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Brasile, Lula batte Bolsonaro solo per l’1,8% dei voti e diventa presidente per la terza volta in un paese spaccato a metà

In un paese diviso in due, tra nord rurale e povero e sud ricco e industriale, prosegue anche in Brasile l'”onda rosa” del Sud America. Il candidato del Partito dei Lavoratori ha prevalso di misura sul fondatore del partito di ideologia ultraconservatrice Aliança pelo Brasil che ha perso terreno per l’inconsistente politica di contenimento del Covid e per quelle anti ambientaliste più che per le posizioni razziste, omofobiche e misogine. Il crepuscolo mondiale delle ideologie e la analogie “a senso inverso” con la situazione italiana

Luiz Inácio Lula da Silva sarà dal 1º gennaio il presidente del Brasile grazie a una differenza di meno di due punti percenuali rispetto al presidente uscente Jair Messias Bolsonaro.

Lula ha promesso (come la gran parte dei presidenti della storia contemporanea il giorno delle elezioni) di essere “il presidente di tutti”. Ma le stesse abusate parole uscite dalla sua bocca assumono un valore specifico alla luce della spaccatura a metà del popolo brasiliano. «Non esistono due “Brasili” – ha detto -. Esiste un unico popolo, un’unica nazione. A nessuno interessa vivere in un paese diviso e in permanente stato di guerra. Questo popolo è stanco di vedere nell’altro un nemico. È l’ora di abbassare le armi che mai si sarebbero dovute impugnare». Un gergo “di guerra” per una situazione di guerriglia sociale che devasta il paese. Una situazione “sul filo”, tanto che il presidente eletto specifica che ci sarà bisogno «di tutti i partiti politici e di tutti i brasiliani per fare un Brasile più sviluppato, più giusto, più fraterno».

Piaccia o non piaccia Lula (che per chi è ambientalista, anti razzista e per per la parità di genere non può essere che molto meglio rispetto a Bolsonaro), la sinistra del Brasile ha quel leader che in Italia manca. Lula ha spiegato di non aver vinto lui e che non hanno vinto i partiti che lo sostengono: «È la vittoria di un immenso movimento democratico che si è formato sopra i partiti politici, degli interessi personali, delle ideologie, perché la democrazia uscisse vincitrice», ha detto.

Intendiamoci, Lula ha vinto di misura. Anche lì l’astensione è polarizzata, come qui, anche se alla fine il risultato del fenomeno è stato meno marcato, ha fatto la differenza. Qui non ha votato soprattutto la gente idealmente di sinistra.

L’astensione al primo turno delle presidenziali brasiliane era stata la più alta mai registrata nel paese, pari al 20,95%. Sì, avete capito bene, meno del 21% a fronte del 36,1% delle recenti politiche in Italia, con una crescita del 9% dalle elezioni politiche del 2018. In Brasile, il sapore della dittatura – rispetto all’italia – è ancora un retrogusto amaro definito e recente. Lì chiamano questo periodo, dopo la fine della dittatura militare (1964 – 1984), l’era della ridemocratizzazione. Noi italiani, al di là delle chiacchiere e di qualche cerimonia del 25 Aprile, ce lo siamo dimenticato il sapore della dittatura perché i cinquantenni devono risalire ai racconti dei nonni. Per non parlare dei più giovani.

La maggior parte dell’astensionismo in Brasile, dove il voto è obbligatorio, è dovuta al fatto che molte persone non abitano più nei luoghi dove sono iscritte al voto e non hanno denunciato il trasferimento. Gli spazi, lì, sono immensi e i chilometri da percorrere infiniti. Per questo alcuni stati hanno offerto i trasporti gratuiti. San Paolo, la città più popolosa del paese, è a sinistra, Brasilia, capitale federale, a destra. La maggiore astensione è stata maschile: il voto maschile è più “per “pro Bolsonaro” e anche lì l’astensione (insieme al voto dei brasiliani all’estero) ha deciso a chi sarebbe andata la vittoria. Le donne, in Brasile, sono quelle che più hanno perso in termini di diritti e qualità della vita con Bolsonaro. Il presidente uscente si è persino schierato imponendo il veto (e così facendo naufragare molte delle misure previste), contro il disegno di legge approvato dal Congresso con voto largamente bipartisan. Tra quelle misure, la distribuzione di tamponi e assorbenti gratis alle ragazze povere con la motivazione che «costano troppo, il Brasile non se lo può permettere». La distribuzione di assorbenti era mirata alle ragazze meno abbienti che affollano le favelas e alle donne senza dimora, oltre alle detenute che non possono contare sull’aiuto dei familiari: circa 5,6 milioni di persone. I movimenti femministi, in particolare quelli delle donne afroamericane e afro caraibiche, si sono apertamente schierati contro il presidente uscente: un pezzo di quel “movimento democratico sopra ai partiti” di cui ha parlato Lula.

