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Ponte del 2 giugno, Genova città turistica? Alberghi pieni e negozi e locali chiusi in centro

La nostra città è invasa dai turisti. Tante, troppe, le saracinesce chiuse in centro, abbassate mercoledì sera e che non hanno ancora riaperto e non lo faranno prima di lunedì. Non solo quelle di negozi e servizi, come le assicurazioni, ma persino i pubblici esercizi che evidentemente hanno recuperato il gap del Covid, tanto che si concedono il lusso del ponte, privando di servizi il centro della città. Ci si chiede, a questo punto, che senso ha mantenere la gratuità dei dehors che privano le casse del comune di un introito e creano disagi ai cittadini dei quartieri in cui occupano i parcheggi

In questi giorni non è facile per genovesi (non ci crederete, ma c’è anche chi lavora nel ponte del 2 giugno) e per i turisti trovare un posto dove bere un caffè e bere un bicchiere d’acqua in centro. In particolare, Piccapietra e una “sfilata” di saracinesche chiuse, ma anche in altre zone del centro le attività che hanno deciso di fare il ponte sono tante, troppe. Passi per le gioiellerie (Hai visto mai che a un facoltoso cliente venga voglia di regalare un solitario alla fidanzata proprio a Genova? Ok, eventualità assai rara), ma, incredibilmente anche moltissimi bar. Passi per la farmacia: è una delle tante saracinesche chiuse, ma per questo genere esistono turbazioni prestabilite e una abbastanza vicina si trova sicuramente. Ma la serrata vacanziera dei pubblici esercizi è incomprensibile.

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Così i turisti sciamano alla ricerca di un dehors, quelli che la città concede gratuitamente e che i genovesi si aspetterebbero di trovare anche il 3, 4 e 5 giugno, se non proprio il 2. Restituire alla città quel che si riceve pare non passi nemmeno nell’anticamera del cervello di certi gestori. Per aprire (nonostante la pandemia e il rischio di contagio), qualche mese fa c’è chi, nella categoria è sceso in strada. E ora c’è, invece, chi si permette il ponte. Evidentemente il gap economico è superato e la gratuità che crea forti disagi alla popolazione per la sottrazione di posteggi e, in qualche caso, per gli schiamazzi, non serve più. Perché chiedere sacrifici ai cittadini quando i gestori non ne hanno più necessità, tanto che si permettono di chiudere con la città piena di turisti, potenziali clienti?

Un antico proverbio dice che abbiamo una mano per dare e una per prendere. Non sembra che il concetto sia chiaro a diversi titolari di pubblici esercizi del centro. Tanto che anche per il ponte del 25 Aprile risulta ci sia stata una discussione accesa tra coloro che puntano sul futuro di una città turistica e chi, invece, è convinto che i pubblici esercizi e i negozi si possano gestire non nel quadro di uno sviluppo armonico dell’economia genovese legato al turismo, ma a solo favore di cassa.

La polemica è sempre la stessa, dai tempi in cui, erano gli anni ’70 e ’80, qualcuno inorridiva per la prospettiva che Genova diventasse “la città dei camerieri”. Nel frattempo l’industria pubblica si è sgretolata e l’ampio segno negativo nel totale degli occupati è stato (anche se solo in parte) “assorbito” proprio da quella città dei camerieri che qualcuno vedeva come fumo negli occhi. Si è sviluppato il turismo, è cresciuta l’industria dell’accoglienza (malgrado certi genovesi, vien da dire), tanti posti di lavoro che altrimenti non ci sarebbero stati sono stati offerti dal commercio, dai servizi e, appunto, dal turismo.

Eppure c’è chi crede che Genova sia ancora la città dell’industria e degli uffici, dalle 9 alle 5 orario con pausa pranzo per scendere al bar. E cala la serranda nei ponti delle feste comandate, come una ghigliottina sul futuro della città.

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