Annunci
Ultime notizie di cronaca

Otto cose da sapere su Bruce Springsteen che non vi ha detto (quasi) nessuno

bruce
Testo e foto di
Mauro Traverso


E però, a questo punto, che c’entra Springsteen con Genova? Al di là del fatto che è genovese chi ha scritto e del fatto ci ha suonato due volte in carriera, perché leggendo un blog cittadino dovreste sorbirvi tutta ‘sta filippica in onore e difesa di uno che, tra l’altro, non ne ha minimamente bisogno? Ok, preparatevi: seconda lista. Spero utile pure questa.
Uno: perché se siete genovesi, con buone probabilità, siete lavoratori. O se no siete parenti, conoscenti, amici di lavoratori. Avete del lavoro qualcosa di più forte della memoria o del rispetto: ne avete la bio-etica, l’eredità storica e morale. Dal lavoro conoscete la vita e la non vita. Sapete quel che succede al suono delle sirene delle fabbriche, alla comunicazione dell’entrata di un cargo in porto, alla notizia che forse chiudono Fincantieri, a quella che poi la salvano. Sapete fin troppo bene cosa vogliono dire le parole gamellino, turno, stipendio, cartellino: sapete bene quanto facciano rima con fatica, il più delle volte. Sapete quanto pesa dire ‘Devo andare a lavorare’. E siccome lo sapete siete ‘springsteeniani’, magari senza saperlo ma lo siete. Ascoltate Factory, per esempio, una sua vecchia canzone del ‘78. Fatelo con il testo davanti e ditemi quanti genovesi ci vedete. Anche se magari erano i padri, i nonni, altre generazioni. Si dirà che non solo a Genova è successo, ed avreste ragione a dirlo. Ma in tempi che puzzano di imbroglio in stato di servizio permanente effettivo, a Genova sopravvive benissimo, mi pare, una cosa che innerva anche tutta la carriera del protagonista di questo articolo: il senso del dovere. Non è un legame da poco, pensateci: questa città ne è costruita dalle fondamenta, e così chi la abita.
Due: perché se siete genovesi siete seri. È inutile che vi ribelliate all’idea: so perfettamente quanto ci avete provato e so anche che, per quanto riusciate ad essere simpatici e brillanti qui in città, appena ne uscite vi danno, probabilmente, dei ‘troppo seri’. I genovesi sono intimamente drammatici, come Springsteen. È una cosa legata a quanto scritto sopra: c’è sempre il pane da portare a casa e un lavoro da fare/finire. Bruce ha scritto più di una canzone degna di noi, in questo, perché è figlio di gente così, padre irlandese e madre italiana: gente che pensa di dover vivere sempre in salita perché crede che quello sia il loro destino. Il divertimento non è compreso, nel destino: è sempre grasso che cola, quando c’è. A Genova, per contrappasso, abbiamo prodotto comici famosi ( ma intimamente drammatici pure loro ). In New Jersey, dove oltre ai docks e alle fabbriche ci sono anche le case da gioco ( Atlantic City ) e New York a poche miglia, hanno generato Bruce e Frank Sinatra. Così va la vita.
Tre: perché se siete così avete bisogno di qualcuno che ve lo faccia dimenticare, ogni tanto. Che ve lo spazzi proprio via dalla testa per qualche ora almeno. Che non ne faccia soltanto uno status quasi intellettuale buono per molte battaglie, come faceva De Andrè, per esempio. È giusto esserne orgogliosi ma è anche giusto aprirsi gli orizzonti, ogni tanto. I genovesi che hanno potuto viaggiare lo hanno fatto ma hanno inciso la mentalità storicizzata della città fino a un certo punto ( la bio-etica del punto uno ). Per farlo come si deve, seppure una volta ogni tanto, diciamocelo chiaro, c’è bisogno che arrivi qualcuno da fuori. E c’è bisogno che sia uno bravo, fidatevi. Perché io li ho visti, i genovesi, ballare una parte della notte sulla loro serietà, e si apre il cuore, credetemi. Eccoli lì, ancora vivi, lasciare a casa per una sera la loro sudatissima posizione di avvocati, commercialisti, medici, professionisti di diverso ordine e grado, impiegati, operai, magari con i figli, magari con i genitori. Li ho visti partire da Genova Principe, mugugnare intere mezzore per questo o quel disservizio dei treni per Milano, e poi del Freccia Bianca per Roma. E poi li ho rivisti ballare e saltare, la sera. Avevano tutti, neanche a dirlo, la faccia un po’ così e l’espressione un po’ così ma cantavano tutti in coro ‘for the ones who had a notion/ a notion deep inside/ that it ain’t no sin to be glad you’e alive’. Poi magari erano gli stessi noti per la ‘tipica accoglienza ligure’, così bene presa in giro su internet, ma quel ballo, allora, diventa una speranza, giusto?
Quattro: appunto. Perché è giusto riportare la notizia che c’è qualcuno in grado di far ballare i genovesi. Non è abbastanza?

