La lettera dell’assassino-suicida: una dichiarazione d’amore finita in un massacro

Non è stata scritta in previsione dell’omicido, ma è comunque recente. Pietro Maroli, 84 anni, stamattina ha fracassato la testa della moglie, Maria Rosa Sanscritto di 80 anni, con una mazzetta mentre stava lavando stoviglie al lavabo. <Grazie per la pazienza con cui mi hai aiutato a vivere questa malattia che mi mangia dentro> le aveva scritto. L’uomo soffriva di una grave forma di depressione, patologia invalidante seconda solo alle conseguenze di malattie cardiovascolari e molto diffusa, soprattutto tra gli anziani. È il terzo omicidio della moglie-suicidio da parte di un uomo a Genova in meno di un mese

Sono all’incirca le 10 del mattino quando Maria Rosa è nella cucina della sua casa del civico 130 di via Piacenza, a Molassana. Sta lavando delle stoviglie e dà le spalle alla stanza. Mentre l’acqua scroscia nel lavabo il marito, l’ottantaquattrenne Pietro Maroli, si avvicina con una mazzetta da carpentiere in mano. Succede tutto nel giro di pochi minuti: lui vibra una serie di colpi, senza pietà, sulla testa della moglie che si accascia e muore in un lago di sangue, con il cranio fracassato. Qualche vicino sente le urla: pochi secondi prima che la violenza dell’assassino avesse ragione della voce, poi della vita stessa dell’anziana compagna di una vita. Dopo Maroli, che ha problemi di vista e di udito, prende una sedia, ci sale sopra, apre la finestra, prende lo slancio e si lancia nel vuoto. I vicini sentono un tonfo sordo. Si affacciano. Vedono il corpo dell’uomo già senza vita nel cortile dell’edificio, chiamano il 112.
È finita così, nella disperazione di una malattia psichiatrica trasformata in violenza estrema, la vita di una coppia di anziani segnata profondamente, negli ultimi anni, dalla depressione dell’uomo.

La depressione è il disturbo mentale più diffuso secondo l’Istat che stima che in Italia i malati superino i 2,8 milioni: il 5,4% delle persone di 15 anni e più. Rispetto alla media dei paesi europei, in Italia la depressione è meno diffusa tra gli adulti e tra i 15-44enni (1,7% contro 5,2% media Ue) mentre per gli anziani lo svantaggio è di 3 punti percentuali. Al crescere dell’età aumenta la prevalenza dei disturbi di depressione e ansia cronica grave (dal 5,8% tra i 35-64 anni al 14,9% dopo i 65 anni).

Pietro Maroli era in cura proprio per la malattia che toglie la gioia e la voglia di vivere. I carabinieri hanno trovato in casa le medicine che assumeva per questa grave patologia, mentre non hanno trovato altri farmaci che potessero essere assunti dalla moglie per guai con la salute: la donna, malgrado l’età, non aveva malattie gravi. Maroli non ha ucciso, come Aurelio Ottaviani, il 21 gennaio scorso a Certosa, perché non sopportava più le sofferenze della moglie. Era lui a stare male di una malattia psichiatrica che cancella tutto, persino l’amore di una vita. Per questo ha messo in atto quello che si chiama “suicidio allargato”, il gesto estremo della cosiddetta depressione melanconica, una forma gravissima che necessariamente deve essere curata, appunto, con i farmaci, quelli che, alla luce di quanto è successo, non sono bastati ad evitare a Maria Rosa una morte a tradimento, dolorosa, crudele, che la donna mai avrebbe immaginato.

I carabinieri, quando sono entrati in casa, hanno sentito l’acqua del lavello che ancora scrosciava. Quando Pietro si è avvicinato pronto a straziarla con la mazzetta con una ferocia inimmaginabile lei stava lavando qualcosa, probabilmente le stoviglie della colazione o forse stava pulendo della verdura per il pranzo della domenica: gesti quotidiani di una giornata come le altre.

Sono intervenuti subito i militari dell’arma della stazione di Marassi con la Radiomobile, poi il Nucleo Operativo della Compagnia Centro e gli investigatori della squadra scientifica. È stato escluso qualsiasi intervento di terzi. Quando la Mortuaria ha portato via entrambi i cadaveri il caso era già chiuso: un omicidio suicidio come ce ne sono stati tre a Genova in meno di un mese. In tutti e tre i casi la vittima dell’atto omicida è stata una donna. Due di questi hanno riguardato altrettante coppie di anziani e in entrambi questi casi la malattia, fisica o psicologica, ha giocato un ruolo pesante. Nel primo caso, quello di Certosa, la famiglia amorevolmente gli anziani, ma non è bastato. Nel caso di oggi, i coniugi erano soli: non avevano figli e carabinieri stanno faticando a trovare parenti prossimi.

Nella casa di via Piacenza è rimasta una lettera. Non è un biglietto che spiega l’omicidio-suicidio, a cui non è direttamente connesso. È stata scritta di recente, ma non immediatamente prima del delitto. È una dichiarazione d’amore di Pietro a Maria Rosa, un messaggio meditato, pensato, scritto con fatica a causa dei problemi di vista dell’anziano, in cui l’uomo ringraziava tanto la moglie per la pazienza con cui lei lo aveva aiutato a vivere questa malattia <che mi mangia dentro>, che cresce, che ruba il sonno e toglie ogni speranza. Così, stamattina, Pietro ha preso la mazzetta e ha massacrato Maria Rosa. Per non lasciarla sola. Meglio, per l’estremo egoismo di portarla con sé, dopo che nella vita e nella malattia, anche nella morte.

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