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Sui negozi di via Fillak lo spettro dell’usura e del fallimento – La dichiarazione choc di un commerciante VIDEO

Un negoziante ammette di <aver chiesto un prestito personale a una persona della zona che conosciamo tutti>. Altri, più prudentemente, hanno provato con il fondo anti usura, ma si sono visti opporre un diniego. C’è chi non ce la fa a pagare i dipendenti, chi in 24 ore quando va bene, batte in cassa solo uno scontrino per una bottiglietta di acqua minerale. E questo accade da mesi. C’è chi non ha più i soldi per pagare gli studi ai figli universitari e chi non ha più nemmeno quelli per comprare i pannolini a quelli piccini. Via Fillak sta morendo. Senza aiuti: chiusura e povertà per decine di famiglie

<L’ultimo incasso quando chiuso era di 17 €. Ho chiuso perché non ce la faccio più. Non ho chiuso, in realtà: ho smesso di vendere. Ogni giorno dico: “domani riparto”. Per ripartire sto aspettando… Ieri ho chiesto a un prestito personale a una persona o della zona che conosciamo tutti. E stasera dovrebbe darmi una risposta. Se lui mi dà i soldi io domani vado al mercato all’ingrosso a comprare la frutta>. È questa la drammatica testimonianza di un fruttivendolo di via Fillak, nella parte prima del moncone del ponte che chiude la strada.
Via Fillak è un corridoio chiuso, lugubre, dove non passa nessuno dal 14 agosto. Nell’ultimo tratto c’è un silenzio che fa paura, i pedoni sono pochissimi, i negozi della zona hanno perso i consumi di passaggio e quelli dei 600 abitanti sfollati: sono ridotti in miseria mentre le spese dell’attività corrono. Ieri mattina Ivan Spagnolo, presidente dell’associazione della zona, l’artigiano alimentare che aveva aperto 3 giorni prima del tragico crollo, si è sciolto in lacrime nella commissione comunale parlando dei figli che i colleghi non riescono più a mantenere all’Università, di quel collega che, disperato, parla sempre più spesso di suicidio, leggendo la lettera della figlia del riparatore di elettrodomestici che oggi compirà 18 anni e scrivendo ai consiglieri di Tursi ha condensato tutta la disperazione e la rabbia che prova. E anche pensando alla sua attività che non guadagna abbastanza da consentirgli di comprare i pannolini per il figlio piccolo.

Ivan Spagnolo

È lui a rispondere al collega fruttivendolo che ha chiesto i soldi a chissà chi: <Questo, non essendo una banca… Io non so chi sia questa persona, spero che sia una brava persona però potrebbe essere… E non va bene> dice. È un usuraio? Non è vietato dalla legge prestare soldi. È vietato farlo a tasso usuraio e del tasso del prestito non sappiamo nulla. Certo è che lo “stato di bisogno”, una delle condizioni perché si possa parlare di usura, è palese. Il negoziante di ortofrutta è in ginocchio come tutti i suoi colleghi, chi più, chi meno.
<Tutti abbiamo iniziato a chiedere a chi può prestarci dei soldi – prosegue Spagnolo -. Io sono andato a chiedere al fondo anti usura, ma ho ricevuto un “no” perché non ho almeno due anni di attività. Non avendo due anni di attività io posso andare solo dagli usurai>.

In via Fillak abbiamo trovato l’assessore al Commercio Paola Bordilli che stava parlando coi negozianti per capire cosa si può fare per aiutarli. Addolorata quanto chi scrive della situazione di tutti i commercianti della via, esterrefatta e spaventata quanto noi davanti alle dichiarazioni del fruttivendolo. Ha cercato di convincerlo a non prenderlo quel prestito. Lo facciamo anche noi: <Lei è aperto da più di 10 anni. Non è meglio andarli a chiedere al fondo anti usura quei soldi invece che a quella persona della zona?>. <No, è un tapullo. Mi hanno detto “va bene”. Ci provo. Se mi dà una mano ci provo di nuovo e vado avanti perché in un modo nell’altro io dovrei andare avanti>.

Tutta questa conversazione la potete sentire all’inizio del video, parola per parola. E mette i brividi. Tutto avviene in una zona dove in passato sono state scoperte e provate pesanti infiltrazioni della criminalità organizzata.
Poi, la disperazione è cattiva consigliera. Disperazione senza colpe, perché se è vero che il momento del commercio è difficile per tutti, è anche vero che via Fillak dal 14 agosto è rimasta come chiusa in una bolla di assenza di consumi. Se la cava, grazie al ragazzo che va a fare le consegne in scooter, la pizzeria d’asporto. Il resto dei consumi è congelato. Nella bottega dell’artigiano alimentare che offre cibo venezuelano, come in quella di prodotti per la nautica, nell’agenzia di viaggi come al bar, nel mini market che vende prodotti etnici come nei negozi di frutta e verdura che sono sopravvissuti, almeno per adesso. E che ora rischiano di fallire in blocco.

Ogni discorso ha come premessa il cordoglio per le vittime. Ogni accusa finisce per prendere di mira la Società Autostrade. All’inizio, da Aspi qualche aiuto è arrivato: è così, dice un commerciante asiatico, che per ora è riuscito a non chiudere. Ma adesso, a 8 mesi dal crollo, le Autostrade, sostengono i commercianti, dovrebbero mettersi una mano sulla coscienza. Perché, spiegano, la chiusura per molti è vicinissima. E tutti hanno una famiglia, figli che vanno a scuola e che debbono pur mangiare.
Ieri mattina, l’associazione dei commercianti ha chiesto disperatamente aiuto all’amministrazione: c’è un intero quartiere che sta morendo. Qualcuno non ce la fa più a pagare i dipendenti, altri hanno enormi debiti in arretrato per gli affitti (in zona vanno dai 600 agli 800 euro) e anche i proprietari dei muri senza quell’introito non sanno più dove sbattere la testa. Intanto stanno piovendo le bollette della Tari: tra i 400 e 3.500 euro l’anno, a seconda della dimensione e e della tipologia del negozio.

Il bus gratuito che il Comune ha messo a disposizione e arriva da Principe fino al fondo alla barriera della zona rossa porta via, coi suoi passeggeri che non si fermano più nella strada, i pochi consumi che potrebbero rimanere in zona.

La lettera disperata della diciottenne Yasmine letta ieri in commissione comunale

Il commercio nella zona prima del crollo del ponte

Tutti il dramma del crollo del ponte si innesta su una situazione già difficile, più che in altre zone della città. L’analisi l’ha fatta qualche mese fa, su dati autonomamente raccolti nel 2018, Andrea Sinisi delle Officine Sampierdarenesi. 159 i locali commerciali in zona, dei quali 103 occupati e 56 sfitti (il 35,22%, ma oggi quelli vuoti sono molti di più). 34 su 103 le imprese gestite da stranieri, il 33.01% (10 i titolari africani, 8 i sudamericani, 2 i cinesi, 12 gli asiatici (in maggioranza pakistani e bengalesi), 2 gli europei comunitari. La merceologia più diffusa sono gli alimentari (10,09%), seguita da supermercati, discount e mini market (sono attualmente in corso i lavori per l’apertura di un Eurospin) col 9,17%, la stessa percentuale dei negozi di sport e prodotti per il tempo libero. Seguono i ristoranti e fast food (6,42%).
9 i minimarket e 3 i fast food gestiti da stranieri. Tra il 2015 e il 2018 ad andare in crisi sono state soprattutto le attività italiane (-16) mentre quelle straniere sono cresciute di 5 unità. Le aperture, in questo periodo, sono state effettuate per il 55,56% da stranieri. Oltre ai fast food (la ristorazione è in crescita in tutta la città) le nuove attività non propongono più servizi che prodotti: un’agenzia scommesse, un fornitore di assistenza per bilance e registratori di cassa, un centro estetico, un colorificio, un’attività di consulenza, un’attività di forniture industriali, un’attività di impiantistica, due mercatini dell’usato, tre minimarket, un phone center e money transfer, un’impresa di ponteggi, una scuola di formazione, un artigiano che fa serramenti, uno shop H24. Insomma, non esattamente il mix che rende vivace il commercio di una strada. A chiudere, invece, sono stati soprattutto i negozi tradizionali di alimentari 18,18%, i negozi di abbigliamento, calzature e accessori (9,09%), le botteghe artigiane (6,06%). Tra le attività dei servizi a chiudere sono stati soprattutto i consulenti, (12,12), l’impiantistica e i servizi per auto e moto. 6,06%. Un forte ricambio c’è stato tra i titolari dei minimarket e ristoranti e fast food. La fotografia è quella di un territorio commercialmente fragile, dove i consumi si riducono e modificano di anno in anno, anche in relazione al modificarsi della popolazione, sempre più straniera.

La situazione demografica in relazione al commercio

Secondo l’annuario statistico 2018 (dati 2017) del Comune di Genova i nativi genovesi al Campasso erano solo il 46,6% (meno se ne trovavano solo a San Gaetano (46,5), Campi (46,2) e a Pre’ (44%). Nei nativi non sono compresi anche coloro che sono nati in altre zone dell’Italia, provincia di Genova compresa, ma gli stranieri da soli erano 2.684 su 8.738 residenti, cioè il 30% degli abitanti. Gli immigrati sono mediamente più poveri degli italiani (e per questo hanno consumi ridotti), oltre ad avere tipologie di consumi differenti, ad esempio per quanto riguarda gli alimenti, spesso etnici. Da qui il fiorire dei minimarket “dedicati”.

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