Cronaca 

Aveva ucciso la moglie ha tentato di far credere che si fosse suicidata, Ahmed Mustak condannato a 22 anni e 6 mesi

Sharmin Sultana, 32 anni, era stata uccisa nel marzo 2023 nel quartiere genovese di Sestri Ponente. Il verdetto è stato pronunciato oggi dal tribunale di Genova al termine di un processo che ha portato alla luce una tragica storia di violenza domestica e femminicidio travestito da suicidio

Una verità ricostruita con difficoltà
Inizialmente Ahmed Mustak, operaio 44enne originario del Bangladesh, aveva dichiarato che la moglie si era lanciata volontariamente dalla finestra dell’abitazione in via Emanuele Ferro. Solo successivamente, nel 2024, l’uomo aveva cambiato versione, sostenendo che la morte fosse stata frutto di un incidente domestico, causato da una colluttazione in cui Sharmin sarebbe caduta mentre lui la difendeva da un’aggressione.

Il pubblico ministero Marcello Maresca aveva chiesto 24 anni di carcere, una richiesta solo parzialmente accolta dal collegio giudicante. Mustak è stato invece assolto dall’accusa di maltrattamenti, ma il tribunale ha riconosciuto la responsabilità piena nell’omicidio.

I figli e un disegno decisivi per le indagini
A dare una svolta decisiva alle indagini sono state le testimonianze dei figli della coppia, presenti in casa al momento della tragedia, e in particolare il disegno del figlio maggiore, che ha permesso agli investigatori di ricostruire quanto accaduto.

Secondo le ricostruzioni degli inquirenti e dei carabinieri, Mustak aveva una condotta oppressiva e violenta nei confronti della moglie, che desiderava emanciparsi e trovare un lavoro. Sharmin, che amava utilizzare i social network come TikTok, era spesso rimproverata e picchiata per questo. “Papà si è arrabbiato e ha sbattuto la testa della mamma a terra”, ha raccontato uno dei figli.

In casa, il giorno della tragedia, c’erano proprio i bambini insieme al padre, che all’inizio aveva raccontato ai militari di essere a letto e di non aver sentito nulla.

Una morte che che l’omicida ha tentato di far passare inosservata
Il comportamento dell’uomo dopo l’omicidio ha sconvolto anche gli inquirenti. Come emerso in aula, Mustak avrebbe cucinato per i figli con il cadavere della moglie ancora presente in cucina. Secondo quanto emerso durante il processo, Sharmin sarebbe morta proprio il giorno in cui doveva sostenere un colloquio di lavoro, un passo verso l’indipendenza che forse ha scatenato la rabbia del marito.

Il femminicidio ha provocato sconcerto e indignazione non solo a Genova, ma anche all’interno della comunità bengalese, dove Sharmin era conosciuta e stimata.

Una condanna che non cancella il dolore
Nonostante la condanna, resta l’orrore per una vicenda che ha spezzato la vita di una giovane donna e segnato profondamente quella dei suoi figli. Sharmin Sultana è oggi simbolo di una lotta ancora aperta contro la violenza sulle donne, soprattutto quella che si consuma tra le mura domestiche e che troppo spesso viene nascosta dietro una parvenza di normalità.

Il verdetto di oggi chiude il capitolo giudiziario, ma apre riflessioni profonde sul bisogno di ascolto, protezione e prevenzione per chi subisce abusi, nella speranza che tragedie simili non si ripetano.



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