Baraccopoli di dehors e mercatini, notti insonni e montagne di problemi insoluti: i carruggi affondano

La disarmante fragilità dell’azione dell’assessore al centro storico Paola Bordilli, che gestisce la città vecchia come un enorme Civ e prestando orecchio ad alcuni comitati con istanze compatibili con quelle del suo partito, la Lega (mentre altri, ad esempio quelli della zona della movida, vengano bellamente ignorati), ben si condensa in una dichiarazione resa a un giornale patinato edito dallo stesso editore di Telenord, dove lei spiega che il centro storico di Genova sarebbe il più grande d’Europa, quando non è nemmeno il più grande d’Italia, essendo superato in grandezza quantomeno da quelli di Venezia e di Napoli. Una leggenda metropolitana che si propaga tra chi preferisce ripetere a pappagallo invece di informarsi. E se nemmeno su questa basilare nozione, facilmente verificabile consultando semplicemente google, siamo in grado di evitare le bufale ed esprimere un concetto corretto, è facile capire quanto il timone della città vecchia sia allo sbando, tra selve di dehors e accampamenti commerciali, problemi irrisolti che decantano da anni e iperpresenzialismo a inaugurazione di negozi e iniziative non sempre di sua competenza. In maggioranza e nel suo partito, la Lega, in molti si stanno innervosendo, anche per i ritorni negativi dal territorio

Il centro storico annaspa con l’acqua alla gola e ormai è sotto gli occhi di tutti, anche di molti iscritti leghisti, tanto che il malumore nei confronti dell’assessore sta diventando palpabile a Sarzano come nell’ex Ghetto, in via San Luca come nell’area della Movida. La qualità della vita è palesemente franata sotto il peso di una politica che non conosce le peculiarità della città vecchia come non ne conosce nemmeno l’estensione: né il suo valore, né sua profonda fragilità e la tratta come se fosse un enorme unico Civ, uno di quei consorzi di negozi che per primi, grazie a un colpo di genio del presidente di allora Ascom (oggi Confcommercio) Paolo Odone, hanno fatto rete per aggiudicarsi (quando c’erano) i fondi europei. Poi, quando sono finiti, per lanciare iniziative in grado di aggregare attorno alle botteghe i cittadini/clienti e strapparli alla grande distribuzione organizzata. Finiti i finanziamenti comunitari, i Civ sarebbero tecnicamente arrivati al capolinea: sono una forma di aggregazione costosa e senza fondi si riducono spesso (anche se non sempre) a organizzatori di eventi dal respiro ultralocale, e non di rado di qualità assai ridotta quando non si riducono direttamente a “sbarazzi” della merce invenduta occupando indiscriminatamente i marciapiedi. La nuova frontiera sarebbe quella delle reti d’impresa, meno costose, più agili, più evolute ed omogenee per scopi e interessi, con ancora qualche fondo a disposizione, ma i Civ servono alla politica per controllare il territorio e raccogliere consensi e allora restano lì, spesso incapaci di parlare persino tra di loro, e, sicuramente, non più con i residenti con i quali i rapporti sono spesso inesistenti, se non in aperto conflitto a causa di interessi sempre più distanti. Ci sono illuminate eccezioni, come un pezzo della zona a est di via San Lorenzo, dalle Erbe a Canneto il Lungo. Il resto, quando c’è, è tutto un “ufficio organizzazione mercatini di carabattole“, iniziative da Pro Loco (con tutto il rispetto per le Pro Loco che non possono però sostituire iniziative di qualità di respiro cittadino e la promozione del territorio in scala nazionale e internazionale), sbarazzi sulla pubblica via. E dehors, tanti dehors, troppi dehors concessi senza regola alcuna per dpcm nazionale e conseguente decisione comunale nei momenti più difficili del Covid, in modo da aiutare le aziende in difficoltà. Anche in questo, come in tutto, il Comune tratta il centro storico come fosse un quartiere come gli altri, un quartiere di sole botteghe, come se non fosse un’area più fragile, dove è difficile vivere e lavorare, ma anche determinante per il turismo e, adesso scriviamo una parola “del gatto”, per la cultura.

Dehors, scontenti anche i pubblici esercizi

I dehors hanno infestato tutto, concessi sia ai pubblici esercizi, sia (con poco gradimento di bar e ristoranti) agli artigiani alimentari e senza il rispetto delle regole della legge regionale che vorrebbe questi ultimi solo con mensole e non con tavoli e sedute basse né stoviglie se non usa e getta, né servizio al tavolo. Questo perché i pubblici esercizi hanno più adempimenti e spese, i titolari devono possedere titoli abilitativi, devono offrire più servizi, devono essere in possesso di un requisito di moralità (senza condanne penali di un certo tipo) non richiesta a chi vende panini, kebab o altri alimentari da asporto: in sostanza spendono e pagano di più e hanno maggiori oneri e adempimenti di legge. Inoltre, i pubblici esercizi pagano più cari gli affitti degli immobili e hanno ancora le licenze, che si pagano e si vendono e che nella giungla di autorizzazioni “corsare” hanno perso un po’ del loro valore nel timore generalizzato che non si tornerà più indietro. Chi mai pagherà una licenza sapendo che aprendo una bottega da artigiano alimentare potrà fare praticamente le stesse cose?

