Due chili d’oro nello Stura: pesce d’aprile. Ma è così che si costruiscono bufale e persino truffe in rete. VI SPIEGHIAMO COME
Una storia non vera, ma verosimile. Foto di stock e costruite con l’intelligenza artificiale e con Photoshop. E complici che hanno commentato sui social avvalorando il fatto (abbiamo chiesto complicità ad alcuni amici e ad alcuni lettori che stamattina avevano già commentato online). Alcuni non ci hanno creduto (oggi è il 1º aprile e le persone stanno già sull’avviso, inoltre abbiamo voluto chiamare i protagonisti “Pesce”). In 4 ore, nonostante questo, l’articolo-bufala ha totalizzato 337 condivisioni delle quali 24 direttamente dalla nostra pagina Facebook e le altre condivisioni di condivisioni o passate attraverso le messaggerie come Whatsapp o Messenger), più di 2mila letture e svariati commenti
Oltre 2mila sono state le letture. Sono state 201 le emoticon sotto il pezzo rilanciato su Facebook. Di queste solo 51 erano risate apposte da chi ha dimostrato di aver capito che si trattava di uno scherzo. Le altre erano like (pollice alzato) e faccine stupite.
Abbiamo “farcito” la storia con informazioni anche storiche vere.
Probabilmente se oggi non fosse il primo aprile e se non avessimo scelto volutamente il cognome “Pesce” molte persone in più ci sarebbero cadute.
La storia è verosimile. L’oro nell’Orba (lo Stura è un suo affluente) c’è davvero, anche se i frammenti sono piccolissimi e, tra l’altro, c’è un limite quantitativo al prelevamento.
Le foto delle pepite sono foto di stock scaricate da Evato (a cui siamo abbonati).
I personaggi sono costruiti con l’intelligenza artificiale di Adobe e incollati con Photoshop su paesaggi locali: una piazza di Montoggio per il giovane, un tratto della valle dello Stura per l’uomo più anziano e per il giovane che va col setaccio nel fiume.
Sotto le immagini di intelligenza artificiale, il rio Masone da Wikipedia e la piazza di Masone dal sito della Città Metropolitana, usate per comporre le immagini che vedete nell’articolo.





Abbiamo chiesto ad alcuni amici o lettori di GenovaQuotidiana che commentano frequentemente di reggerci il gioco nei commenti. Così fanno i truffatori che sotto i post-esca scrivono con account falsi che l’offerta speciale di turno è proprio buona.
Il testo: abbiamo inventato la storia dei due cercatori d’oro. Il resto lo abbiamo fatto scrivere a Chat GPT, verificando poi che non ci fossero svarioni storici o scientifici.
È facilissimo cadere in una bufala reale preparata bene. E magari in una truffa che propaganda prodotti che magari, dopo il pagamento, non arrivano mai. La morale? È che la rete è piena di trappole ben congegnate e bisogna stare attenti.

La storia (falsa, ma verosimile)
Non è poi così insolito: lo Stura è affluente dell’Orba, notoriamente uno dei fiumi italiani in cui si può trovare il prezioso metallo. Cercarlo è un passatempo praticato da molti, che normalmente, però, non consente di arricchirsi perché l’oro si trova in piccole lamine da 2 o 4 millimetri. Grazie alle frane causate dalle piogge, invece, in un solo pomeriggio zio e nipote hanno trovato pesanti pepite per un valore totale valutato dai due cercatori in circa 120mila euro

Lo Stura è un torrente della Liguria e del Piemonte lungo circa 30 km, principale affluente di destra del torrente Orba. Proprio nell’Orba è noto che si possano trovare scagliette del prezioso metallo, tanto che la Regione Piemonte ha individuato un’area in cui è consentita la ricerca dell’oro a scopo amatoriale, scientifico e didattico. Per dare continuità a una tradizione che ha molto di mitico e leggendario.

L’oro alluvionale, conosciuto anche come “oro dei fiumi”, è il risultato del continuo processo di erosione che l’acqua esercita sulle aree inclinate della superficie terrestre. Questo prezioso metallo viene ritrovato sotto forma di piccolissime pepite o scagliette che si depositano sul fondo dei corsi d’acqua, spesso coperte da terra, fango e sabbia. La sua caratteristica principale è il peso specifico molto elevato, il che facilita la sua separazione dagli altri materiali.
Giovanni e Paolo Pesce, zio e nipote, appartenenti a una famiglia originaria della zona, ma emigrata da tempo in provincia di Parma, hanno trovato qualcosa di più di qualche scaglietta durante una delle loro escursioni nelle valli dello Stura e dell’Orba dove, appunto, cercano per hobby il prezioso metallo.

