del Calp – Collettivo autonomo lavoratori portuali, tra i partecipanti alla Global Sumud Flotilla, sequestrata in acque internazionali dalla marina israeliana mentre si dirigeva verso Gaza.
Ad accoglierlo alla stazione Principe c’erano decine di persone, familiari, amici e sostenitori che hanno voluto manifestare la loro solidarietà.

In un lungo racconto pubblicato sui canali del Calp (Collettivo Autonomo Lavoratori Portuali), Nivoi ha denunciato le violenze e i maltrattamenti subiti durante la detenzione in Israele. “Da quando abbiamo messo piede a terra al porto di Ashdod – racconta – ci hanno messi tutti in ginocchio, più di duecento persone, obbligati a guardare a terra. Se alzavi lo sguardo ti spingevano la faccia giù. Siamo rimasti così per ore. Poi ci hanno spostato in un magazzino lontano dalle telecamere, dove iniziava una vera catena di perquisizioni e interrogatori. A pochi metri da me c’era Greta (Greta Thunberg è un’attivista svedese, nota per le sue battaglie a favore dello sviluppo sostenibile e contro la crisi climatica n. d. r.): la insultavano, le hanno messo addosso una bandiera israeliana. È stata umiliata, ma non ha mai smesso di sorridere. Quella scena non la dimenticherò mai.”

Il portuale descrive un trattamento sistematico di schedature e umiliazioni. “Era come una catena di montaggio. Entravi con il passaporto e lo zaino, ti perquisivano, ti spogliavano, ti fotografavano, prendevano impronte digitali e retina. Mi hanno sequestrato i libri, tra cui Pensando ad Anna. Quando hanno capito che era un testo politico me l’hanno buttato nella spazzatura davanti agli occhi. Poi continuavano a chiedermi chi fossi, cosa facessi, da dove venissi. Era un martellamento continuo.”

A un certo punto, Nivoi racconta di aver subito un tentativo di coercizione a firmare documenti in ebraico. “Mi hanno messo davanti un foglio scritto in ebraico e insistevano perché lo firmassi. Ho detto che non firmavo nulla che non capivo. Mi hanno ammanettato con fascette strettissime, bendato con una stoffa che aveva i colori della bandiera israeliana, e portato via. Mi hanno fatto inginocchiare, testa a terra. Uno, in inglese, mi ha detto che ero un terrorista, che era colpa mia se i palestinesi subivano gli attacchi. Poi ci hanno chiuso in un furgone, ammassati, prima al caldo soffocante, poi con l’aria condizionata gelida.”

Le condizioni in carcere vengono descritte come disumane. “Ci hanno portati in un carcere di massima sicurezza. Ci hanno fatti spogliare e dato tute grigie, una maglia bianca e ciabatte. Eravamo in celle da sei, ma ci mettevano anche in venti. Dormivamo per terra. L’acqua era gialla, ma abbiamo dovuto berla. Di notte entravano con i fucili a pompa e i cani, ci svegliavano ogni due ore, ci puntavano le armi in faccia. C’era un uomo anziano di settant’anni, cardiopatico, a cui hanno tolto le medicine. Un altro soffriva d’asma e non gli davano l’inalatore. Era una continua tortura psicologica.”

Nonostante tutto, tra i detenuti è nata una solidarietà spontanea. “Ero in cella con ragazzi scozzesi e brasiliani. Quando qualcuno stava male, reagivamo insieme. Una volta abbiamo iniziato a urlare e a lanciare il cibo contro le guardie per chiedere aiuto. Sono entrati in forze, con scudi e mitragliatori, obbligandoci a stare a terra con i fucili puntati in faccia. Ma non ci siamo piegati. Gli abbiamo detto: ‘Se dovete sparare, sparate’. Erano loro ad avere paura, non noi.”

Nivoi ha duramente criticato anche l’atteggiamento del consolato italiano, accusandolo di non aver garantito un reale sostegno ai connazionali. “L’operato del consolato è stato scadente. Non tutti hanno potuto firmare il foglio di rimpatrio, come se Israele avesse deciso chi doveva restare in carcere. Il console era sotto pressione, quasi spaventato. Le informazioni che ci portava sembravano più intimidatorie che di conforto. Abbiamo saputo della solidarietà che c’era in Italia solo grazie alla console brasiliana, non dal nostro.”

Nivoi conclude con un appello alla mobilitazione: “Noi siamo tornati, ma dobbiamo mantenere alto il livello di solidarietà in Italia. Dobbiamo fare pressione perché vengano liberati tutti i componenti della Global Sumud Flotilla e perché finisca il genocidio che Israele sta portando avanti contro il popolo palestinese. Quello che abbiamo vissuto noi è solo una minima parte di ciò che subiscono ogni giorno i prigionieri palestinesi.”

Il Calp e le realtà solidali genovesi hanno annunciato per i prossimi giorni nuove iniziative pubbliche per chiedere il rilascio di tutti gli attivisti ancora detenuti e per proseguire la mobilitazione in solidarietà con il popolo palestinese.


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