Terzo Valico, svolta nei lavori. Rixi: «Tutti i fronti attivi». Ma restano le ombre dei problemi del passato e dell’aumento dei costi

Il viceministro ai trasporti: «Opera in fase decisiva». Ma solo un mese fa i cantieri erano bloccati per l’ennesima volta, in questo caso a causa di gas esplosivi e amianto

Il cantiere del Terzo Valico dei Giovi, l’imponente infrastruttura ferroviaria che collegherà Genova al sistema AV/AC nazionale, registra una nuova tappa nel suo percorso: lo smantellamento della seconda fresa è avvenuto con una settimana di anticipo sul cronoprogramma. Lo ha annunciato il viceministro alle Infrastrutture Edoardo Rixi, sottolineando che «tutti i fronti di avanzamento sono ora attivi» e che il progetto si trova in una «fase decisiva», grazie al lavoro di «tecnici, operai e del commissario Calogero Mauceri».

Ma dietro l’ottimismo istituzionale si cela una realtà che, fino a poche settimane fa, raccontava tutt’altra storia. Solo a fine giugno, infatti, diversi tratti del versante piemontese risultavano ancora bloccati, a causa della presenza di idrocarburi esplosivi nelle gallerie dell’Appennino. Un problema inatteso, che ha imposto l’adozione di tecnologie tipiche del settore petrolifero, con microcariche e perforazioni mirate per garantire la sicurezza degli ambienti sotterranei.
Non è stato l’unico ostacolo: a complicare ulteriormente il cronoprogramma, l’emergenza amianto nelle rocce di scavo ha costretto le imprese a ricorrere a impianti di smaltimento all’estero, in particolare in Germania, con evidenti conseguenze su tempi e costi. I volumi da trattare sono stati stimati in milioni di metri cubi, una quantità tale da mettere sotto pressione qualsiasi filiera ambientale.
Il risultato? Un aumento esponenziale dei costi – il budget è ormai oltre i 10 miliardi di euro, contro i 5 inizialmente previsti – e ritardi che hanno costretto il governo a riprogrammare parte dei fondi PNRR: alcune risorse europee originariamente destinate al tratto piemontese sono state dirottate su tratte più avanzate, come quella lombarda, per evitare il rischio di perderle entro la scadenza del giugno 2026.
Ora, con il riavvio simultaneo di tutti e dodici i fronti di scavo, il progetto sembra tornato in carreggiata. Ma le criticità affrontate – ambientali, logistiche e burocratiche – restano un monito sulla fragilità degli equilibri che regolano le grandi opere pubbliche in Italia.
Resta da capire se, alla luce delle difficoltà passate, la nuova fase “operativa” sarà sufficiente a rispettare le scadenze europee e a garantire la realizzazione di un’infrastruttura tanto attesa quanto travagliata.
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