—ooo—

Coraggio, c’è l’avete quasi fatta.
So quale tipo di tortura avete subito, in questi ultimi 20 giorni, se avete un qualsiasi profilo social e, contemporaneamente, non siete fans di Bruce Springsteen. So di cosa sono state infestate le vostre bacheche (anche se, a Genova, dovrei scrivere “impestate”, forse) e so della totale, assoluta, irrilevante devozione del 90% di quello che, magari, avete provato a leggere. Lo so perfettamente per due motivi: il primo è che ho anch’io ho un profilo social e il secondo è che ascolto la musica di Springsteen da quando sono adolescente. Per cui vi capisco, credetemi.
bruce 4
E tuttavia coraggio, è quasi finita. Sono finite le date italiane del suo tour europeo e sono ormai agli ultimi fuochi tutti i commenti, gli echi e le reazioni al concerto del Circo Massimo. Siete quasi alla fine di tutto questo e avete, fondamentalmente, soltanto un ultimo ostacolo da superare: me.

bruce 3
Anche riguardo a me vorrei essere tranquillizzante: sono una persona mite. Non sto usando la prima persona singolare per megalomania, né per rendere me stesso misura di tutte le opinioni o di tutte le emozioni riguardo alla sua musica. La sto usando, al contrario, per tirar via Bruce e le sue canzoni da tutta la retorica votiva che segue le sue esibizioni. Ci sono volte in cui, per sottrarsi a una marea di opinioni così alta e confusionaria, tutto quello che resta da fare è dire quello che si pensa, appunto, in prima persona singolare. Sono lo stesso tizio, inoltre, che, da altre righe di questo stesso blog, si occupa di cinema, e dunque non sono qui per fare il critico musicale. Per citare l’inizio di un noto e spiritosissimo discorso fatto in suo onore da John Stewart, il giorno in cui a Springsteen venne consegnato il Kennedy Center Honor, “non sono un critico musicale, e neanche uno storico o un archivista. Non saprei dirvi dove Bruce Springsteen stia dentro al Pantheon del Canzoniere Americano, non saprei illuminare il contesto del suo lavoro o le sue radici o il suo ruolo dentro le tradizioni storiche della nostra grande nazione. Però sono del New Jersey, posso dirvi cosa credo io: io credo che Bob Dylan e James Brown ebbero un bambino”.
bruce 2
A parte il fatto che Bruce visto come incrocio di Dylan e James Brown è azzeccatissimo, cominciamo da qui: io, invece, belin, sono di Voltri, Genova, 6000 chilometri dal New Jersey e tutto quello che posso dirvi è solo una breve serie di cose a cui dare o non dare retta quando leggete interventi a proposito di Bruce Springsteen, che siano via social o a mezzo stampa.
Sono cose abbastanza semplici da mettere in pratica, mi pare, se volete capirci qualcosa di più senza subire la marea di cui sopra.
Pronti? And one, two, and one, two, three, four
Uno: cominciamo, banalmente, da questo: se siete di quelle persone che, nella vita, adorano fare liste del tipo ‘Dieci ( o cento, o mille ) cose da fare nella vita prima di morire’ allora mettete in lista un concerto di Bruce Springsteen. La sua musica potrà anche non solleticare troppo il vostro immaginario ma un suo concerto vi travolgerà, ve lo garantisco. A meno che non siate fatti di pietra, il che resta una possibilità legittima, intendiamoci. Remota ma legittima.
Due: dopo i suoi concerti leggerete, tra le molte, due opinioni che si ostinano a non morire mai. A queste due opinioni piace rappresentarsi così: la prima dice che ‘Bruce è Dio’ , la seconda che ‘Bruce è finito’. Scegliete liberamente quella a cui appoggiarvi. Io mi limito a ricordarvi che il mondo è pieno di eventuali terze vie (e quarte, e quinte..) e che questa storia va avanti dal 22 giugno 1985, all’indomani del suo primo concerto in Italia. Le persone che lo hanno scritto non hanno ascoltato Bruce attentamente, o hanno letto male i suoi testi. Fatelo voi: se Dio vuole il materiale su Internet non manca.
Tre: quando leggete che ‘Bruce Springsteen è nato apposta per scacciare i fantasmi cattivi’ ( è l’opinione di Gino Castaldo, per esempio, critico musicale di Repubblica ) state leggendo una verità buona per i suoi concerti, non per le sue canzoni, nelle quali contro i fantasmi si combatte spesso e non si vince sempre. Volete ascoltare canzoni in cui un uomo, da solo, attraversa i suoi peggiori incubi? Ascoltate Nebraska, l’album del 1982. Pensate che da quegli incubi sia uscito indenne? Riascoltatelo. ‘Struck me kinda funny/ some kinda funny, sir, to me/ how at the end of hard earned day/ people find some reason to believe’.
Non recherò a chi legge l’offesa di tradurre. Ce la potete fare da soli, nel caso, con l’aiuto delle migliaia di siti dedicati alle traduzioni dei suoi testi.
Quattro: leggerete anche dei suoi concerti con la E street band come di una prodezza atletica, come di un’apologia del fiato, del cuore e dei muscoli. È legittimo: tre ore e mezzo di concerto su base standard, spesso suonati una canzone dentro l’altra, con la palese intenzione di incendiare le folle, sono, a quasi 67 anni, un eccellente prova della tenuta fisica sua e dei suoi musicisti, un gruppo di vecchi bucanieri del palco quasi tutti suoi coetanei o quasi, famosi, riconosciuti ed amati dai fans quasi quanto lui. Ma quello è il momento in cui ascoltare le versioni di studio di New York City serenade, Meeting across the river, Wild Billy’s Circus story, Lost in the flood. Succinta lista di titoli che serve per capire che non soltanto di bucanieri si tratta, e che il Corsaro in testa sa scrivere musica per davvero. Potrebbe servire addirittura per suggerire tutto un orizzonte su quel che potrebbe essere accaduto e non è stato. Non che mi voglia lamentare di come sia andata ma l’uomo, a un certo punto della sua carriera, avrebbe potuto anche diventare una specie di Gershwin in minore, un fine orchstratore dello stupore che, dalla periferia del New Jersey, si prova a guardare lo skyline di New York, con tutte quelle persone dentro, così piccole e insieme così vive. Poi però, ha preferito diventare Elvis. E così sia. Stiamo contenti lo stesso, anzi: si salta con meno ritegno, ai concerti.
Cinque: è possibile leggiate anche degli sforzi, delle code, delle attese fatte giorni prima per riuscire ad accedere al famigerato Pit, la zona di prato limitata nelle immediate vicinanze del palco. Capisco, naturalmente: ho fatto quell’esperienza e, a chi è già fan, la consiglio pure. Ma è giusto sappiate che una parte tra le più avvincenti dei suoi concerti è guardare il pubblico. Mettersi magari un poco più indietro ( o, possibilmente, un poco più in alto ) e guardare le migliaia di braccia tese verso l’alto, tutte insieme. Ascoltare le sue canzoni e vedere uno stadio intero di gente che salta, in fin troppo palese metafora del mondo che balla, è una bella illusione da portarsi a casa. La gioia collettiva è diventato materiale raro da poter vivere di persona. Se a questo materiale siete interessati, la giusta distanza per goderlo non è necessariamente la più vicina al palco.
Sei: io, invece, penso sia invecchiato. Scrivo ‘invece’ dopo aver letto che la quasi totalità dei recensori ha scritto il contrario. E poco importa se lo ha fatto a partire da dentro un blog di innamoratissimi fans o se dalle colonne di qualche quotidiano a tiratura più o meno nazionale. Di nuovo: non si tratta di decadimento fisico (vedi punto quattro) o di esaurimento dell’ispirazione. Dentro il modo di suonare ai suoi concerti è successo un passaggio capitale: da figlio del rock’n’roll è diventato padre. Il nuovo, avvincente capitolo sul futuro di quella musica, è diventato l’enciclopedia, la biblioteca e l’eredità da lasciare a chi viene dopo. Sono perfettamente conscio che niente servirà a riportare sul 1978 le lancette della storia, ma il molto materiale dei vecchi tour che è presente in rete potrà farvi capire meglio, se lo volete, di che tipo di energia, di ispirazione, di genuinità stiamo parlando. Di tutto quel ben di Dio molto è diventato eccellente mestiere, al punto che i concerti, nel tempo, si sono allungati e che oggi canta certamente meglio, a maggior testimonianza che un mestiere, con tutta quella disciplina, si impara anche facendolo. Ma è finito, non da oggi, il tempo in cui era lui stesso un personaggio delle sue canzoni: ha accettato, appunto, di esserne l’amorevole padre di famiglia, incoraggiando quei personaggi, sinceramente, ad inseguire ancora la propria ‘promise land’. Questo potrebbe essere addirittura fonte di ispirazione per i dischi a venire: non sarebbe certo il primo grande vecchio del rock a regalarci capolavori vicino ai 70 anni. ( vedi Dylan, Bowie e Mc Cartney per esempio ). Si dà per quasi pronto un nuovo lavoro solista, lontano dalle classiche sonorità della E street band e in piena esplorazione creativa di nuovi suoni, anche se, c’è da giurarci, si tratterà pur sempre di ‘musica popolare americana’. La prospettiva suona ottima e non solo per i fans, mi pare. Vedremo. Però voi, adesso, andate su YouTube e vi guardate un video di Because the night tratto dai tour del ‘78 o dell’81 e capirete che sì, è invecchiato. Lo ha fatto bene, forse benissimo, ma lo ha fatto.
Sette: è più colto di quel che sembra. Ci sono più buone letture dentro le sue canzoni che in quasi qualsiasi altro posto del rock. Le buone letture non sono necessariamente un buon viatico per l’ascolto: Bob Dylan ne ha tirato fuori dei capolavori ma anche più di un pasticcio incomprensibile, per esempio. La sua bravura è stata, invece, quella di averle divulgate senza privarle di forza e senso. Se vi piacciono Faulkner e Steinbeck, per esempio, Bruce è dei vostri. Se vi piace il cinema classico americano allora Bruce è disperatamente dei vostri. È forse la sua caratteristica principe: è un autore intimamente drammatico dentro al talento musicale di uno che sa come farvi ballare. Non sottovalutatelo, in questo. Se non vi piacciono le sue storie potete sempre danzarci su.
Otto: dopo un suo concerto leggerete spesso semplici post o testi più estesi in cui, chi c’è stato, sembra reduce da un viaggio ad Assisi. Parla con le piante, con gli animali e con il Creato raccontando nient’altro che il suo incontro con il Padre Nostro del Rock’n’roll. Ecco: mi piacerebbe trovare metafore più laiche e meno votive ma quello è proprio vero. Vi sentirete così anche voi, spero di essere creduto, in questo. Se amate la musica, un qualsiasi tipo di musica, e ne avete già sperimentato il potere curatore e salvifico, travolti dalla Quinta di Beethoven, o ammaliati dalle orchestrazioni di Charlie Mingus, o semplicemente incantati dalla leggerezze fatate dei Beatles, allora anche voi sarete dei nostri, vedrete. Perché “tutto muore, e questo è un fatto. Ma può darsi che tutto ciò che muore, un giorno, torni indietro. Per cui vestitevi a modo e mettetevi a posto. E vediamoci, una sera, a un concerto di Springsteen.” ( Nella probabilità, per quanto remota, che qualcuno vicino a Bruce legga questa nota, chiedo perdono per questa parafrasi del ritornello di Atlantic City: portate pazienza, sono quasi certo che lui capirà ).

©GenovaQuotidiana Tutti i diritti del testo e delle foto riservati

Annunci

Rispondi

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: