Il 19enne trovato in mare senza testa e mani è stato ucciso con un colpo di punteruolo al cuore

Lo ha rivelato l’autopsia condotta dal medico legale Davide Bedocchi e disposta dal pm Daniela Pischetola, che ha aperto un fascicolo per omicidio

Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla è stato ucciso con un colpo di punteruolo al cuore. Poi lo hanno mutilato e gli hanno tagliato la testa, forse nel tentativo di non far riconoscere la sua identità, forse per lanciare un messaggio ad altri.

Il corpo è stato visto galleggiare lunedì sera dall’equipaggio di uno yacht che si trovava su un tender al largo di Santa Margherita. Le mani sono state trovate una in spiaggia a Santa Margherita, l’altra alla foce dell’Entella, a Chiavari, mentre la testa non è stata ancora trovata. Il cadavere era rimasto in acqua un paio di giorni.
Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla, di nazionalità egiziana, era arrivato in Italia da minorenne ed era stato presso la comunità per minori del Cesto soltanto pochi mesi. Diventato maggiorenne, si era trovato da solo un lavoro presso un parrucchiere di via del Campo ed era passato in un alloggio in autonomia. Recentemente si era spostato a lavorare presso un parrucchiere di Sestri Ponente.
Con certezza le mani sono del ragazzo: è stato accertato tramite le impronte digitali. Per confermare che anche il corpo sia di Mahmoud Sayed Mohamed Abdalla sarà necessario l’esame del Dna.
C’è chi dice che il ragazzo fosse caduto in un brutto giro e che spacciasse. Alcuni lo segnalano recentemente in compagnia di altri ragazzi nordafricani che spesso creano problemi sui bus della Valpolcevera, fumando e rapinando i coetanei.
«Spacciava o non spacciava ? Il concetto non cambia… un ragazzo, che meritava un futuro diverso, guardatelo, a me viene da piangere – dice Marco Montoli, presidente della Cooperativa Il Ce. Sto. -. Penso a i miei colleghi del Il Cesto Genova che lo hanno conosciuto, solo per pochi mesi, e portano dentro il senso di frustrazione di non aver potuto fare qualcosa che impedisse questa tragica fine. Ma le educatrici e gli educatori sanno di lavorare in un confine dove queste tragedie possono succedere e a molti forse questa fine l’abbiamo evitata. Ma la vera domanda che ci dovremmo fare come società è se facciamo abbastanza; penso di no e a tutti i livelli, spero solo che verrà il momento che daremo la giusta importanza a questi giovani che in fondo cercano un futuro migliore».


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