Gran parte dell’America Latina ha virato a sinistra: prima in Messico (nel 2018), quindi in Argentina, Bolivia, Perù e Honduras e infine in Colombia dove a giugno è stato eletto il primo presidente di sinistra della storia della nazione. Un pò come accadde negli anni Duemila. Ma gli analisti avvertono che non è come allora, quando la svolta fu ideologica. Il voto, stavolta, è il tentativo di cambiare per riconquistare o conquistare benessere economico e qualità della vita, per uscire dalla povertà e recuperare diritti. I due mandati di Lula (2003 e 2010) avevano consentito a circa 30 milioni di brasiliani di uscire dalla povertà.

L’astensionismo è davvero l’ago della bilancia delle vittorie elettorali in tutto il mondo. In Brasile ha spinto a sinistra, ma è un po’ lo stesso meccanismo che ha condizionato il risultato del voto in Italia. Qui è stato astensionismo in senso inverso, a sinistra (per mancanza di quel leader e di quel movimento democratico sopra i partiti di cui parla Lula) e vittoria alle destre. A Genova il fenomeno è cominciato diversi anni fa col voto di sinistra spostatosi verso la Lega nel quartiere operaio di Cornigliano, una volta feudo incontrastato del Partito Comunista.

L'”onda rosa” che negli anni duemila aveva spinto il Sud America a sinistra si era infranta contro la crisi finanziaria mondiale. La destra non ha, però, saputo approfittare del vantaggio ed è inciampata nell’allargamento della forbice dell’ineguaglianza sociale che è passato per le disparità nelle cure sanitarie e nel diritto allo studio. La parabola della destra sudamericana dovrebbe insegnare all’attuale destra di governo in Italia che se si reitereranno gli stessi errori si otterranno identici risultati. Bolsonaro è il primo presidente Brasiliano a non essere stato eletto per il secondo mandato. La paura del “comunismo non democratico” (come in Nicaragua o in Venezuela) non è bastata a tenere la barra a destra. Certo, la svolta a sinistra del Sud America non è solidamente basata sull’ideologia, ma sulla ricerca di un maggiore benessere e del recupero dei diritti ed è quindi sottoposta a risultati concreti non facili da ottenere dalla sinistra populista del Messico e dai governi fragili di Argentina, Cile e Colombia. Lula è considerato un moderato non populista e ha dalla sua i risultati degli anni Duemila. Vedremo cosa riuscirà a fare in un paese spaccato, in cui i conflitti sociali (in presenza di una classe ricca molto ricca e di una classe povera molto povera e in quasi totale assenza di una classe media) sono diventati deflagranti. Da qui la “terminologia di guerra” usata da Lula per parlare del tema.

In Brasile, nell’urna hanno pesato effetti devastanti della crisi economica e della pandemia di Covid. Bolsonaro ha perso parte del suo elettorato per le sue uscite razziste, sessiste e omofobe, ma soprattutto per i devastanti provvedimenti contro l’ambiente e, sopra a tutto, per la sua gestione del Covid che ha ucciso più di 687.000 persone. L’attuale destra di governo in Italia, che tenta di soddisfare una parte populista e non ideologica del suo elettorato progettando di eliminare le misure di sicurezza, come le mascherine negli ospedali e nelle case di riposo, dovrebbe fare una riflessione su questo, anche sulla base degli appelli di questi giorni dei sindacati del personale sanitario. In Brasile sono oltre 200 le richieste di dimissioni depositate contro Bolsonaro per genocidio, alla luce della pessima gestione della pandemia. È come se in qual Paese fosse sparita la popolazione di una città molto più popolosa di Genova.

La politica mondiale si sta sempre più distaccando dall’ideologia a favore del pragmatismo. Quello che la sinistra non sembra ancora aver capito è che non è vero che gli elettori di centrodestra in Italia siano tutti pronti a sfilare col fez nelle strade. Solo, cercano di vivere meglio, per come loro concepiscono il vivere meglio. Gli elettori di sinistra, invece, non vedono via d’uscita, senza un leader carismatico, senza risultati tangibili in termini di benessere nel periodo di governo dei partiti di area. Manca proprio quel «movimento democratico che si è formato sopra i partiti politici, degli interessi personali, delle ideologie» di cui dice Lula, che non parla a caso di superamento delle ideologie a vantaggio della democrazia, parola che va letta come uguaglianza e lotta alla povertà.

Se la destra di governo italiana a trazione Fdi saprà respingere la tentazione di governare a favore di specifiche categorie e fasce di popolazione di riferimento, restringerà la forbice delle diseguaglianze economiche (pur non rinunciando ad erodere i diritti delle minoranze in risposta alle istanze dei propri elettori come pare voler fare sulla base di dichiarazioni e disegni di legge già presentati), non cederà alle sirene del populismo di destra (quello che riguarda, ad esempio, l’approccio sanitario al Covid) e aumenterà il benessere e la vivibilità del paese, beneficerà del crepuscolo delle ideologie e governerà molto a lungo, col sostegno di chi di destra non è, ma è privo di riferimenti ideologici.

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