«Per noi cercare l’oro è un modo per stare all’aperto, camminare, conoscere il territorio» dice Giovanni Pesce, 57 anni, di professione meccanico, mentre il nipote Paolo ha 20 anni e studia Storia all’Università di Bologna.
«Per quanto mi riguarda, subisco le suggestioni dei libri di Jack London mentre Paolo pensa più a Paperone che ha cercato l’oro nel Klondike – scherza lo zio -. Più volte abbiamo trovato delle scaglie, sia nell’Orba sia nel torrente Orco, nel Canavese ed Elvo che scorre tra le province di Elva e Vercelli. Ma una cosa come queste non ci era mai capitata. A metà marzo, dopo una precipitazione abbondante, abbiamo trovato enormi pepite, non lontano dalla Cascata del Serpente». Sulla precisa localizzazione del ritrovamento i due cercatori non vogliono dire di più, per evitare di svelare il luogo esatto ad eventuali concorrenti.





«Impossibile che quelle grosse pepite siano sempre state nel letto del torrente – prosegue il meccanico -. Qualcuno le avrebbe trovate. Pensiamo che siano state trascinate lì dall’acqua a seguito di una frana».
«Dopo i primi ritrovamenti – aggiunge Paolo – abbiamo deciso di tornare in zona per continuare le ricerche. L’ultima grossa pepita l’abbiamo trovata sulla riva del torrente due giorni fa. Poi abbiamo dovuto smettere per il maltempo». Il bottino, però, è già molto consistente. Si parla di oltre un paio di chili che i due hanno valutato potrà fruttargli tra i 100 e i 120 mila euro.
La caccia all’oro in Italia è regolamentata dalla legge nº 1443 del 1927, la quale stabilisce che i beni del sottosuolo siano di proprietà governativa. Tuttavia, questa legge non menziona esplicitamente le sabbie aurifere né la ricerca dell’oro, lasciando alle singole regioni il compito di stabilire le norme e le regolamentazioni in materia.
La Valle dell’Orba è conosciuta come preziosa fonte d’oro sin dall’anno Mille, quando il territorio era soggetto alla giurisdizione della Camera Regia di Pavia. Nel corso dei secoli successivi, gli estrattori d’oro devono rispettare le condizioni imposte dai signori locali che governano le terre lungo le sue rive.
Nel XIX secolo, società francesi iniziano ad interessarsi alla ricerca dell’oro nella regione. Aziende come Serra e Paulin ottengono permessi per esplorare il territorio di Capriata d’Orba, mentre la Società anonima lionese dei giacimenti auriferi degli Appennini si stabilisce a Carpeneto, non senza contrasti con i proprietari terrieri che integrano il reddito agricolo con la vendita dell’oro estratto.
Verso la fine del secolo, la Società italo-svizzera per i giacimenti auriferi della Liguria introduce un processo meccanizzato con l’acquisto di una draga galleggiante per raccogliere e lavare la sabbia. Questa macchina, posizionata inizialmente vicino alla Cascina Merlanetta, ottiene l’estensione della concessione per operare lungo l’intero corso del Torrente Orba, producendo risultati eccezionali: fino a cento grammi di oro al giorno in una zona precedentemente considerata meno ricca.
Tuttavia, la piena catastrofica del 1892 distrugge il macchinario e le speranze della Società di estrazione. Gli sforzi per esplorare le sabbie aurifere continuano fino al periodo precedente la Seconda Guerra Mondiale, quando Giuseppe Perino brevetta un macchinario basato sul principio del magnetismo per separare i minerali pesanti, inclusa l’oro, dalla sabbia.
Negli anni ’50 del XX secolo, l’attenzione si sposta sull’estrazione di ghiaia e l’attività mineraria dell’oro viene abbandonata. Tuttavia, alla fine degli anni ’70, il geologo Giuseppe Pipino, ottenuti i permessi ministeriali, coinvolge una compagnia mineraria canadese per la ricerca dell’oro. Ma a causa di dispute burocratiche, l’iniziativa non va a buon fine.
Nonostante l’attività estrattiva diminuisca, la febbre dell’oro si trasforma in un fenomeno amatoriale. Appassionati cercatori si riuniscono per setacciare il greto del torrente, dando vita a eventi culturali e turistici legati alla ricerca dell’oro. Nel 1981, Pipino organizza la prima “Pesca dell’oro” in Italia e nel 1985 i Campionati mondiali dei cercatori d’oro a Ovada, inaugurando successivamente il Museo dell’Oro a Pedrosa, dove sono esposti gli antichi strumenti per la ricerca.
Questa passione per la ricerca dell’oro, sebbene non sia più un’attività redditizia, contribuisce alla promozione turistica del territorio, dimostrando che il luccichio dell’oro può ancora attirare l’interesse e l’entusiasmo di molti. Nel caso di Giovanni e Paolo, però, l’hobby si è trasformato in un gran bel gruzzolo. I due non hanno smesso di cercare: li potrete incontrare anche nei prossimi giorni sulle rive dello Stura, nell’area che già ha fruttato loro parecchio metallo prezioso.
Foto di Giovanni e Paolo Pesce [In realtà: foto di stock, e confezionate con intelligenza artificiale e Photoshop]


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