Immigrazione, monsignor Martino: «Ecco come è stato costruito un problema sociale». E di sicurezza

Il direttore Ufficio per la pastorale della Migrantes della Curia genovese, noto ai più semplicemente come don Giacomo, spiega: «Con tutti i difetti di un’accoglienza non pensata e improvvisata dei primi tempi, di fronte alla grande immigrazione, l’avvento di Salvini ha generato un intervento preciso, apparentemente goffo e invece puntuale e capace di trasformare un fenomeno sociale in un vero e proprio problema sociale». E ancora: «Oggi, questi giovani sono senza speranza e sono incapaci di sopravvivere al di fuori delle nostre strutture. Questo lavoro è stato fatto in modo silenzioso, scientifico e, al di là delle urla mediatiche, ha generato quella che oggi è una povertà che, essendo resa illegale per mancanza di documenti, diventa facilmente povertà criminale».
Un’emergenza costruita a tavolino, dunque, una fabbrica di povertà, di esclusi dalla società di prede senza possibilità di scelta della criminalità


L’intervento di monsignor Giacomo Martino

Il vero problema è certamente ideologico e culturale.
Culturale perché siamo abituati a giudicare la diversità come un problema mentre la diversità arricchisce.
Lo si capisce guardando un campo di fiori o le diverse forme delle nuvole nel cielo .
Diversità è segno di creatività a soprattutto di composizione di più elementi che creano la bellezza. Creano, appunto, perché la diversità è segno dell’atto creativo che compone elementi in un unico disegno.
Il problema è ideologico, invece, e partendo dalla premessa culturale di una diversità negativa genera le condizioni affinché questo si realizzi.
L’ideologia forza la realtà piegandola alle sue logiche.
Con tutti i difetti di un’accoglienza non pensata e improvvisata dei primi tempi, di fronte alla grande immigrazione, l’avvento di Salvini ha generato un intervento preciso, apparentemente goffo e invece puntuale e capace di trasformare un fenomeno sociale in un vero e proprio problema sociale.
Si è cominciato attraverso la denigrazione del lavoro delle Cooperative dell’accoglienza accusando tutti di arricchirsi sulle spalle di queste povere persone.
Non si è voluto, puntualmente, comprendere nuove vie e cercare le buone prassi ma si è appiattito il progetto di accoglienza nel dare solamente da mangiare e da bere.
Mancando il progetto culturale dell’integrazione, dello studio della lingua, della conoscenza del territorio si sono aggiunte pericolose aggravanti negando i permessi di soggiorno per motivi umanitari .
Questo ha creato una illegalità diffusa semplicemente non riconoscendo i documenti a quanti, comunque, hanno dimostrato di sapersi integrare nel territorio e tra la popolazione che li ha accolti.
Un ultimo fenomeno è stato quello di non consentire più l’accesso diffuso ai percorsi dello SPRAR che consentiva una vera e propria finalizzazione di tipo abitativo e lavorativo affinché queste persone potessero essere parte attiva della nostra società.
Il risultato è che abbiamo creato degli assistiti che, nel tentativo di ottenere i documenti, attraverso corsi e ricorsi continui in tribunale sono rimasti nelle nostre accoglienze per oltre 5 anni senza poter né lavorare ne avendo più stimolo a studiare.
Chi ha lavorato spesso è stato perseguito perché ha superato i redditi di povertà.
Oggi, questi giovani sono senza speranza e sono incapaci di sopravvivere al di fuori delle nostre strutture.
Questo lavoro è stato fatto in modo silenzioso, scientifico e, al di là delle urla mediatiche, ha generato quella che oggi è una povertà che, essendo resa illegale per mancanza di documenti, diventa facilmente povertà criminale.
Così dal fenomeno sociale si è creato, con un progetto preciso e voluto, un vero e proprio problema immigratorio confermando, alla fine, il pregiudizio che lo straniero sia sempre e solo clandestino e quindi criminale… e non una persona che cerca per sé e la sua famiglia una vita dignitosa.


Monsignor Giacomo Martino risponde per primo al nostro appello per una discussione concreta sulla questione della gestione dell’immigrazione che ha come conseguenze (come spiegato dallo stesso don Martino) una vera e propria fabbrica di povertà che confluisce inevitabilmente nella criminalità “di sussistenza”, non gestibile con il semplice intervento delle forze dell’ordine. Nella discussione vogliamo coinvolgere la politica, le comunità straniere, le associazioni del terzo settore, le associazioni e i comitati dei cittadini che possono inviare i loro commenti all’indirizzo email genovaquotidiana@gmail.com. Hanno già aderito le Comunità senegalese ed ecuadoriana e il Comitato di via del Campo

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