Cartabia, lo spirito di coesione della Liberazione indica la strada per la lotta al Covid e per il Paese

«La Liberazione, prima, e la ricostruzione, poi, furono possibili grazie allo spirito di unità nazionale in vista del bene comune che animò tutte le componenti della Resistenza; uno spirito necessario, allora come oggi, per far fronte a evenienze eccezionali, come quella che stiamo attraversando da più di un anno». Questo ha detto il ministro della Giustizia Marta Cartabia al Teatro “Carlo Felice” nel corso delle celebrazioni per il 25 Aprile, ricordando il valore della Costituzione che è «il frutto della coesione e della solidarietà tra diversi»

Ecco il testo del discorso del ministro Cartabia

Saluto le autorità civili militari religiose e tutti i cittadini e le cittadine che partecipano anche da remoto a questa celebrazione.

Il 25 aprile segna la Festa della Liberazione dell’Italia dall’occupazione nazifascista. È per me un onore e motivo di vera commozione essere stata invitata oggi a celebrare questa memoria proprio a Genova, e per il ruolo decisivo che la Città – medaglia d’oro della Resistenza – ebbe nella liberazione dell’intero paese, e per il modo con cui la liberazione fu condotta a termine in questa terra ligure.

Ritorniamo ancora una volta ai fatti, soffermiamoci sui frangenti terminali di quei 20 mesi, i più lunghi dello scorso secolo, puntiformi nel tempo, eppure carichi di portata storica e valenza epocale, di cui oggi facciamo memoria.

Il 25 aprile del 1945 alle ore 19.30 a Villa Migone il Generale Günther Meinhold appose la storica firma all’atto di resa delle truppe tedesche al cospetto del Presidente del CLN-Liguria, Remo Scappini che, ricordando quello storico passaggio, notava: «Quando venne finalmente sottoscritta la resa, tutti tirammo un sospiro di sollievo». Parole semplici, parole di un operaio che seppe esprimere e rappresentare l’anelito di liberazione dei protagonisti e di tutto il popolo italiano.

Alle ore 9 del 26 aprile del 1945, Paolo Emilio Taviani dalla stazione radio di Granarolo, sulle alture di Genova, annunciava che: «Per la prima volta, nel corso di questa guerra, un corpo d’esercito agguerrito e ben armato si è arreso dinnanzi a un popolo. Genovesi esultate! Genova è libera!».

Il 27 aprile, il Generale Edward Mallory Almond, Comandante della 92° divisione Buffalo entrava in una città in cui si era già insediato il Sindaco Vannuccio Faralli, liberato dal carcere di Marassi, già all’opera per riportare la vita cittadina alla “normalità”. Quello scenario fece pronunciare agli ufficiali alleati la famosa esclamazione: “A wonderful Job! Ottimo lavoro, ragazzi!”.

Quella firma del 25 aprile pose fine nel capoluogo ligure all’occupazione tedesca e agli orrori della Seconda guerra mondiale: una guerra che aveva provocato in Italia e in Europa le più infami atrocità e le più immani devastazioni.
Il rischio che le fasi finali della liberazione portassero ovunque distruzione e morte, come era avvenuto a Varsavia, dove l’insurrezione era stata soffocata nel sangue e la città rasa al suolo, non era una remota eventualità. La situazione era incerta, rischiosa, confusa, angosciante, e avrebbe potuto evolvere in una massiccia perdita di vite umane e in una generalizzata distruzione di risorse.

Genova non fu la Varsavia italiana. A Genova le cose andarono diversamente.
La liberazione anticipò l’arrivo degli alleati e fu sancita da un accordo, firmato da nemici irriducibili, due uomini appartenenti a mondi lontanissimi: un operaio comunista e un generale della antica tradizione militare prussiana, il cui incontro fu reso possibile dalla mediazione di un terzo, come sempre avviene di fronte a dissidi insanabili: quel terzo fu Alfredo Carmine Romanzi, futuro docente e rettore dell’Università di Genova.
Quella firma, siglata da uomini che si erano combattuti strenuamente e in modo efferato, contribuì a coltivare un terreno fertile ove poterono attecchire le radici del difficile processo di ricostruzione morale e materiale dell’Italia e dell’Europa devastate da decenni di totalitarismi e di guerre.

In questa ricorrenza, vorrei soffermarmi su due considerazioni, particolarmente evocative per il nostro oggi, così segnato da un anelito di “liberazione” e di bisogno di “ricostruzione”, sia pure a fronte di un assedio di natura e aspetto non comparabile a quello delle condizioni dell’epoca. L’assedio della pandemia oggi non ha il volto di un esercito nemico, militarmente armato da sconfiggere. L’oppressione che da un intero anno grava sulla vita sociale non è dovuta a mano d’uomo né a un cieco disegno politico o militare. Ma, oggi come allora, in un contesto diverso e, per molti aspetti imparagonabile, ci troviamo a un crocevia della storia dove, di nuovo, imperioso si affaccia il bisogno di liberazione e di ricostruzione. Liberazione dalla malattia, dalla morte, dalla paura, dalla angoscia, dalla solitudine, dall’isolamento, dalla incertezza, dalla povertà. Ricostruzione di legami, di prospettive, di posti di lavoro, di prosperità economica.
Ecco che, allora, ricordare e festeggiare il 25 aprile è una occasione per imparare dalla storia, ben consapevoli che l’insegnamento che si può trarre dalla storia non è tanto legato alle specifiche soluzioni elaborate con più o meno successo in altri frangenti, quanto al metodo tenacemente applicato e alla tensione morale risolutiva che muoveva l’azione dei protagonisti.

