Movida, segnali di miglioramento. I gestori dei locali: «Bisogna dare alternative ai giovani»

Rispetto alla scorsa settimana anche gli abitanti riconoscono che va un po’ meglio (soprattutto in alcune zone). Fiepet Confesercenti sottolinea la prospettiva sociale della questione. Resta da risolvere urgentemente il problema del pubblico esercizio a cui è stata sospesa la licenza dopo una semplice inadempienza amministrativa (l’omissione della denuncia dell’insegna) come ai colleghi che hanno ricevuto invece sanzioni per problemi di vivibilità e persino denunce

In molti dei luoghi della movida del centro storico ieri è andata meglio della settimana precedente. Sarà stata la paura della sanzione da 500 euro per chi beve per strada, sarà stata la chiusura di 5 locali (dei quali uno, come vedremo, incolpevole) tra via delle Grazie, via San Donato, Erbe tra vico Mezzagalera e vico Biscotti, sarà stata la tradizionale “transumanza” dei giovani verso i lungomare e le riviere, ma ieri è andata davvero meglio, anche se non dovunque. La strada è lunga ma, quantomeno, sembra essere stata imboccata.

L’approccio voluto dal Sindaco Marco Bucci (quantomeno il primo passo, con provvedimenti d’urgenza, a cui faranno seguito interventi ti tipo sociale e il tentativo di delocalizzare ai Magazzini del Cotone almeno parte della vita notturna dei carruggi) ha funzionato come “pronto soccorso”. Ora serve il resto della cura.


«Il problema è sociale: i ragazzi hanno poco da fare in città – spiega Pierpaolo Cozzolino, delegato di Fiepet Confesercenti per il centro storico -. Al di là problema sociale da affrontare, il problema pratico sta in un crocicchio di vie e 10 locali tra tutti che causano problemi. Il regolamento esiste, anche se è da aggiornare, e va applicato». Cozzolino affronta, poi, il tema dei temi: «Il centro storico non può essere scambiato per il parco divertimenti dove tutto si può fare – dice -. A Bologna sono state introdotte aree di decompressione e si sta andando verso la civile convivenza con i residenti. Qui non ci sono alternative da anni per i giovani. Non ci sono posti dove fare musica dal vivo o spazi per i concerti. Mancano iniziative come era Zena Zuena. Bisogna trovare un’aLternativa senza demonizzare i giovani, è necessario dare qualcosa ai ragazzi, capire quali alternative offrire, poi identificare le zone, Penso, ad esempio, al forte Begato, sul Righi. Poi si deve identificare bene quali sono le zone del centro storico dove si verificano i problemi e intervenire lì. I problemi che hanno gli abitanti sono problemi anche per noi. Io, ad esempio, chiudo il mio locale in via Giustiniani all’una perché è un ristorante e ho impostato il lavoro in modo da poterlo fare. Speriamo di trovare il modo di far ripartire la convivenza coi residenti e che la questione si risolva una volta per tutte. Va rinforzato il messaggio che il centro storico non è il parco giochi. Al tavolo con il Comune è emerso da parte della categoria la disponibilità a dare una mano a risolvere i problemi anche per la gestione delle aree alternative. Cerchiamo una soluzione assieme».


Resta, dicevamo, il problema del locale fatto chiudere per 30 giorni e obbligato a chiudere alle 21 per i successivi 6 mesi solo per un’inosservanza di tipo amministrativo: la mancata richiesta per l’insegna. Insegna già esistente e in passato autorizzata che gli attuali titolari hanno “ereditato” quando hanno rilevato l’attività. Vero che avrebbero dovuto inoltrare una nuova richiesta. Tuttavia, il locale non è tra quelli contestati dalla popolazione: non lo era prima e con la nuova gestione aveva aperto una sola sera dopo la fine del lockdown (la sera dei controlli) e con tanto di guardiano alla porta. Tanto che nelle foto della serata si vede chiaramente che in corrispondenza del locale e solo lì si apre un vuoto nella folla. Non le sono stati contestate inosservanze legate a schiamazzi dei clienti né vendita di alcol ai minori. Semplicemente, si trova nell’epicentro del caos: via San Donato dove l’attività viene danneggiata essa stessa da altre attività che non rispettano le regole. Una di queste è stata chiusa. Altre, incomprensibilmente, sono invece rimaste aperte.
Quanto è accaduto ha suscitato critiche e timori da parte dei gestori sani della movida, che ora temono analoghe chiusure per una minima inosservanza che nulla ha a che fare con l’ordine pubblico, normalmente sanabile con una sanzione. Chi ha deciso la chiusura al di fuori delle regole canoniche non ha forse pensato che dietro ogni azienda c’è un proprietario che ha una famiglia da mantenere e che è giusto calcare la mano, ma solo con chi causa disagi reali. Dopo 15 mesi di chiusure, la sospensione della licenza per 30 giorni e la chiusura alle 21 in zona movida significano quasi certamente la chiusura definitiva dell’impresa e per il mancato permesso a un’insegna pare decisamente troppo. Se per le aziende che non vogliono rispettare le regole di convivenza con gli abitanti (e di sicurezza) la misura draconiana rappresenta l’estrema ratio, necessaria in mancanza di ravvedimento, per il caso dell’insegna non autorizzata si fa davvero fatica a comprendere il criterio. Bisogna vedere ora se Tursi, come auspicano in tanti, deciderà di annullarla in autotutela anche per evitare eventuali rivalse che avrebbero un costo per la collettività.

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