Africani immuni? I medici: “È una bufala da social”. La situazione a Genova
Burioni: “Chi è dotato di sprezzo del pericolo può venire dove mi trovo, al San Raffaele di Milano, per controllare di persona che non è vero”. Bassetti: “Fake news da social network”. Ecco cosa succede nella nostra città non solo per quanto riguarda le comunità straniere, ma anche per tutto il Terzo Settore
Il tema circola per i social, in un misto di ignoranza, paura e razzismo, fattori che vanno spesso a braccetto. A lanciarlo, invece, a livello politico è stata una consigliera comunale leghista del Comune di Piacenza.

L’interrogativo non è rimasto confinato solo tra quelli che sono su posizioni anti immigrazione. Qualcuno ha sperato che ci fosse un fattore genetico o una ragione qualsiasi (ad esempio un tipo di vaccino che in Africa si fa e in Europa no, per mancanza di epidemia di una specifica malattia) su cui basare una potenziale cura.
Noi abbiamo posto ieri domanda diretta al direttore della clinica di Malattie Infettive del San Martino, Matteo Bassetti, che è stato lapidario: il tema non esiste: <Si tratta di bufale da social>. Leggende metropolitane che è bene smentire ufficialmente.
Se su una cosa Bassetti e Roberto Burioni, medico, accademico e divulgatore scientifico di grande fama nazionale, vanno d’accordo, è proprio questa.

Vero è che a Genova non si sono registrati morti di origine africana, per ora, mentre ce ne sono state di immigrati di altri paesi. Vero è anche che l’epidemia, al momento, sta risparmiando il continente, con un numero di contagiati relativamente basso rispetto alla popolazione. 18 dei 54 Paesi non registrano casi. Niger, Uganda, Eritrea hanno registrato un solo contagio a testa. 34 morti in tutta l’Africa e il doppio di guariti. L’Africa è, purtroppo abituata a ben altro: i 4000 bambini morti in Congo e i 200.000 contagiati ogni anno dal morbillo. I paesi africani hanno reagito più tempestivamente di noi. La Nigeria, ad esempio, ha chiuso le scuole sulla scorta di quanto è accaduto in Cina e in Italia con soli 8 casi positivi. In Sud Africa sono stati aperti centri per test a tappeto.
Cosa succede in Italia e a Genova in particolare? La popolazione africana sul territorio, anche rispetto ad altri gruppi di immigrati (ad esempio i sudamericani che hanno riunito qui le loro famiglie) ha un’età media molto bassa e si sa che il virus aumenta la sua pericolosità proprio con l’aumentare dell’età. Si tratta soprattutto di maschi giovani che meglio della popolazione italiana dall’età media elevatissima sono nelle condizioni fisiche di resistere e, salvo patologie pregresse, vivere la malattia come un’influenza un po’ più “pesante”. Questo è il fattore positivo, mentre il potenziale fattore negativo è rappresentato dal fatto che non di rado, questi gruppi di maschi giovani vivono in case dormitorio, con anche 20 inquilini, a contatto gli uni con gli altri. Facile immaginare che se uno si ammalasse sarebbe contagiato tutto il gruppo. Sulle prime, ad esempio, i gruppi che vivono nella zona di Pre’ uscivano la sera per ritrovarsi, come sempre, nella strada. A fronte di frequenti passaggi di Polizia Locale (col megafono che annuncia il divieto di stare per strada) e forze dell’ordine, hanno capito che non si trattava dei soliti controlli di sicurezza, ma che erano misure di sanità. E si sono chiusi in casa. Solo che ora hanno finito il cibo. Si sono organizzati ed esce uno per tutti. Gli africani sono normalmente molto più solidali di noi, si chiamano fratelli l’uno con l’altro e spesso non fanno nemmeno distinzione di paese tra di loro. Si aiutano e basta. Quindi a fare la spesa esce uno solo, uno di quelli che hanno il permesso di soggiorno.
Per ora a Genova la situazione è che nessun africano è stato portato d’urgenza agli ospedali in condizioni gravi. Non ci sono casi di contagio né tra i migranti della Croce Bianca né tra quelli del Campus di Coronata dell’ufficio Migrantes della Curia, diretto da don Giacomo Martino, ne tra le comunità gestite da Arci. Stefano Kovac, portavoce genovese del Forum del Terzo settore e Walter Carrubba presidente della Croce Bianca Genovese, spiegano che le piccole comunità di migranti vengono controllate per la presenza in casa con ripetute chiamate a sorpresa. Tuttavia ci sono comunità, quelle grandi, con servizi comuni, che non possono evitare il contatto. Il Terzo Settore non cura solo comunità per migranti, spiega Kovac, ma anche per soggetti deboli di vario tipo:tossicodipendenti, malati di Hiv, alcolisti, disabili che hanno perso i genitori, rsa per anziani che hanno bisogno di assistenza sanitaria e case di accoglienza per anziani autosufficienti, strutture per minori. Sono tutte potenziali bombe innescate perché prevedono l’intervento di personale. Se uno dei soggetti (attualmente tenuti tutti all’interno: chi era dentro sta dentro, chi non era dentro al momento non può entrare) si ammala, è inevitabile il contagio in massa, che toccherebbe anche gli operatori che porterebbero a loro volta fuori il virus. <Per quanto riguarda le strutture che si occupano di disabili e anziani non autosufficienti – conclude Kovac – il contatto ravvicinato è inevitabile>.
Per quanto riguarda i migranti, il rischio non risiede tanto nelle comunità, controllate, che garantiscono che eventuali casi non restino sommersi e il rispetto delle normative anti contagio, quanto nelle persone “invisibili”, sul territorio dopo che gli è stato negato il permesso di soggiorno o lo status di rifugiato senza che lo stato Italiano li abbia rimpatriati. Sono “fantasmi”, hanno paura di essere individuati, certamente non chiederanno soccorso a cuor leggero, se dovessero stare male. Il rischio, anche quello sanitario, ancora una volta sta in una legge che vieta, ma non dà strumenti per evitare rischi sociali e di sicurezza. E, stavolta, anche sanitari.


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