La singolare e straordinaria modalità di azione con cui Genova giunse alla liberazione merita due sottolineature di metodo, appunto, di cui far tesoro anche nella nostra contemporaneità.
La prima: a Genova la resa tedesca fu possibile grazie al coinvolgimento di tutti i protagonisti, che furono capaci di una straordinaria coesione, al di là di ogni innegabile differenza politica, sociale e culturale. Grazie, cioè, a una mobilitazione unitaria.
La seconda: la lotta per la liberazione pose le basi per la ricostruzione del paese e per la nascita della repubblica.

Una mobilitazione unitaria.
A Genova un intero contingente tedesco era capitolato; era capitolato non al cospetto di un generale nemico, di un potente esercito superiore per dotazioni e abilità militari; era capitolato di fronte alla mobilitazione di un popolo, coordinato sotto il profilo politico dal Comitato di liberazione nazionale e unito nella determinazione a porre fine alla occupazione e alla oppressione, e a porre le basi della nuova Italia in vista di un futuro di pace, libertà, giustizia, prosperità.
A Genova, come in altri luoghi d’Italia, la liberazione avvenne anche grazie al concorso della resistenza civile, certamente meno visibile ed eclatante rispetto a quello della resistenza armata, ma non meno rilevante per l’importanza del contributo che seppe fornire a sostegno dei combattenti, offrendo rifugio, alimenti, protezione.
E su questo fronte, il ruolo delle donne, non dimentichiamolo, è stato troppo a lungo sottovalutato.
Donne e uomini, civili e arruolati, contadini e operai, cittadini e montanari, bianchi e rossi, persone di ogni appartenenza politica seppero lasciar prevalere le forze di coesione sulle spinte centrifughe, in vista del comune condiviso imperativo dato dalla riconquista della libertà.

La storiografia ha concordemente sottolineato i caratteri di particolare unità della resistenza genovese e ligure in generale. Giancarlo Piombino, in un saggio dal titolo significativo, L’unità partigiana in Liguria, osserva: «La Liguria costituì un’esemplare eccezione di unità militare partigiana» (p. 217). Il movimento di liberazione qui fu fortemente unitario, nonostante i contrasti tra, e all’interno delle, formazioni politiche che costituirono il CLN. La tenuta unitaria “di tutte le forze sane della Liguria” – come ebbe a dire Paolo Emilio Taviani nel proclama da lui redatto per annunciare la liberazione della città – la tenuta unitaria di tutte quelle forze consentì di stemperare gli antagonismi e mantenere vitale la collaborazione.

Questo spirito di coesione, capace di perseguire l’obiettivo della liberazione senza farsi distrarre dalle differenze e dalle divergenze, è una ricchezza che la storia della Resistenza ligure può offrire a tutto il paese anche in questo nostro presente. La liberazione, prima, e la ricostruzione, poi, furono possibili grazie allo spirito di unità nazionale in vista del bene comune che animò tutte le componenti della Resistenza; uno spirito necessario, allora come oggi, per far fronte a evenienze eccezionali, come quella che stiamo attraversando da più di un anno.
Paolo Emilio Taviani, nel suo Pittaluga racconta. Romanzo di fatti veri, ricorda che «[c]omunisti e democristiani s’erano messi d’accordo per un’organizzazione unitaria sui monti: il futuro esercito partigiano. A Cichero, due uomini – Bisagno, cattolico, e Bini, comunista – venivano da tutti riconosciuti, fin da settembre [’43], come i capi della guerriglia del Levante. Non si trattava d’un concordato, né d’un compromesso. Era una convergenza che, per le necessità della guerra, superava e appianava le non trascurabili differenze e gli inevitabili contrasti» (p. 18).

Lo spirito di coesione, di mobilitazione e di unità nazionale non è conquista che si dà una volta per tutte. Anche allora non mancarono momenti di grande tensione, persino di scontro. Non devo essere io a ricordare al popolo genovese le tensioni che si consumarono a poche settimane dalla liberazione, nel febbraio-marzo del 1945 proprio a riguardo della divisione “Cichero”. La spaccatura venne con gran fatica ricomposta, e non senza un costo.

In una delle narrazioni più avvincenti della Resistenza che ci ha consegnato la nostra letteratura, Il partigiano Johnny, Beppe Fenoglio ritrae alcuni giovani che discutevano lungamente e animatamente su quali fossero i requisiti del vero partigiano. Ciascuno rivendicava una superiorità della propria parte ideologica. E mentre disquisivano sull’essenza e sulla finalità dell’essere partigiano, a rischio – come qualcuno ironicamente sottolineava – di essere nel frattempo colti di sorpresa da un’incursione dell’oppressore, il loro professore di liceo «si voltò un’ultima volta e disse con la faccia stanca, aggravata dalla barba trascurata – Ragazzi, teniamo di vista la libertà» (p. 25).
Non perdere di vista la libertà.

