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Lunaria, lunedì debutta “Nostra signora delle camelie” con Francesca Faiella

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Lunedì e martedì alle 21,15 nel Chiostro di San Matteo, per il Festival di una notte d’estatecurato da Lunaria, va in scena “Nostra signora delle camelie, ovvero passione morte e trasfigurazione di Margherita Gauthier”, testo e regia di Fausto Cosentino, con Francesca Faiella.

Per una volta, Margherita Gauthier non morirà fra le braccia dell’amato Armando, giunto in extremis al suo capezzale, ma, come nel romanzo di Dumas, in triste solitudine, in un clima intriso di morte a partire dalle prime battute e fino alla fine. Margherita vive , stremata dalla malattia, i suoi ultimi giorni. Nella sua stanza/camera ardente, in cui troneggia un letto disfatto di abbagliante candore, circondata da vasi di fiori bianchi che si dibattono contro la morte, il personaggio di questo monologo trascorre il poco tempo che le rimane, sospesa fra il drammatico presente, un passato breve ma felice e i suoi deliri visionari di moribonda.

È un’atmosfera soffocante, quella che la circonda, in cui si materializzano fantasmi e visioni mistiche, brandelli di felicità e mostri del passato, depressione ed euforia, in un soliloquio/vaniloquio fatto di citazioni ed evocazioni con brani tratti dal romanzo di Dumas figlio, da “La traviata” di Giuseppe Verdi e dalle estasi dei mistici, in un flusso ininterrotto di pensieri e parole che sgorgano e scorrono in mille rivoli, alternando momenti di depressione ad altri di euforia, di crisi mistica contrapposta alla denuncia della società che la circonda e il duro contatto con la cruda e crudele realtà terrena.

C’è un clima da film “gotico”, in questa messinscena, con ambientazioni cupe e misteriose, nelle quali lo spettatore è costretto a seguire un labirinto di idee, situazioni ed emozioni fino allo svelamento del finale. Si racconta la storia di una donna sola, abbandonata da tutti, che cerca conforto nei suoi ricordi e nella illusoria speranza di un futuro che, come lei sai benissimo, non le lascia più molto tempo. Margherita conosce la sua alienazione, cioè “vede” la realtà come un’alienazione. Essa stessa è una lucidità alienata: vede che soffre ma non immagina alcun rimedio che possa intaccare la sua sofferenza. È una donna che morirà in silenzio, nascosta dentro la sua morte, molto più di quanto si sia mostrata in vita, senza clamore, senza imbarazzo

In scena va un lungo “morire”: ad ogni palpito, ad ogni ricordo, ad ogni delirio, ad ogni attimo di sofferenza, ad ogni anelito, Margherita Gauthier muore un poco, per rinascere aggrappandosi, ogni volta, ad una speranza, ad un sogno, ad uno spasimo di vita, strenuamente strappati alla morte, fino al “martirio” finale – al quale minuziosamente si è preparata – ed alla “trasfigurazione” che la trasformerà in un’icona immortale. Perché una donna come Margherita Gauthier non può morire “banalmente”, nel suo letto di dolore. No. Margherita Gauthier appresta il suo “sepolcro” e, come i grandi mistici, dopo aver sopportato le sofferenze che le sono state imposte, può solo “partire per il cielo, dove andrò senz’altro, perché Dio ha visto cosa ho passato nella vita e la santità della mia morte…”

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