Nel periodo Covid, i pubblici esercizi sono stati i più svantaggiati: chiusi e costretti a reggere un’organizzazione complessa con un asporto inventato sul momento, per sopravvivere, mentre gli artigiani alimentari hanno mantenuto quasi integra (salvo per l’orario serale) l’attività propria: l’asporto, aggiungendo in molti casi il consumo sul posto. Invece chi ha perso di più si è anche visto sottrarre il diritto di offrire un servizio migliore, più comodo degli altri. Probabilmente per la sete bulimica di consenso spicciolo, l’assessorato al Commercio è arrivato ad autorizzare dehors persino ai negozi alimentari, non previsti dalla legge regionale, che non possono fare né somministrazione né asporto, ma chi compera all’interno può accomodarsi a mangiare fuori, tecnicamente solo sotto un ombrellone, in realtà non di rado su sgabelli e panchine basse. Ne è nato un insieme disordinato, che dopo il lockdown ha portato anche chiasso serale laddove non c’era. Il centro storico è fatto di vicoli stretti e piazzette che sono per lo più solo slarghi e sono cominciati anche i problemi di vicinato con gli abitanti, impossibilitati a transitare con le auto anche se autorizzati perché i mezzi non passano più.

I dehors fuori dalle normali regole si mangiano il territorio

Fuori dal centro storico il problema è la grande quantità di posteggi sottratti da sedie e tavolini ai residenti e ai clienti degli altri commercianti, nel centro storico è che il quartiere è asfissiato dai dehors. In certi luoghi fanno fatica a passare persino i disabili in carrozzina o le mamme coi passeggini, oltre ai mezzi di soccorso in caso di necessità. Perché tutto è stato concesso solo con un parere della Polizia locale che garantisce la transitabilità pedonale e, dove previsto, anche dei veicoli, ma poi i dehors non stanno nelle metrature concesse, invadono gli spazi davanti ai portoni, esondano persino sulla pista ciclabile di piazza Matteotti.

Tutto senza regole, senza che – come prevedono le norme – tavoli sedie e ombrelloni vengano rimossi negli orari di chiusura. Davanti a Palazzo Ducale c’è addirittura un catafalco che sembra un accampamento, in via San Lorenzo (quando siamo passati noi il locale di pertinenza era già chiuso) la cattedrale è assediata. Ve l’immaginate se i tavolini venissero piazzati sotto la basilica San Pietro a Roma o attaccati alle mura di Notre-Dame? Il disinteresse, lo spregio, per tutto ciò che è cultura e bellezza è evidente e imbarazzante. Poi ti chiedi come c’è arrivata quella statua in stile “cimitero anni ’50” a Carignano (al di là di ogni implicazione politica, oggettivamente brutta) e ti dai facilmente la risposta: l’assessora al Commercio è anche l’assessora ai “Grandi eventi” che ha curato la celebrazione di Giorgio Parodi.

Ce n’è abbastanza per far rivoltare nella tomba la buonanima dell’architetto Bruno Gabrielli che ha cercato, nel suo ruolo di assessore all’Urbanistica e alla Qualità urbana (spesso il cambio dei nomi degli assessorati ha significati profondi) ai tempi del sindaco Pericu, di rendere dignità estetica, urbana e di vivibilità quantomeno all’area est della città vecchia, ben sapendo, lo ha scritto lui stesso, che il centro storico non è un unicum e che ogni zona ha bisogno di cose differenti, da ottenere attraverso processi lunghi e differenziati anche nei tempi, perché si basano su presupposti differenti. Un caso per tutti: anche l’antico centro storico era diviso tra ricchi palazzi dei nobili e zone di case popolari con caratteristiche costruttive ed edilizie ben differenti.

Nei mesi scorsi i dehors sono stati concessi come non si doveva, anche se la possibilità di concedere la gratuità non permetteva anche la deroga da leggi e regolamenti. Troppi dehors sono “abbaraccati”, allestiti con materiali di fortuna, con ombrelloni marchiati con il logo (spesso di alcolici, per giunta) vietato dalle norme, addirittura fatti di pallet, senza un minimo di rispetto dell’estetica cittadina. Completamente sospesa la commissione in cui si decide la concessione del suolo pubblico di cui fanno parte, oltre al Municipio e la Polizia locale, anche la Soprintendenza.

Così piazza delle Lavandaie (dietro a via Ravecca) dove il Municipio intende risistemare gli antichi Truogoli, è stata riempita di tavolini e a fatica e in zona Cesarini si sono salvati dall’infestazione i giardini del chiostro di Sant’Andrea, vicino alla Casa di Colombo, dove l’assessorato aveva intenzione di autorizzare l’ennesimo dehors.

Il 31 luglio finisce la deregulation: i dehors dovranno ottenere concessioni regolari prima del 1º agosto

Bene, tra poco la pacchia sarà finita per legge: il 31 luglio (salvo brutte sorprese sul fronte dei contagi che costringa a un rinnovo) scadrà il dpcm Covid e la giungla dei dehors entro quella data dovrà rientrare nella norma: niente più aree ai negozi alimentari, solo mensole alte e niente sedili per gli artigiani alimentari (a norma di legge regionale), dehors dei pubblici esercizi decorosi. Il Comune potrà, se lo desidera, prolungare la gratuità facendosi carico di coprire le spese (a carico della collettività), ma tutto dovrà passare per la famosa commissione dove non è difficile prevedere che molti arredi esterni si infrangeranno contro una serie di regole fino ad ora ignorate. La speranza è che l’assessorato non si faccia trovare ancora una volta impreparato come ha fatto alla fine del coprifuoco, quando le ordinanze anti alcol non erano state rinnovate e nessun piano movida era stato preparato nonostante ci fossero stati ben 15 mesi di tempo dall’inizio del Covid e la sollecitazioni del Municipio e delle associazioni dei locali e dei commercianti.

L’appello del presidente del Municipio Carratù al sindaco Bucci

Il presidente del Municipio Centro Est Andrea Carratù (anche lui leghista), che ha raccolto le tensioni e le critiche degli abitanti e di una parte degli esercenti danneggiata dal modus operandi assessorile, si rivolge al Sindaco: «Chiediamo il suo autorevole intervento per mettere rimedio a una situazione che rischia di diventare esplosiva – dice Carratù -. In molte zone i residenti sono esasperati e anche diversi operatori economici sono molto critici. Il Municipio c’è ed è pronto a lavorare assieme al Sindaco per individuare e modulare risposte alla cittadinanza tutta, abitanti e commercianti nel rispetto delle regole».

La questione dei banchetti in San Lorenzo irrisolta da anni

Tra le cose che peggiorano sensibilmente l’estetica del centro storico in una delle sue zone più preziose per l’accoglienza turistica e un altro “non fatto” dell’assessorato al Commercio, retto da ormai 4 anni e mezzo dalla stessa Bordilli: una regolamentazione di quella che dovrebbe essere l’area “opi” (operatori del proprio ingegno) di via San Lorenzo, dove è esclusa ogni forma di mercato, i venditori si piazzano gratuitamente (per decisione del consiglio comunale del passato ciclo amministrativo) ed invece di essere opi sono quasi sempre commercianti di carabattole non di rado di produzione industriale. Gli stessi venditori stanno accampati sui gradini di una delle vie più turistiche della città danneggiandone il decoro. La Polizia locale, anche ai tempi del questore Sergio Bracco che ne chiedeva lo sgombero per motivi di sicurezza, è sempre stata fermata, non si sa bene da chi. C’è un uomo che si aggira per la via dichiarando di essere deputato dall’amministrazione a gestire quello che di fatto è un mercatino, ma, a domanda diretta, il sindaco Marco Bucci ha dichiarato che non gli risulta nulla del genere. Qualche sanzione (da 5 mila euro) c’è stata e c’è stato anche qualche sequestro. Ma, di fatto, la baraccopoli dei banchi senza qualità estetica è sempre lì. Nel frattempo la Regione ha emanato una legge sugli opi, ma il Comune (cioè la Bordilli) non ha ancora trovato il tempo di adeguarsi.

Uno spot elettorale in ogni occasione (anche quelle altrui)

Nel frattempo, l ‘assessora infesta in qualità di responsabile del piano “Caruggi” le conferenze stampa di ogni collega assessore che faccia qualsiasi cosa in centro storico e nelle vallate. Quelle dell’assessore ai lavori Pubblici Pietro Piciocchi, ad esempio. Giusta collaborazione tra assessori, si dirà, ma la frequenza della sua presenza alle conferenze stampa, soprattutto quelle di Matteo Campora, ha raggiunto livelli imbarazzanti. Non c’è comunicato che riguardi il centro storico e le vallate (perché è assessore anche a quello) in cui Bordilli non compaia sopra a tutti gli altri, qualche volta persino al posto degli altri, come nel caso del recupero dell’acquedotto storico, partita dell’assessore alla Cultura Barbara Grosso che da sempre se ne è occupata, completamente estromessa dalla questione del recupero. Alla faccia della collaborazione in giunta.
Bordilli non si perde l’inaugurazione di un magazzino Amiu, spesso presentandosi abbigliata in nuance con l’ambiente, con una raffinatezza comunicativa di un certo livello: cassonetto giallo = vestito giallo; cassonetto verde = vestito verde; inaugurazione del mezzo elettrico Amiu bianco e blu = vestito bianco e blu. Abbiamo controllato e i lettori che ce lo hanno segnalato non ci sono andati poi così distanti.

Non paga di questa frenetica attività, Bordilli compare alle inaugurazioni di negozi, a ogni festa di quartiere che non abbia connotati sociali e, soprattutto, a ogni iniziativa degli amati commercianti dei Civ. E a ogni apparizione, ci hanno fatto notare alcuni lettori nei commenti alla nostra pagina Facebook, corrisponde una foto pubblicata sui social con sorriso a 32 denti.

Ben 8,5 milioni dei 25 del piano “Caruggi” (più di un terzo) sono destinati a pagare l’affitto ai commercianti e a coprire i mancati in cassi comunali per l’occupazione del suolo pubblico dei dehors. Non si capisce quale peso di spesa possa avere la consegna del mercato dello Statuto ai privati che lo prenderanno in concessione. Non dovrebbero pagare loro?

Il progetto di insediamento di nuove attività butta altri quattrini nella voragine senza fondo in cui milioni e milioni di euro sono stati già gettati dalle giunte che si sono succedute, attraverso gli incubatori di imprese finanziati in centro storico con i fondi della legge Bersani e, in una delle edizioni della Maddalena, Anche con fondi della Fondazione San Paolo. Risultato: non uno di questi negozi aperti nel tempo, spesso da neofiti speranzosi, è sopravvissuto. Dopo tanti anni non s’è ancora capito che così non funziona ed è sconsolante. Se nel centro storico non si risolvono i problemi di pulizia (spesso causati dai frequentatori) e infestazione di topi e scarafaggi mai nessun operatore solido e strutturato capace di fare da locomotiva al reinnesco commerciale della zona accetterà mai di insediarsi. Ma i fondi aggiuntivi per derattizzazione e lotta agli scarafaggi, nel Piano Caruggi, sono stati rimandati ai prossimi anni.
Tra l’altro, la copertura economica dell’affitto da parte del Comune rischia anche di creare un danno garantendo i proprietari che impongono pigioni da “favolosi anni ’80” e se c’è il Comune che gliele paga, perché dovrebbero abbassare a prezzi reali di mercato l’affitto agli altri negozianti. Si rischia addirittura che qualcuno di quelli già presenti rischi di andarsene.

