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Antiterrorismo, ecco i carabinieri super addestrati che a Genova vegliano sulla nostra sicurezza

Si chiamano Api, acronimo che sta per aliquote di primo intervento. Sono state costituite in 16 città italiane, tra le quali Genova e sono parte del nuovo dispositivo antiterrorismo dell’Arma dei carabinieri. Per dirla a chiare lettere, sono i militari scelti e formati per affrontare eventuali terroristi in caso di attacco

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Alcuni degli uomini dell’Api con il capitano Corrado Pirrè, comandante del Nucleo Radiomobile di Genova dei Carabinieri che comprende anche l’aliquota Foto di Carlo Alberto Alessi


di Monica Di Carlo

Stavolta, come hanno ampiamente dimostrato le stragi in Francia, Belgio e Germania, abbiamo a che fare col “terrorismo di prossimità”. Non con un’organizzazione (che, come tale, lascia tracce), ma con tanti singoli che un giorno, magari anche senza aver dato prima segno di  aderire a istanze islamiste, imbracciano un kalasnikov, indossano un giubbotto antiproiettile o si mettono alla guida di un camion con il solo intento di uccidere il più possibile, rispondendo a una “chiamata” alle armi che viene da lontano e passa attraverso la rete. Come la fermi gente così? Eppure fino ad ora l’Italia ha parato con largo anticipo ogni possibile colpo grazie all’attività dei servizi segreti che, evidentemente, funzionano meglio di quelli belga, francese e tedesco. Ma questo mix di capacità e fortuna potrebbe non durare per sempre e davvero questa forma di terrorismo ha bassi margini di prevedibilità.
L’obiettivo dei terroristi che si ispirano alla jihad, spiega il professor Andrea Margelletti, esperto di geopolitica che da tempo lavora a Roma ma è nato in Carignano, direttore del Cesi (Centro di studi internazionali) e illustre opinionista specializzato, non è lo stesso dell’eversione “made in Europe” degli anni ’70 e ’80. All’epoca rapivano persone per cercare di ottenere la liberazione di altri terroristi in prigione, facevano rapine per finanziare la “lotta”, uccidevano personaggi politici o militari. Salvo le stragi “nere” sui treni e nelle stazioni, gli obiettivi erano mirati. Oggi l’obiettivo è il popolo. Poi, all’epoca, chi sparava o innescava bombe tentava di portare a casa la pelle. Il nuovo terrorismo dell’Islam radicale, invece, ha come obiettivo il martirio. Il terrorista punta a uccidere il maggior numero di persone e a prendere più tempo possibile proprio a questo scopo prima di sacrificarsi nel nome di una fede che diventa ideologia e viene portata agli estremi e supera il limite della follia.  È per questo che un intervento immediato è fondamentale per salvare il maggior numero di persone. Impensabile pensare di attendere un’ora per intervenire e cioè perché i carabinieri del Gis, il Gruppo di intervento speciale ben addestrato per fronteggiare il terrorismo, di stanza a Livorno, arrivino. Così sono state allestite in 16 città italiane le “Api” che, al di là dell’acronimo dal sapore quasi poetico, hanno un nome esteso che spiega chiaramente quale è il loro compito: Aliquote di primo intervento. Devono agire subito, intervenire per minimizzare o, se possibile, prevenire la perdita di civili, andare faccia a faccia con folli armati e magari imbottiti di esplosivo che non hanno alcuna paura di morire. Il Gis parte comunque da Livorno, ma gli uomini sul territorio agiscono immediatamente, con l’auspicio che all’arrivo tutto sia già tutto terminato nella migliore delle maniere. Nel video che vedete sotto, il capitano dei carabinieri Corrado Pirrè, comandante del Nucleo Radiomobile di Genova che coordina anche l’aliquota di primo intervento, spiega chi sono e cosa fanno gli uomini dell’arma che hanno scelto di fare parte dell’Api.

Inutile negare che Genova sia un obiettivo: c’è il porto più grande d’Italia. È questo uno dei posti dove l’Api fa prevenzione insieme ai luoghi turistici e a quelli particolarmente affollati. I militari sono armati fino ai denti, oltre che con la pistola d’ordinanza, con fucili automatici della stessa tipologia di quelli usati dall’Isis, perché devono essere in grado di rispondere al fuoco di chi spara con i kalasnikov. Indossano elmi anti proiettile e una sorta di corazza che è la più tecnologica evoluzione di quella medioevale, si smonta pezzo a pezzo e, nel caso, si può indossare in fretta. Alcuni hanno sul petto anche una telecamera che funziona anche a raggi infrarossi. Nel malaugurato caso di attacco registrerà tutto e i video, dopo, documenteranno puntualmente cosa è accaduto e aiuteranno a studiare e comprendere come agiscono i terroristi. Nulla è lasciato al caso, tanto meno la preparazione, che viene effettuata dal Battaglione Tuscania e dai Gis. Come si è detto, l’adesione è totalmente su base volontaria per garantire che nelle Api vi siano solo persone motivate che vengono preventivamente sottoposte a test psicoattitudinali e a un addestramento rigorosissimo.

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Le Api non stanno ferme in caserma, anzi, girano per la città col Nucleo Radiomobile e intervengono nel caso di reati gravi anche non legati al terrorismo. Certamente avrete visto girare per la città un suv blindato e dai vetri scuri con la livrea dei carabinieri. Dentro ci sono loro, a turni di 3 persone. In totale, i militari della Api genovese sono, ora, 9, ma diventeranno presto 14. La città gode anche di questo ulteriore presidio di sicurezza.
A questo link, l’articolo tratto dal sito del Cesi che entra nei particolari tecnici e strategici delle aliquote.

©GenovaQuotidiana – Tutti i diritti riservati. Foto  e riprese di Carlo Alberto Alessi.

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