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Teatro della Corte, “La cucina” di Binasco è un caos irresistibile che travolge lo spettatore. Le recensione

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Di Diego Curcio

“La cucina” di Arnold Wesker, con la regia di Valerio Binasco, che ieri sera ha aperto la nuova stagione del Teatro della Corte è come un disco di Frank Zappa: un caos irresistibile, curato nei minimi dettagli; una prova di tecnica estrema, eseguita con totale naturalezza. In scena ci sono 24 attori tra cuochi, sottocuochi, camerieri, sguatteri, pasticceri, chef, proprietari despoti e vagabondi: un microcosmo che funziona alla perfezione, grazie a tanti minuscoli ingranaggi oliati a dovere e sincronizzati l’uno con l’altro; un’opera corale dirompente, costruita su tante piccole ma determinanti individualità, dove anche il particolare più insignificante è in grado di fare la differenza.
Insomma uno spettacolo dannatamente difficile per chi lo mette in scena – la regia di Binasco è sublime -, per chi lo recita, ma anche per chi lo guarda. “La cucina” è l’antitesi del teatro minimale contemporaneo, dove gli attori sul palcoscenico sono sempre meno e lo spettatore può tranquillamente concentrarsi su una scena alla volta. In questo caso invece, grazie a un testo in cui il concetto di vita quotidiana come rappresentazione viene portato alle sue più estreme conseguenze, la banalità dell’esistenza, con le sue contraddizioni, le sue storie lasciate a metà e i suoi lati oscuri irrompe sulla scena.
Lo spettacolo è la fotografia di una giornata particolare – ma neanche troppo – all’interno della cucina di un ristornate. Un pezzo della vita di 24 persone, tutte stipate in una stanza e ciascuna con le proprie paranoie. La cucina sembra la catena di montaggio di una fabbrica, un luogo spersonalizzante, in cui si mescolano lingue e nazionalità diverse e dove le tensioni sociali, ma anche quelle affettive e caratteriali, esplodono come tante piccole reazioni a catena. Un teatro civile e sentimentale allo stesso tempo, in cui le difficili condizioni di lavoro degli immigrati o delle fasce più deboli della popolazione sembrano quasi un pretesto per parlare di emozioni. Il politico diventa privato, in un cortocircuito dove la realtà conta più della denuncia.
C’è Peter, interpretato da uno sfavillante Aldo Ottobrino, che, un po’ professor Kranz e un po’ William Foster di “Un giorno di ordinaria follia”, è un biondissimo cuoco tedesco schizofrenico e disperato, che vive una storia d’amore tormentata con la collega Monique. E poi ci sono Gaston, l’addetto alla grigliata impersonato da Lucio De Francesco che parla un “grammelot” impastato di napoletano e turco; il cinico e irascibile macellaio Max (un Andrea Di Casa in forma smagliante), il docile aiuto cuoco Alfredo (un Nicola Pannelli come sempre efficace e poetico), l’addetta alla pasticceria Anne, che ha il volto dell’ottima Elena Gigliotti, lo spregiudicato proprietario Marango, interpretato come un “padrino” da Massimo Cagnina e la già citata Monique – la capo cameriera di cui Peter è innamorato – la cui parte è affidata a una perfetta Elisabetta Mazzullo. E’ davvero difficile non citare praticamente tutto il cast della “Cucina” (composto esclusivamente da attori che si sono formati allo Stabile), anche perché Binasco (grazie al testo di Weskan nella versione di Alessandra Serra) riesce ad assegnare a ciascuno un ruolo fondamentale nell’economia dello spettacolo. E’ un teatro molto cinematografico, ricco di finezze tecniche (come la suggestiva scena a rallentatore che chiude il primo atto) e sincronie micidiali (la sequenza da capogiro di ordini e portate quando la serata al ristorante entra nel vivo). E non è un caso che il primo progetto di Binasco per questo spettacolo fosse proprio quello di farne un film, salvo poi raccogliere la sfida teatrale, sulla scorta di ciò che aveva fatto qualche anno fa Massimo Chiesa che, dopo aver messo in scena “La cucina”, era partito da lì per fondare la sua nuova compagnia ribattezzata per l’appunto The Kitchen.
Come dicevamo, quindi, uno spettacolo per sua natura complesso anche per gli spettatori, visto che bisogna faticare un po’ – soprattutto all’inizio – per entrare dentro l’atmosfera destabilizzante della storia. Ma dopo qualche istante di disorientamento, sono proprie le forti personalità degli attori ad aprire la porta d’accesso al pubblico. “La cucina” è una commedia tragica dove si ride e si resta spiazzati, ci si perde fra litigi furiosi e strani linguaggi (il tedesco che si mescola al napoletano, accenti dell’est europeo che si impastano in una fitta serie di cadenze e inflessioni differenti) e ci si affeziona alle storie strampalate dei personaggi. Al termine del debutto di ieri gli attori, in omaggio ai 65 anni dello Stabile che si festeggiano proprio questa settimana, hanno chiuso lo spettacolo con una canzone dedicata al teatro genovese. Fuori dalla Corte, dopo le 23,15, con la strada chiusa al traffico, è andato in scena uno spettacolo suggestivo e multimediale di luci e immagini – in gergo un video mapping – proiettato sulla facciata dello Stabile. “La cucina” resterà in scena fino al 6 novembre.

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