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Dylan, Fo, il Nobel e la memoria

Per dieci minuti, un quarto d’ora, in qualche modo ha unito tutti gli italiani, a tavola per consumare la cena con, gli occhi al video per il telegiornale delle 20 su RaiUno. Prima che Flavio Insinna e i suoi pacchi incrociassero, come ogni sera, la sorte, buona, cattiva, così e così, di un italiano qualunque, con il problema del tirare avanti da coniugare con i sogni nel cassetto. Dieci minuti, un quarto d’ora in cui, pur di fronte al Tiggi nazionale, per una sera non abbiamo sentito parlare di attentati, e nemmeno di Renzi impegnato fra Italicum e referendum. Temi che poi sono ricomparsi, ma ieri sera la prima notizia è stata quella della sua morte. La dipartita di un premio Nobel che si incrocia, come se fosse proprio un segno del destino, con la consegna di un altro Nobel ad un uomo di spettacolo. Un giullare, un guitto ” che seguendo la tradizione dei giullari medievali dileggia il potere restituendo dignità agli oppressi” che idealmente, abbandonando il mondo terreno, consegna il suo testimone al cantore che ha creato ” una nuova poetica espressiva all’interno della grande tradizione americana”. Lo stesso Nobel per la letteratura conferito a Dario Fo nel 1997 e a Bob Dylan per il 2016. Il premio che già nel 2001 lo stesso Fo asseriva sarebbe stato giusto consegnare al menestrello di Duluth. Cosa che già un anno prima della inusuale consegna al teatrante che sbeffeggiava i potenti, nel 1996 avevano sostenuto Gordon Ball, professore della Virginia Military institut negli USA e la nostra Fernanda Pivano. Ci piace pensare che Fo abbia aperto la strada verso questo premio che unisce due letterati atipici, la cui portata culturale va ben oltre il palcoscenico. Drammaturgo, attore, regista scrittore, illustratore, pittore, scenografo e attivista politico il primo. Cantautore, compositore, scrittore, poeta, attore, pittore, scultore, persino conduttore radiofonico. Il primo premiato a 71 anni. A 75 l’americano che di nome fa Robert Allen Zimmerman. E per l’iconografia è stato un gioco da ragazzi metterli in connessione. L’ironia e la satira di Fo che non cercava il gusto della risata fine a se stesso ed affondava la sua creatività nelle radici del teatro delle corti. Stesso impegno politico contro le ingiustizie sociali per Dylan, definito non a caso un menestrello, un cantore di strada che si rifaceva alla tradizione del blues e degli hoboo americani.
Due irriverenti contro i potentati, quelli che oggi indicherebbero come i poteri forti, guerre e industria delle armi, politici arroganti, corrotti o semplicemente sessisti.
Accade così che due miti della rivolta permanente si ritrovino uniti idealmente nella giornata dedicata alla riduzione delle catastrofi naturali e il giorno dopo la celebrazione della scoperta dell’America. Due personaggi mito che hanno caratterizzato in lungo e in largo la crescita culturale dei ragazzi della meglio gioventù. Quando agli inizi degli anni settanta Fo portava nelle comuni e nei teatri sotto ai tendoni il suo “mistero buffo” e Dylan aveva abbandonato la svolta elettrica-rock per riprendere quella country-acustica. Due miti, Dylan e Fo, che hanno cresciuto la mia generazione delle battaglie per i diritti, per la difesa dei deboli. Annota in un post sulla sua pagina Facebook Filippo Paganini, presidente dell’ordine dei giornalisti liguri, mio coetaneo ” La pietra miliare artistica della carriera di Dario Fo è “Mistero buffo”. Il primo abbozzo di questa commedia fu provato e recitato a Spezia nel 1969, come rivelano anche le enciclopedie del teatro. Durante lo spettacolo, non ricordo se al teatro civico o teatro al Monteverdi, Fo si interruppe. Qualcuno gli aveva segnalato la presenza in platea del capo della squadra politica della questura. Fo gli intimò di uscire dal teatro perché lo spettacolo era riservato solo agli iscritti al circolo “La Comune”. Ci fu un lungo battibecco, poi il poliziotto se ne dovete andare tra gli applausi del pubblico…” Teatro e impegno politico, con tanto di critica, spesso feroce, nei fatti, al teatro borghese e di classe. Ma Dario e Franca coppia sul palcoscenico e nella vita erano così. Politicamente impegnati a difendere gli ultimi. Un’altra genovese Rossella Bianchi presidente della prima associazione dei transessuali e portavoce delle princesse genovesi lo vuole ricordare così’ “Un altro pezzo di storia se ne va. Non tutti hanno apprezzato l’uomo Dario Fo. Non tutti hanno applaudito Fo premio Nobel. Non tutti hanno apprezzato l’attore Fo. Ma tant’e’ non si puo’ piacere a tutti.Poco importa alla gente il mio parere su Dario Fo, io so solo che Dario adorava Don Gallo e Don Gallo adorava Dario Fo. E tanto a me basta. Fra tutti i commenti che ho sentito ce n’e’ uno che mi ha colpito particolarmente per la sua originalita’ ed apparente paradossalita’. E’ il commento di Paola Cortellesi.”Grazie maestro. Rimpiango di non aver avuto la possibilita’ di conoscerti meglio per poter imparare da te come si fa a diventare cosi’ giovani” . Ecco, io non l’ho conosciuto affatto, ma e’ proprio quello che anch’io avrei desiderato imparare”. Comunque, come dice Rossella, non si può piacere a tutti. Il Nobel divise gli intellettuali italiani, come se si fosse trattato di un premio letterario a un parente povero. Come del resto capito’ a Roberto Benigni per l’Oscar. Quel Benigni che aveva affermato che tutta la sua arte era cominciata ispirandosi a Fo e qualche mese fa, dopo essersi schierato per il sì al referendum, aveva dovuto incassare lo stupore sconvolto del suo maestro che l’aveva accusato di tradire se stesso e di cedere davanti alle lusinghe. Benigni aveva replicato limitandosi a dire ” A Fo non si risponde è’ come la mamma”. Forse, da toscanaccio, qual è alludendo alla differenza di età. Del resto, l’estrema ricerca di coerenza negli ultimi anni aveva portato Fo dalla sinistra di Don Gallo alle simpatie per il pianeta Cinque Stelle di Beppe Grillo. Ma anche post mortem non si può piacere a tutti. Del resto in vita sul palcoscenico o davanti ai teleschermi non le aveva certo mandate a dire ai suoi avversari politici che senza false ipocrisie qualche sassolino dalle scarpe se lo sono voluti togliere. Renato Brunetta, che in passato il giullare Fo aveva paragonato al giudice della canzone di De Andre, come quel giudice ha ceduto al rancore ” Non l’ho mai amato. Pace all’anima sua. È’ stato violentemente di parte,un uomo che violentemente ha diviso il paese”. O il segretario della Lega Nord Matteo Salvini “È’ morto Dario Fo, bravo artista. Una preghiera. Per lui io e i leghisti eravamo razzisti, egoisti ed ignoranti. Nessun rancore. Doppia preghiera”. Forse il merito di aver sdoganato con il gramelot una lingua contadina della Padania. Comunque meglio, molto meglio, almeno al livello di comunicazione di quanto lo stesso Salvini ebbe a dire di Carlo Azeglio Ciampi, il presidente della Repubblica definito ” un traditore come Napolitano, Prodi e Monti, uno dei complici della svendita dell’Italia e degli italiani, ai,poteri forti, ai massoni, ai banchieri e a i vecchi finanzieri”. Giudizio influenzato, probabilmente, dal fatto che al pari del centro destra anche Fo, pur su barricate opposte, si era dichiarato per il no. E comunque tutto si potrà dire di Fo ma non di aver flirtato con i poteri forti. Perche’ quella idiosincrasia l’ha portato non solo a scrivere commedie come Morte accidentale di un anarchico – con il commissario “cavalcioni” soprannominato così perché era solito interrogare i suoi fermati a cavalcioni sulla finestra – poi a firmare l lettera degli intellettuali pubblicata su L’Espresso per la morte di Pinelli, e ancora a sovvenzionare soccorso Rosso e la difesa di Giovanni Marini, Achille Lotto, Giambattista Lanzagna e Pietro Valpreda e negli anni ottanta Adriano Sofri, Giorgio Petrostefani e Orazio Bompressi, gli ex membri di Lotta Continua accusati dal pentito Leonardo Marino di essere i mandanti dell’omicidio del commissario Calabresi. Un vero e proprio mito per la sinistra italiana anche negli anni di piombo e dei compagni che sbagliano. Tanto che ieri gli Amici ANPI pubblicavano sulla loro bacheca una foto di Fo insieme a Giorgio Gaber e Enzo Iannacci con la parole di “ho visto un re” e il commento “ci piace pensare che siate tutti e tre su una nuvoletta a far casino”.
Eppero’, perché anche per questo amore dei partigiani, coerenti, per carità – anche Fo ha più volte proclamato che al referendum avrebbe votato no – almeno un neo, un peccato veniale si presenta. Circostanza appena sussurrata nel furore delle celebrativismo, quella macchia per un Dario Fo diciassettenne che dopo l’8 settembre del 1943 risponde presente alla chiamata alle armi della Repubblica Sociale Italiana e si arruola volontario prima nella contraerea di Varese e poi come paracadutista nel battaglione Azzurro di Tradate. Un neo scoperto negli anni Settanta a cui Fo risponde con la giustificazione che se non lo avesse fatto avrebbe corso il rischio di essere deportato in Germania. Una macchia vissuta da molti altri ragazzi italiani pur non coltivando ideali fascisti nel bel mezzo di una guerra civile, che la propaganda per anni ha tramandato esclusivamente come lotta partigiana in cui esistevano soltanto le ragioni dei vincitori. Circostanza, quella del passato repubblichino di Fo, ricordata nel 2002 da Oriana Fallaci dopo una furiosa polemica con Franca Rame, la moglie di Fo. La Fallaci si era schierata sulle pagine del Corriere della Sera, come ricorda in lungo post sulla sua bacheca Massimo Angelo Pastorino, contro la manifestazione dei no global perché temeva si ripetessero i disordini dell’anno prima a Genova. Dal palco la Rame definì la Fallaci una terrorista, attirando sul marito le ire della scrittrice fiorentina “fui esposta al pubblico oltraggio. Istigato, questo, da un vecchio giullare della Repubblica di Salò. Cioè da un fascista rosso che prima d’essere fascista rosso era stato fascista nero quindi alleato dei nazisti che nel 1934, a Berlino, bruciavano libri degli avversari”.
Parole, quelle della Fallaci, che dovrebbero far saltare sulla sedia ogni vecchio partigiano o presunto tale, sempreche’ non si vogliano far valere le giustificazioni addotte dallo stesso Fo anche durante un processo, o più banalmente quelle più facilmente ascrivibili alla guerra civile in atto. Anche perché alla stessa mania di semplificazione e di tentazione di smacchiare il passato discutibile possiamo fa risalire un altro esempio recente sottolineato da Gianni Plinio nei confronti di un altro personaggio, padre della patria, lui si partigiano sulla via della beatificazione. Distinguo sottolineati dallo stesso Plinio, vicesegretario regionale di Fratelli d’Italia dopo le cerimonie per la “beatificazione” per il centoventesimo anno della nascita di Sandro Pertini. Circostanze dalle quali, comunque nessuno si è ‘ sentito di prendere le distanze perché è risultato più semplice dimenticarle ” Nel 1953, in qualità di Presidente del gruppo senatoriale PSI, alla morte di Stalin, celebrò in aula il sanguinario dittatore sovietico definendolo un gigante della storia. Nel giugno 1960 fu tra i più intransigenti oppositori della celebrazione del Congresso Nazionale del MSI a Genova, e cioè di un partito con rappresentanza parlamentare democraticamente eletta, impedito poi da violenti scontri di piazza. Tra i primi provvedimenti da Capo dello Stato ci fu la grazia nel 1978 all’ex partigiano Mario Toffanin detto “Giacca” condannato all’ergastolo come principale responsabile dell’eccidio di Porzus in cui furono trucidati diciassette partigiani cattolici della brigata Osoppo. Nel maggio 1980 partecipò in veste ufficiale ai funerali del dittatore jugoslavo Tito e c’è chi dice che addirittura baciò la bandiera che ne avvolgeva la bara con somma offesa nei confronti della comunità giuliano-dalmata che dal regime titino aveva ricevuto foibe ed esodo. Si potrebbe continuare ma mi fermo qui . Indro Montanelli, rispondendo alla lettera di un lettore dalle colonne del Corriere della Sera del 16 giugno 1997, scrisse un articolo critico sulla figura del defunto presidente dal titolo: “Pertini? Sono altri i grandi d’Italia””.
Tutto questo, non tanto per negare la grandezza dell’uno o dell’altro uomo, ma solo per ribadire che vuoti di memoria strumentale non dovrebbero essere ammessi in particolare a chi si compiace e si è sempre compiaciuto di essere l’unico detentore del dono della coerenza. Il tutto senza valutare che ognuno di noi nell’incombenza degli avvenimenti ha un maggior rischio di sbagliare rispetto a coloro che giudicano gli accadimenti della storia a molti anni di distanza. Perciò sugli errori ideologici degli altri, avversari politici o meno, è sempre meglio mostrare qualche tipo di clemenza. Vista soprattutto la facilità con cui oggi si è soliti utilizzare in politica il termine fascista. Non come fa Vittorio Pezzuto, da Genova, uno che ha passato una parte della sua vita con Marco Giacinto Pannella è un altro a scrivere per redimere pubblicamente un altro radicale come Enzo Tortora. Lui annota in un post con un pelino di cinismo che trasuda qualche antipatia per il novantenne vate della sinistra. “Se mi capitasse qualcosa, dite che ho fatto di tutto per campare”. Dal miliziano repubblichino di Salò al militante grillino. Fo, il vero saltimbanco che fu”. Sintesi ardita e forse ingiusta per un Nobel che fu forzatamente repubblichino, frequento’ in lungo e in largo le contraddizioni della sinistra, per concludere il ciclo e morire dopo aver visto Beppe Grillo. Un comico che come lui ha fatto della sua arte politica. Forse una spanna sotto, in entrambi i casi, sul palcoscenico e come leader di quanto e come lo ha fatto lui. Una macchia, forse due, che lo rendono mortale e più vicino a noi, pur nella immortalità di un Nobel. Buon riposo, Dario.

 

Il Max Turbatore

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