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Cristiana, positiva al Covid: 74 giorni per ottenere il tampone

L’allucinante storia di una genovese malata dal 9 marzo. Per sapere se fosse guarita dal Coronavirus ha dovuto pagarsi il test sierologico (ancora debolmente positivo dopo quasi 2 mesi dall’inizio della malattia). Solo a quel punto è scattata la quarantena a cui nei due mesi da infetta non era tenuta per via del tampone mai fatto: quanta gente avrebbe potuto infettare in quei 60 giorni? Quanti sono stati liberi di girare per la città andare a fare la spesa o al lavoro se paucosintomatici o guariti (ma ancora infetti) senza che nessuno li fermasse visto che non sono mai stati sottoposti al tampone e quindi dichiarati positivi? Perché la sanità della Regione Liguria fa ancora così pochi test? Quali conseguenze ha avuto e può avere ancora questa scelta dei vertici di Sanità e Regione?

Questo è il racconto di Cristiana Lombardo, una donna genovese che è tra le tante persone che oggi raccontano la disperazione di coloro che hanno chiesto il tampone e lo hanno ottenuto con molto ritardo o non lo hanno ottenuto mai. Tutta gente che sfugge alle statistiche dei positivi o che, come nel suo caso, risulta tra i negativi, anche se positiva lo è stata (ha avuto i sintomi e lo ha confermato il test sierologico), perché il tampone è arrivato solo dopo 74 giorni, cioè quando era già guarita. C’è un problema che esula anche dal suo caso personale e da quelli di tutte le persone che hanno cercato di essere testate perché stavano male: chi non è risultato positivo al test e non è contatto di caso non è mai stato messo in quarantena. Quanti asintomatici o paucosintomatici sono andati in giro in questi mesi, magari solo per la necessità di fare la spesa o di portare fuori il cane? Quanti sono entrati in contatto coi parenti anziani, magari contagiandoli? Come ha funzionato la prevenzione organizzata dalla Regione Liguria e da Alisa? Perché non sono stati fatti i tamponi alle persone che erano verosimilmente malate Covid? Quanto sono attendibili le statistiche ufficiali alla luce dei tanti casi simili denunciati dagli interessati? La gestione sanitaria del Coronavirus in Liguria è stata ed è appropriata alla luce del fatto che siamo la terza regione per morti rispetto agli abitanti, ma solo la decima per numero di tamponi in rapporto con la popolazione, pur considerando tutti i test molecolari, sia quelli ai nuovi testati sia quelli diagnostici per dichiarare le guarigioni? [Sotto: il racconto di Cristiana]

Fonte: Protezione civile, elaborazione CovidGuard


La mia voce tra le tante voci inascoltate!

La mia storia inizia la notte tra il 9 e il 10 marzo 2020 con dei dolori fortissimi alle gambe, alla testa. Al mattino febbre a 38 e mezzo, altri dolori, tosse tremenda, assenza di gusto e olfatto. Chiamo il medico per segnalare il mio stato e capire se è Covid, mi prescrive tachipirina e mi dice: “vediamo come evolve”. L’ASL non mi chiama. Passano i giorni, la febbre sembra andar via, ma poi torna I sintomi aumentano, vomito, diarrea, dolori ai reni, piaghe, gli occhi bruciano e spurgano. Chiamo il medico che mi prescrive plasil e fermenti lattici. L’ASL ancora, non mi chiama. Dopo 12 giorni la febbre scende. Sono a pezzi, le gambe non mi reggono, mi gira la testa. Il lavoro comincia a intensificarsi con la DaD, e quindi riesco a uscire due volte, ma col terrore di contagiare qualcuno. Intanto è passato 1 mese e mezzo da quella notte. Sono sempre molto stanca. Il 4 maggio Conte annuncia le prime libertà di movimento. Vorrei vedere mia madre, 78 anni, ma non ho idea della mia situazione. Vado a fare l’esame sierologico, a pagamento. È il 7 maggio. Risultato: debolmente, ma ancora positiva. Parte la segnalazione del laboratorio di analisi che mi dice anche di chiamare il mio medico perché anche lui segnali e solleciti per un tampone. Altri 14 giorni di quarantena. Va bene, penso, con responsabilità civile. Al termine di questi, chiamo il medico per avere qualche informazione e mi dice: <Non so cosa dirti. Io non posso fare nulla. Sai quanti pazienti ho, come te, nella stessa situazione? Chiama l’ASL>. Da qui inizia una nuova odissea. Chiamo svariati numeri dal 1500 a tutti quelli dell’Asl ligure. Alcuni suonano a vuoto, altri liberi, ma nessuna voce. Finalmente trovo un’impiegata dell’Asl che sembra accogliere le mie istanze, salvo dirmi che avrei dovuto richiamare il mio medico e dirgli come fare il suo mestiere, che tutto deve partire da lui. Mi detta addirittura l’indirizzo email al quale il mio medico avrebbe dovuto scrivere, il nome del dottore del centro Covid. Mi rifiuto. Non sono io che devo dire come fare il lavoro a un medico. Mi altero, il mio sistema nervoso è in frantumi. Alzo la voce. Finalmente chiamano direttamente il medico del Covid che, gentilmente, mi prende un appuntamento per il tampone. Dopo 74 giorni vengo dichiarata guarita e posso uscire e incontrare mia mamma. La storia finisce qui, senza problemi respiratori e fortunatamente viva, ma senza aver ricevuto nessuna cura dall’ASL ligure.
Forse, ma dico forse, si poteva spendere qualche euro per mappare la città con i tamponi e non solo per il il traghetto trasformato in ospedale.

Cristiana Lombardo
(da Facebook)

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