Iperpresenzialismo e tensioni in giunta

Il paradosso dell’iperpresenzialismo dell’assessore Bordilli è stato raggiunto sabato scorso quando sia una mail del Comune sia un’invito della Cooperativa Solidarietà e lavoro che per la struttura (e per molte strutture museali comunali) organizza gestione e visite guidate invitavano a un’iniziativa presentata dalla casa museo dei cantautori genovesi ViadelCampo29rosso, finanziata e mantenuta in vita a viva forza dall’assessorato alla Cultura. Ma, invece degli assessore alla Cultura comunale Barbara Grosso (quella che attraverso l’assessorato paga le spese della bottega museale), invece dell’assessore regionale alla Cultura Ilaria Cavo (che sta preparando il Museo dei cantautori all’abbazia di San Giuliano) la “guest star”, nemmeno a dirlo, era proprio l’assessore al centro Storico e al Commercio. Ne abbiamo chiesto la ragione e la risposta dell’addetta della cooperativa Solidarietà e Lavoro è stata che, in fondo, in quell’iniziativa sarebbero stato coinvolto il Civ: già, il consorzio dei commercianti, ça va sans dire.

Anche lo spettacolo per bambini a cui Bordilli si vanta nel video sottostante di aver presenziato due giorni prima in piazza don Gallo (quello della Compagnia del Teatro Scalzo) è stato in realtà voluto e finanziato dall’assessorato alla Cultura e alla Scuola retti dall’assessore Barbara Grosso, esattamente come ViadelCampo29Rosso. Bordilli si presenta ovunque a tagliare nastri, inaugurare, presentare, con o senza il coinvolgimento dei colleghi. Inaugura negozi privati con una frequenza impressionante. Ormai la questione sta diventando quasi comica, a non poterne più sono in tanti e lo scontento è diffuso in maggioranza e anche nel suo stesso partito.

La manifestazione del Teatro Scalzo finanziata dall’assessorato alla Cultura “occupata” da Bordilli

Tutto in centro storico segue ormai la logica delle botteghe e troppo spesso si ignorano le esigenze degli abitanti, che stanno perdendo la pazienza, e quelle del turismo. E proprio di furibonde e ripetute liti a causa delle invasioni di campo con l’assessore al Turismo Laura Gaggero (Fratelli d’Italia) si racconta in Comune. È il segreto di Pulcinella: in più occasioni le urla si sono udite ben oltre la stanza dove le discussioni si sono svolte. Sempre i bene informati del Palazzo raccontano di riunioni a cui non vengono chiamati tutti i soggetti in causa, persino quelli politici dello stesso partito di Bordilli. E non ci vuole un genio della politica per capire che l’assessore si sfila quando può da tutte le questioni roventi per dedicarsi alle mille occasioni di autopromozione che è indubbiamente bravissima a cercarsi anche quando la competenza sarebbe altrui. “Radio Tursi” dice che per ogni 3 voti che Bordilli conquista per sé ne perde 30 al partito e 100 alla coalizione di centrodestra.

Le critiche degli abitanti esasperati

Certo, il malcontento tra gli abitanti del centro storico (salvo quei gruppuscoli molto rumorosi ma numericamente minoritari di cui s’è detto sopra, comitati di Prè e della zona di via del Campo, aree peraltro in condizioni sempre peggiori non solo per questioni di sicurezza) è palpabile e non c’è una categoria che sia soddisfatta tranne quella dei negozi e nemmeno per intero, perché la percentuale degli iscritti alle associazioni di categoria, soprattutto in alcune zone, è molto modesta. Chi non è riunito in Civ, semplicemente, non esiste. I pubblici esercizi contestano i dehors concessi a tutti, i commercianti di certe zone si dicono abbandonati, i locali della movida contestano provvedimenti degli uffici dell’assessore giudicati senza alcuna ratio, come la sospensione della licenza per 30 giorni a un locale fresco di cambio gestione solo perché il titolare non aveva fatto richiesta per la vecchia insegna. Una tacca in più, messa a segno forse per accontentare il Sindaco che ha chiesto di intervenire sui pubblici esercizi che non rispettano le regole di vivibilità. Bucci, però, ha chiesto di intervenire non certo a casaccio, ma in maniera chirurgica su chi crea problemi. «Non sono contro la movida e i locali – ha chiarito il Sindaco -, ma solo contro i comportamenti scorretti e chi li mette in atto». Non è lui che ha deciso di gettare il bambino con l’acqua sporca.

Intanto i residenti della zona della movida chiedono con insistenza e con pochi riscontri risposte al problema di vivibilità, quelli che sono deflagrati perché in 15 mesi di restrizioni Covid Bordilli, che ne ha le competenze, non ha preparato un piano per la ripresa della frequentazione notturna. Esasperati, si sono rivolti al Sindaco con una lettera aperta denunciando proprio la mancata risposta degli assessori competenti.
Più fortunati sono i comitati più vicini alle istanze leghiste legate alla sicurezza “Carroccio mode”, cioè con risposta muscolare e mai mix di controlli e iniziative sociali, come si fa in tutto il mondo. Decisamente meglio vanno le iniziative sociali, fortemente volute dal Sindaco e affidate al consigliere delegato Mario Baroni (Cambiamo), finanziate dall’Amministrazione con una cifra congrua all’inizio delle attività.

Non sono invece ancora partite le iniziative di educazione di strada e sociali per la movida che il Sindaco ha affidato alla responsabile del centro storico.

La città vecchia è una polveriera sociale e la vivibilità in picchiata e le mancate risposte rischiano di far naufragare il piano “Caruggi” voluto dal Sindaco e di diventare un boomerang per il centrodestra che, con questo passo, rischia di perdere il centro storico e il Municipio Centro Est alle elezioni comunali.

Mercatini e cassonetti della spazzatura nei luoghi di turismo e cultura

Il centro storico, si è detto, bisogna conoscerlo e capirlo non è un’enorme spazio dove piazzare in ogni dove dehors e mercatini che, tra l’altro, vengono attrezzati con uno stuolo di bidoni in occasione delle attività mercatali, soprattutto quando sono alimentari. Ma bisogna capire, ad esempio, che non si possono né tappezzare le strade di bancarelle dalle qualità estetiche da periferia di una città depressa (magari piazzate davanti ai negozi anche di identica merceologia, e anche per questo le proteste si sprecano) né riempirle di cassonetti Amiu, soprattutto nelle zone turistiche.
Così, come nella foto sotto a sinistra, si presentava piazza Matteotti, ai piedi di Palazzo Ducale, durante Slow Fish. Vedreste mai una batteria di cassonetti così davanti agli Uffizi o ai Musei Vaticani? L’insensibilità rispetto al capitolo “cultura” è evidente. Forse una cosa così non si vedrebbe nemmeno alla peggiore fiera del paese più sperduto d’Italia. In quell’occasione abbiamo segnalato la situazione indecente all’assessore Matteo Campora che in mezz’ora ha fatto cancellare il degrado, ma non è possibile che debba essere un giornalista, malamente impressionato sia dalla batteria di contenitori, sia dal loro odore, sia dai commenti dei passanti, a dover segnalare e che sia un assessore (che, con tutte le deleghe pesanti e svolte con coscienza che ha, ha certamente altro da fare) a dover intervenire direttamente.

Tutto quel che succede in centro storico è piegato a commercio ed eventi commerciali

Troppe deleghe. Il centro storico merita, invece, attenzione dedicata

Al centro storico, il secondo “ponte di Genova”, la seconda “mission impossible” di questa città, serve un assessore dedicato: Bordilli ha accumulato le deleghe a Commercio, Centro storico, Vallate e Grandi eventi e inoltre, si vocifera nell’ambiente, mette frequentemente il becco (o tenta di farlo) anche nelle deleghe degli altri assessori, come quello alla Sicurezza Giorgio Viale. Decisamente troppo. E per quanto abbia evitato di sottolinearlo (e abbia lasciato il Sindaco e il consigliere delegato alla Protezione civile Sergio Gambino a togliere le castagne dal fuoco) dell’organizzazione dei maxischermi per gli Europei si è occupata lei. Lei è andata in Prefettura a partecipare all’apposita commissione. Per un evento così, la piazza doveva essere cinturata nel primo pomeriggio, sorvegliata anche dalle forze di Polizia (che invece sono arrivate alle 20:20). Non è stato né concordato né fatto (come ragionevolmente sarebbe dovuto accadere) e un centinaio di ragazzi ha preso possesso sparando botti e bevendo alcol da bottiglie e lattine per poi arrivare al tafferuglio poco prima dell’inizio della partita.



Serve un responsabile competente (o, quantomeno, che si informi prima di dichiarare bufale sul centro storico), concentrato e dedicato, rispettoso delle esigenze di tutti i soggetti che vivono e lavorano nel centro storico, che ascolti tutti gli abitanti e sia attento alle necessità del turismo anche culturale (non esistono solo i giri per le botteghe, storiche o no), che ci metta la faccia anche quando si sa che non si raccoglieranno solo sorrisi ma anche problemi da risolvere, che sappia fare lavoro di gruppo coi colleghi e col Municipio, che anteponga la missione all’autopromozione. Ci sono ancora nove mesi per portare a casa il risultato prima delle elezioni e la partita in gioco è pesante e fino ad ora mal condotta. Perché non è accettabile che un assessore trovi il tempo per partecipare a una raffica di inaugurazioni di negozi, a iniziative nemmeno del suo assessorato, feste e iniziative di Civ e associazioni, ma non lo trovi per le ordinanze anti alcol da promulgare in tempo utile, per preparare un piano movida, per occuparsi dello scempio di via San Lorenzo e degli opi e che non ci sia mai quando c’è de assumersi responsabilità e prendersi critiche. Risulta ai bene informati che Luca Remuzzi (anche lui leghista), presidente della commissione comunale Sviluppo Economico, si stia spazientendo per la mancata disponibilità dell’assessore a trovare una data per una riunione sui temi di sua competenza. Al centro storico serve un assessore che ci metta il tempo, l’impegno per i temi più seri e anche la faccia, se occorre. Amministrare non è solo tagliare nastri e fare foto in posa.


Prima che si perda nei meandri del web, riportiamo qui l’intervento di Bruno Gabrielli sulle pagine dell’osservatorio Civis, purtroppo non più aggiornato dal 2002. Tanto per far capire a chi sembra ignorarlo cosa è il centro storico.

Dai “Criteri-Priorità atti a migliorare la qualità della vita nel Centro Storico” (Criteria to Improve and Vitalize Inner Cities Settlements), la cui individuazione era tra le finalità di un’intesa stipulata nel maggio del 1991, prendono nome i progetti CIVIS Sistema e CIVIS Ambiente realizzati dal Comune di Genova con il contributo dell’Unione Europea.
L’Osservatorio Civis, dotato di attrezzature hardware e software avanzate, è uno strumento di particolare interesse e di straordinaria validità dimostrativa, poiché si colloca al livello delle esperienze più avanzate in Europa per il migliorare della qualità urbana.
Il compito dell’Osservatorio è quello di svolgere attività informative, di ricerca e di servizio.
In particolare:

  • diffondere informazioni sul centro storico,
  • fornire servizi a sostegno della pianificazione urbana,
  • contribuire ad ottimizzare la gestione operativa degli interventi sul territorio.

Il centro storico: da freno a opportunità

I problemi di carattere gestionale relativi al centro storico costituiscono una cartina al tornasole rivelatrice delle scelte di carattere specificamente urbanistico. L’esperienza amministrativa dimostra che ogni volta che si affronta un tema attuativo, ci si accorge che lo strumento urbanistico è una gabbia troppo stretta e che molto spesso non funziona.

Problemi gestionali nascono soprattutto quando si deve tenere conto di una serie di fattori fortemente interrelati fra di loro, tanto da non poter essere distinti e che quindi non riguardano esclusivamente il campo urbanistico.D’altra parte la realtà di un centro storico come quello di Genova è del tutto simile a quella di altri centri storici molto degradati, con la caratteristica principale, però, forse unica, di non costituire più il centro urbano. Questa trasformazione è avvenuta verso la metà del secolo scorso, quando la città ha cominciato a svilupparsi al di fuori delle sue mura e ha dato origine a un nuovo centro urbano, un centro ottocentesco, anche di notevole valore, mentre nel contempo il centro storico è stato sostanzialmente abbandonato. Si trattava di un centro storico caratterizzato, come tutti, da una forte mescolanza di abitanti. Un abbandono progressivo e generale ha portato la popolazione dai circa ottantamila abitanti della fine del secolo scorso ai circa ventimila di oggi.Questo fenomeno ha interessato tutti i centri storici. Nel caso di Genova si è trattato di degrado anche delle attività economiche. Al momento in cui è stato abbandonato, il centro storico costituiva infatti la città nel suo insieme, che aveva al proprio interno attività commerciali, terziarie e di ogni altro genere. Poco alla volta tutto questo si è allontanato dalla città storica, determinando un degrado dovuto a un fattore che nei piani urbanistici non è mai visualizzabile e che costituisce quella che potremmo chiamare la terza dimensione. Quello di Genova è stato definito, impropriamente, il centro storico più grande d’Europa, cosa assolutamente non vera, con i suoi 113 ettari, dimensione molto minore rispetto, ad esempio, a Venezia o Napoli. In realtà, il centro storico di Genova si distingue soprattutto per essere il più denso d’Europa, dove, a partire dal ‘700, si è verificata una stratificazione in altezza degli edifici, causata dal ritardo con cui la città si è espansa al di fuori delle mura.

Questo, ad esempio, è un fattore di cui è necessario tenere conto dal momento che una parte sostanziale del centro storico è da considerare, dal punto di vista sanitario, inabitabile. È una problematica che coinvolge non solo i piani terra, ma i primi piani, fino al terzo, dal momento che le dimensioni reali degli spazi che separano gli edifici dei vicoli, sono molto ristrette, spesso con una larghezza di due metri, gli edifici presentano fino a sette-otto piani di elevazione.

Questa situazione di degrado ha a sua volta determinato, come in molte altre città italiane, regimi immobiliari molto bassi. Nel centro storico di Genova i prezzi arrivano anche alle otto o novecentomila lire al metro quadrato, vale a dire un regime immobiliare assolutamente basso rispetto alla città. Da ciò deriva ancora che la popolazione faccia un uso assolutamente marginale del centro storico; il centro storico in sostanza è abitato da una popolazione socialmente marginale. Tutti i flussi migratori che sono avvenuti nella città hanno avuto come primo punto di riferimento il centro storico. Ancora oggi nel centro storico risiede una popolazione extracomunitaria di circa 10.000 abitanti, relativamente pochi per una città di 600.000 abitanti; il problema è che sono quasi tutti localizzati nel centro storico. Questa sono le vere questioni con cui si ha a che fare e che comportano problemi di carattere gestionale. Il primo dei quali riguarda certamente il rapporto fra conservazione e rivitalizzazione, un rapporto che abbiamo sempre considerato praticabile e compatibile e che viceversa si sta dimostrando molto conflittuale.

Il primo elemento di cui occorre tenere conto è che il centro storico di Genova gravita interamente su quella importante realtà costituita dall’acqua, ossia è tutto proiettato sul mare: quella parte del porto di Genova che anticamente occupava la parte est del golfo, protetto dal molo vecchio. Si tratta nel contempo di un centro storico molto differenziato al suo interno, con una situazione orografica che vede la città compressa tra il mare e il monte e che offre una spiegazione del ritardo fatale con cui la città si è espansa al di fuori del centro storico.

Come è bene evidenziato dalle immagini storiche, vi è un legame molto stretto tra città e porto che, nel corso degli anni, ha dato alimento al centro storico, cosa che oggi non è più. Il nucleo primigenio della città stessa è databile intorno al VIII secolo a.C., focalizzato su quell’accrocco collinare di cui si sono trovate tracce di mura. Procedendo verso ponente, si nota una lenta rarefazione dal punto di vista della rilevanza architettonica del tessuto urbano, soprattutto quello sorto al di là della porta che prima delimitava il centro vero e proprio, nel quartiere di Pré, costruito fuori mura. Questo aspetto invita a fare una considerazione più generale, da tenere presente quando ci si occupa delle problematiche dei centri storici. Vale a dire che si è soliti considerare il centro storico come un insieme omogeneo, un unicum. Ma questa visione, a mio modo di vedere, costituisce un grave errore, poiché in realtà anche il centro storico è stato sottoposto, nella sua evoluzione, alle stesse condizioni, sostanzialmente, della città contemporanea, ovvero anche il centro storico ha le sue periferie, i suoi centri, i suoi snodi, i suoi punti importanti e quelli meno importanti. Questo aspetto risulta determinante proprio nella gestione, con importanti riflessi ovviamente nella normazione urbanistica che si trova di fronte a condizioni estremamente diverse.

La collina originaria è stata abbandonata all’inizio dell’Ottocento, le grandi funzioni urbane si sono spostate nell’area centrale, dove stanno alcuni assi fondamentali, e qui si sono praticamente insediate tutte le attività importanti, mentre la parte periferica è caratterizzata da una consistenza edilizia molto fragile. Da una parte esiste una città di palazzi, dall’altra una città di case popolari, dell’epoca medioevale naturalmente, dalla struttura molto delicata. Ed è in quest’area che si è verificato il fatto più negativo, consistente nell’aver deciso di aggredire tutta questa realtà attraverso un unico piano d’intervento, piano di natura sperimentale, in gran parte finanziato dal Ministero dei Lavori Pubblici. È stato aperto un grande cantiere, sono state espropriate e quindi allontanate tutte le famiglie e quasi tutte le attività economiche e la conseguenza è stata un contenzioso tra il consorzio delle imprese e l’Amministrazione Comunale da una parte e il Ministero dei Lavori Pubblici dall’altra parte. Il risultato è stato sette anni di fermo cantiere, che ha significato occupazione abusiva di questo patrimonio, da parte di immigrati, con situazioni irreversibili dal punto di vista economico, commerciale e sociale di tutta questa parte di città. Una situazione che il nuovo governo della città, nel gennaio dell’anno scorso (al momento del suo insediamento) ha voluto affrontare prima di tutto rimettendo in moto i cantieri di questo ambito: la fatica è stata enorme, ma adesso i cantieri sono ripartiti. In un contesto di questo genere, il primo problema che si pone è quello riguardante il sistema della proprietà, che di solito i piani urbanistici trascurano molto, e con il quale invece bisogna fare i conti.

Qui si tratta per lo più di situazioni condominiali, con proprietà molto frazionate, dove praticamente ciò che si verifica regolarmente è la presenza di una quota di condomini che non accetta, o non ha la possibilità, di realizzare le operazioni di intervento risanatore.

La soluzione di questo problema ha richiesto (cosa che l’amministrazione pubblica sta appunto realizzando), la costituzione di una agenzia speciale di carattere essenzialmente immobiliare capace di affrontare i nodi connessi a questo genere di operazione. In sostanza, di trovare la soluzione quando, come spesso accade, in un condominio suddiviso tra vari proprietari, alcuni sono disposti a intervenire, ma non hanno le risorse per farlo, altri non sono disposti ad intervenire, ma vogliono andarsene altrove, e così via. In breve, l’agenzia deve intervenire proprio in termini immobiliari, con l’acquisto da coloro che vogliono vendere, e con la ricerca di fondi per coloro che desiderano intervenire ma che non hanno le risorse per farlo, quindi provvedendo a stipulare con gli Istituti di Credito mutui agevolati. Si tratta in sostanza di un lavoro molto dettagliato, che richiede pazienza.

Questo centro storico ha avuto vicende molto contrastate e, se si tiene presente ciò che è accaduto negli ultimi decenni, bisogna dire che, a fronte di quanto viene sostenuto spesso dagli architetti, ovvero che sia sufficiente portare grandi progetti nella città storica per rivitalizzarla, a Genova i grandi progetti sono in realtà stati realizzati, ma il loro effetto sulla compagine storica è stato quasi nullo. Uno di questi grandi progetti, noto a tutti, è quello dell’Expo del ’92, su disegno di Renzo Piano, che ha modificato sostanzialmente tutta la situazione del molo vecchio, in particolare i magazzini del cotone, un edificio di oltre 400 metri, tutta la parte del Millo, un altro magazzino portuale, in un’area che è stata bonificata, o come si dice “restituita alla città”, anche se in realtà la città non l’ha mai avuta. E’stato un intervento significativo e molto importante, che però è rimasto sostanzialmente isolato.

Ma c’è di più. Il palazzo Ducale, un edificio di 40.000 metri quadrati di superficie sostanzialmente disponibili per la cultura nella città.

Anch’esso gravita nella zona centrale, ma non è in grado di imprimere al centro storico un cambiamento forte. Vi sono stati altri interventi, ma l’unico che ha dato un effetto bonificatore è stata la facoltà di architettura, che si è insediata proprio nell’accrocco centrale della città storica antica e questo ha in effetti determinato un cambiamento dei regimi immobiliari e un miglioramento delle condizioni al contorno .

Perchè il titolo del mio intervento è “Il centro storico: da freno a opportunità”? Oggi il centro storico è la palla al piede dell’amministrazione. Questo va detto molto chiaramente anche se il termine può sembrare crudo. Il centro storico è un patrimonio straordinario fatto di palazzi straordinari. A Genova abbiamo duecento palazzi, notificati attraverso il sistema dei “rolli”, al cui riguardo recentemente è uscita una pubblicazione a cura di Ennio Poleggi, lo storico urbano della nostra città. Questi duecento palazzi costituiscono la reggia della città repubblicana, nel senso che, a partire dal 1573, un decreto della Repubblica impose ai proprietari di questi palazzi di dare asilo agli ospiti della Repubblica stessa. Questo patrimonio è molto importante, ma quasi del tutto sconosciuto, segreto, nascosto all’interno di questo magma che rende difficilissimo riconoscere quelli che sono gli elementi fondamentali della città storica.

Supponiamo che in una città della Spagna, paese piuttosto di moda, si fossero fatti interventi così importanti nella città storica. Ebbene, se ne trarrebbe grandissimo vanto e soprattutto si avrebbe una ricaduta molto positiva, anzitutto dal punto di vista della psicologia collettiva e sotto ogni altro aspetto. Al contrario, a Genova, oggi, il centro storico, nell’immaginario collettivo, è uno dei posti dove non andare. Si è soliti considerare il centro storico di Genova come un centro medievale, ma in realtà il centro storico di Genova per il 23,5 % è costituito da edifici riedificati dopo la guerra, dopo i bombardamenti. Quasi un quarto, dunque, del patrimonio edilizio del centro storico è postbellico, cosa da tenere ben presente al fine di comprendere a fondo quali siano i problemi che si pongono.

La disciplina urbanistica del centro storico deriva da un censimento dettagliato, realizzato con schede per ogni edificio. Si tratta di 5.000 edifici, censiti grazie ad un lavoro enorme svolto da un gruppo della facoltà di architettura, coordinato da Ennio Poleggi. Lavoro che ci consente di gestire il centro storico attraverso una conoscenza molto approfondita. Tutto questo patrimonio è ormai ben collocato anche all’interno dell’amministrazione pubblica. Il risanamento deve partire da microinterventi. Questa è condizione necessaria per pensare ad una rivitalizzazione del centro storico. Una delle prime attività in questo senso è la pulizia, costituendo la scarsa pulizia uno degli aspetti più negativi e più difficili da risolvere. La seconda attività riguarda la sistemazione dei selciati dei caruggi. Questa è operazione costosissima, quasi un milione a metro quadro, e tuttavia ormai stiamo terminando la ripavimentazione di tutte le strade del centro storico. Un altro problema molto importante è quello della sistemazione di piazza Caricamento, ormai libera dal traffico, dopo il sottopasso realizzato nel 1992. Qui, in base a un progetto di Renzo Piano verrà eseguita una ripavimentazione di tutto lo spazio antistante l’area del Porto Antico con una spesa, per quanto riguarda solo la pavimentazione, di 12 miliardi, che dà un’idea di quali sono gli impegni che l’amministrazione deve assumersi nei confronti di situazioni di questo genere. Ma, per concludere, il tema sul quale vorrei richiamare l’attenzione è il rapporto tra porto e città. Tutta la parte che va dal molo vecchio fino al ponte Andrea Doria, dove è collocata la stazione delle crociere, verrà riservata alla città, in accordo anche con l’autorità portuale. Con una trasformazione, quindi, poco a poco, di un’area storica che da portuale diventa urbana.

Resta l’interrogativo su che fare soprattutto della darsena comunale.

Questa darsena nasce a seguito di una graduale riforma dell’arsenale medievale. L’edificio denominato “Quartiere Galata” affacciato sull’acqua, costituito da cinque gallerie parallele voltate, propone qualche difficoltà nella destinazione. Intendiamo dedicarlo al museo del mare e della navigazione, che sarà anche un po’ il museo della storia urbana. Abbiamo poi il grande ponte Parodi, oggi occupato da un enorme silos granario, che vogliamo demolire per fare spazio a quella che vorremmo concepita come una grande piazza urbana, tutta sull’acqua. Questo potrebbe essere un modo con cui richiamare gli interessi e l’attenzione sul centro storico soprattutto per quelle che sono le sue grandi carenze dal punto di vista dello spazio pubblico. Manca infatti completamente uno spazio pubblico aggregante. Su questo ponte però abbiamo anche l’idea di realizzare un edificio a carattere ludico, culturale e scientifico, che abbia, anche dal punto di vista architettonico, i caratteri che ha assunto, dal punto di vista attrattivo, per fare un esempio, il Guggenheim di Bilbao. Per fare questo è in atto un concorso internazionale.

Ciò che vorrei dire in conclusione è che in una situazione di questo genere, che peraltro ha riflessi e connotazioni che possono essere riferite anche ad altre situazioni italiane, il problema è quello di agire su due fronti. Uno è quello del microintervento risanatore con cui cercare soprattutto di determinare delle vere e proprie possibilità manutentive, cosa che oggi non è, nel senso che gli odierni problemi di manutenzione non possono essere risolti se non si fanno interventi propedeutici. L’altro è invece quello di puntare su alcuni grandi interventi che possono in qualche modo dare vita a un sistema. In altri termini, se il porto antico non ha

ancora avuto delle ricadute sul centro storico, il completamento dell’intero arco portuale, andando a costituire massa, data la consistenza dell’intervento, dovrebbe consentire il rispiegarsi di effetti positivi forti, sia in termini di generale utilizzo, sia in termini di mofifica dei regimi immobiliari, in modo da poter effettivamente contare su un diverso titolo di appartenenza al centro storico da parte dei suoi cittadini.

BRUNO GABRIELLI, assessore alla Qualità Urbana.

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