Non perdere di vista l’obiettivo ultimo di tutto quell’impegno, quella fatica e quel sacrificio, la libertà appunto, fu essenziale per contrastare le inevitabili fratture che insorsero tra le varie componenti.
Non perdere di vista l’obiettivo ultimo è necessario ora come allora per conquistare la liberazione e avviare la ricostruzione.

La ricostruzione.
I lunghi mesi di guerra e di Resistenza furono anche il luogo genetico della Repubblica, che si sviluppò attraverso tutta la fase costituente in vista della ricostruzione morale, politica e materiale del Paese. Molti protagonisti della Resistenza furono anche protagonisti della Assemblea costituente.
Tra tutti gli uomini che assunsero un certo rilievo attivo nella Resistenza ligure, Paolo Emilio Taviani fu eletto nel 1946 alla Costituente, insieme al primo sindaco di Genova dopo la liberazione, il socialista Vannuccio Faralli e al democristiano Filippo Guerrieri.
La partecipazione dei protagonisti della Resistenza alla scrittura della Costituzione e alla vita politica degli anni immediatamente successivi non è un fatto casuale.

Nel corso del 70° anniversario del 25 aprile, il presidente della Repubblica, intervenendo a Milano, osservava: «È la Costituzione il frutto principale del 25 aprile. È la pietra angolare su cui poggia la civiltà e il modello sociale che i nostri padri ci hanno lasciato. Ed è anche la strada maestra sulla quale camminare ancora».

La Costituzione è figlia di quella capacità di coesione e di solidarietà tra diversi, in vista di uno scopo comune, che caratterizzò i mesi della Resistenza, specie in questa terra. E tuttavia, il perdurare di quel clima dopo la fine della guerra non era affatto cosa scontata. Lo spirito di solidarietà nazionale dei Comitati di liberazione nazionale avrebbe potuto facilmente deteriorarsi in quella congiuntura internazionale che sinteticamente chiamiamo della “guerra fredda”. Non accadde. O meglio, accadde senza intaccare i lavori dell’Assemblea costituente e senza comprometterne il risultato.
Emblematico è il passaggio del 13 maggio 1947, data in cui, nel pieno dei lavori dell’Assemblea costituente, il Presidente del Consiglio, De Gasperi, aprì una crisi di governo che portò alla esclusione delle componenti comuniste e socialiste dalla compagine governativa. La crisi segnava una frattura profonda tra le forze politiche. Con quella svolta si formalizzava la rottura dell’unità antifascista, con effetti che si sarebbero proiettati a lungo nel tempo.
Eppure, l’estromissione delle forze politiche di sinistra dal governo non produsse ripercussioni negative sui lavori della Costituente, non ne compromise gli esiti, né riuscì ad intaccare i fondamenti della Costituzione che ben può dirsi “nata dalla Resistenza”.

I suoi principi fondativi – dalla libertà all’eguaglianza alla solidarietà, dal modello economico all’architettura giurisdizionale – sono articolati secondo declinazioni originali, frutto di un intenso confronto che ha coinvolto tutti gli esponenti delle principali componenti culturali rappresentate in Assemblea costituente – la liberale, la socialista-comunista e la cattolica. Le diverse visioni ideologiche si presentavano spesso assai divaricate e non mancarono momenti difficili. L’opera di mediazione svolta da molti componenti dell’Assemblea costituente per riconciliare le posizioni antitetiche non si limitò mai alla mera ricerca del compromesso, in ossequio alle basilari regole dell’arte politica, ma fu tesa ad elaborare nuovi punti di sintesi culturale.
Originalità di contenuti e ricerca di soluzioni unificanti, inclusive e ampiamente condivise, caratterizzarono il lavoro costituente nella elaborazione dei principi cardine dell’ordinamento costituzionale italiano.
Di questo spirito, capace di contenere le tensioni di parte in vista di una costruzione comune, di questa apertura culturale, di questa disponibilità d’animo e di questa capacità di sintesi e di questa creatività che sono alle origini della nostra convivenza civile c’è bisogno oggi più che mai, in questo tempo di ricostruzione – recovery – che i cittadini italiani attendono.
Far memoria dell’origini significa tener vivo lo spirito che permise la nascita della Costituzione repubblicana. Uno spirito che rifugge gli estremismi nella perenne ricerca di un equilibrio, secondo un metodo che Romano Guardini, ne L’opposizione polare, descrive come ricerca inesausta del «punto di raccordo», nulla «di fisso di cui si possa dire a priori: è qui o lì». Un metodo che nasce da un atteggiamento in cui la vita conosce il senso del limite e così facendo «coglie pure la misura»; dove «misura è accordo, giusto rapporto», «rispetto e accortezza».

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: