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Imprenditori e ‘ndranghetisti. Ecco come operavano in Liguria le cosche calabresi

Partecipavano agli appalti e se non vincevano corrompevano funzionari pubblici o dipendenti delle imprese private. Se anche questo non funzionava, minacciavano. L’operazione “Alchimia” ha smantellato la rete e punta a provare i rapporti con la politica. Sequestrati i conti di aziende anche in Liguria. Ecco chi sono e come operavano gli uomini delle “famiglie” calabresi che da tempo vivono e “lavorano” in Liguria e come “arruolavano” a pieno titolo i loro figli appena maggiorenni con un’iniziazione che avveniva nella regione del Sud

di Monica Di Carlo

La faccia più brutta della Calabria è tra noi, accumula soldi, mette le mani sugli appalti, ma si “occupa” anche di import ed export di prodotti alimentari, di scommesse online e di sale giochi, che un provvedimento del Comune di Genova è riuscito a limitare, ma che rappresentano un bel business in tutta la Liguria insieme ai cantieri e al “movimento terra”. Se ne ce ne fosse ancora stato bisogno a portare all’evidenza della cronaca e dell’opinione pubblica lo stato delle cose, cioè quanto la ‘ndrangheta abbia permeato e infiltrato anche il nostro territorio, ci hanno pensato gli uomini della Sezione criminalità organizzata della Squadra mobile della Questura di Genova che hanno condotto con la Dia e sotto la direzione della Dda, Direzione distrettuale antimafia, uno dei due tronconi di indagini che hanno condotto stamane a 42 provvedimenti cautelari, delle quali 34 in carcere (ma i numeri ufficiali crescono di minuto in minuto).

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Due i parlamentari (calabresi) che secondo le indagini sarebbero coinvolti. Poi, altri uomini “dello Stato” o, per lo meno, dell’organizzazione dello Stato: sono infatti coinvolti funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della Commissione Tributaria della provincia di Reggio Calabria, oltre a un consigliere regionale calabrese, il vice presidente Francesco D’Agostino. Sono stati sequestrati beni mobili, immobili e depositi bancari di 21 società, molte delle quali con sede in Liguria che secondo gli inquirenti facevano parte della connection mafiosa.

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Le cosche in Liguria

Da Cittanova e da Palmi, rispettivamente, le cosche Raso-Albanese-Gullace e Parello-Gagliostro avevano trovato casa nel ponente ligure e nel basso Piemonte e da vent’anni agiscono anche dal “fortino” che si sono costruite sul nostro territorio. Il primo, ma non unico, obiettivo erano le forniture e gli appalti, che fossero pubblici o privati. Quando non riuscivano a vincerli passavano alla corruzione e, in ultimo, alla minaccia. Il passo falso definitivo lo hanno fatto per l’acquisizione dei subappalti del terzo lotto del Terzo valico. Secondo il  Capo della Procura distrettuale di Reggio Calabria Federico Carierò de Raho e dell’aggiunto Gaetano Paci, era il sessantaquattrenne Carmelo Gullace a dirigere tutto.

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I rapporti con la politica

Gullace, sempre secondo gli inquirenti, si serviva di Gerolamo “Jimmy” Giovinazzo che intesseva rapporti col la politica e, in particolare, sempre secondo la magistratura, con il senatore calabrese Stefano Caridi e col deputato di Gal Giuseppe Galati, presidente dell’associazione “I Calabresi nel mondo”, che è anche stato sottosegretario all’istruzione e alle attività produttive (nel secondo e terzo governo Berlusconi), con delega alle agevolazioni alle imprese, e, più recentemente, all’università e alla ricerca oltre che presidente della commissione parlamentare sulla contraffazione.

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Secondo il procuratore aggiunto Paci, il senatore Caridi <Era consapevole e complice del gruppo criminale> e si sarebbe <adoperato in più occasioni per aggiustare e risolvere problemi ai Gullace-Raso>. Sempre secondo Paci, <Gullace, nel corso della campagna elettorale del 2010 per il rinnovo del consiglio regionale della Calabria, aveva radunato tutti i dipendenti della sua azienda a Cittanova minacciandoli, in presenza della stesso Caridi, di licenziarli tutti se non avessero dato
il loro voto, e quello dei loro famigliari> all’esponente politico “amico”. Il Gip, però, ha rigettato la richiesta del provvedimento cautelare però. Per Galati perché non ha ritenuto esistesse un quadro indiziario grave, per Galati perché è già coinvolto in una precedente inchiesta (terminata la settimana scorsa) e il suo caso dovrà essere discusso Giunta per le autorizzazioni a procedere.

Tutti i nomi

Nell’ambito dell’operazione sono stati arrestati in tutta Italia: Antonino Raso, nato a Cittanova (Reggio Calabria), 68 anni; Fabrizio Accame, nato ad Albenga (Savona), 37 anni; Carmelo Gullace detto “Nino”, nato a Cittanova), 65 anni; Elio Gullace, nato a Cittanova, 58 anni, Giulia Fazzari, nata a Genova, 57 anni; Antonio Fameli, nato a San Ferdinando di Rosarno (Reggio Calabria), 78 anni; Giampaolo Sutto, nato a Genova, 55 anni; Marianna Grutteria, nata a Serravalle Scrivia (Alessandria), 46 anni; Orlando Sofio, nato a Cittanova, 62 anni; Agrippino Sipala, nato a Raddusa (Catania), 68 anni; Vincenzo D’Amico, detto “Enzo”, nato a Taurianova (Reggio Calabria), 48 anni; Alfredo Beniamino Ammiragli, detto “Direttore”, nato a Castellammare di Stabia (Napoli), 49 anni; Massimiliano Corsetti, detto “il romano”, nato a Roma, 55 anni, Girolama Politi, nata a Cittanova, 64 anni; Girolamo Giovinazzo, detto “Jimmy”, nato a Cittanova, 44 anni; Francesca Politi detta “Luciana”, nata a Roma, 43 anni; Rocco Politi, nato a Cittanova, 59 anni; Rosario Politi, nato a Cittanova, 57 anni; Luigi Taiano, nato a Napoli, 47 anni; Michele Albanese, nato a Rosarno (Reggio Calabria), 61 anni; Fortunato Caminiti, detto “Gaetano”, nato a Taurianova, 57 anni; Candeloro Gagliastro, detto “Enzo” o “geometra” o ” Cece'” o “principale”, nato a Taurianova, 48 anni; Carmelo Gagliostro, nato a Palmi (Reggio Calabria), 42 anni; Pietro Pirrello, detto “Piero”, nato a Reggio Calabria, 40 anni; Demetrio Rossini, detto “Demi” o “portachiavi” o “messo”, nato a Palmi, 43 anni; Adolfo Barone, nato a Palmi, 49 anni; Fortunata Militano, detta “Nuccia”, nata a Palmi, 46 anni; Rocco Filippone, nato a Palmi, 35 anni; Gabriele Parisi, detto “il consulente” o “ciuchino” o “ciu-ciu”, nato a Palmi, 34 anni; Vincenzo Zoccoli, nato a Palmi, 40 anni; Pietro Giovanni, detto “Giampiero” o “Mister Dollaro”, nato a Palmi, 46 anni; Francesco Gullace detto “Ciccio”, nato a Cittanova, 67 anni; Francesco Raso, nato a Polistena (Reggio Calabria), 24 anni; Pantaleone Contartese, detto “Leone” o “Luni”, nato a Limbadi (Vibo Valentia), 70 anni.
Sei le persone agli arresti domiciliari: Rita Fazzari, nata ad Albenga, 46 anni; Roberto Orlando, nato ad Albenga, 45 anni; Salvatore Orlando, nato a Vibo Valentia, 46 anni; Antonio Galluccio, nato a Cinquefrondi (Reggio Calabria), 35 anni; Giuseppe Chiaro, nato a Taurianova, 37 anni; Giuseppe Iero, detto “Peppe”, nato a Reggio Calabria, 34 anni.
Due le persone colpite da misure interdittive con sospensione dall’esercizio di un pubblico ufficio: Annunziato Vazzana, detto “Nuccio”, nato a Santo Stefano in Aspromonte (Reggio Calabria), 51 anni; Salvatore Mazzei, nato a Calanna (Reggio Calabria), 60 anni.

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I soprannomi riprendono spesso il ruolo ricoperto nell’organizzazione. Molte delle persone nate in Calabria citate nell’elenco ufficiale reso noto dalle autorità vivono, ormai, da tempo nel Nord e qui “fanno impresa” non trascurando alcuno dei settori economici che garantiscano un guadagno.

I riti della ‘ndrangheta

La ‘ndrangheta è l’organizzazione malavitosa in associazione oggi più potente in Italia, dopo che le faide trasversali nella camorra hanno fatto molte vittime “incrociate” tra le famiglie e dopo che i pentiti hanno consentito alle forze di polizia di incastrare camorristi campani e mafiosi siciliani. Gli ‘ndranghetisti, invece, non parlano, sono i campioni dell’omertà in una realtà, quella delle associazioni a delinquere, che di per sè si basa proprio sul silenzio. Le cosche calabresi sono tutte imparentate tra di loro e i legami di sangue impediscono di fatto le delazioni. È per questo che il lavoro degli investigatori è più difficile e più duro.

Nonostante questo, un lavoro durato anni, difficile, delicato, faticoso, partito dalle indagini a Savona sulla movimentazione di terra effettuate dalla Dia tra il 2009 e il 2011 hanno condotto passo passo gli investigatori ai risultati odierni. Sono seguite, tra il 2012 e il 2013, quelle della Squadra mobile su alcune famiglie calabresi che portarono in carcere, tra gli altri, Mimmo Gangemi, apparentemente fruttivendolo in piazza Giusti a San Fruttuoso, secondo il tribunale, che lo ha condannato a vent’anni nel 2013, uno dei terminali della ‘ndrangheta in Liguria. La gente di San Fruttuoso che lì faceva la spesa capì così così che dietro a quel chioschetto di frutta e verdura aperto anche la domenica c’era il racket delle scommesse clandestine. La domenica, Mimmo Gangemi stava aperto proprio per pagare quelle. Forse non è un caso che alcuni degli incontri a Genova degli indagati siano avvenuti proprio nel vicino Corso Galliera.
Poi il gioco d’azzardo è stato “provvidenzialmente” legalizzato nel 2011 e gli interessi, prima gestiti con lapis e taccuino, si sono traferiti sul gioco online e sulle sale giochi legali. Nel 2010 gli arresti furono 350 e per la prima volta si parlò di quei summit che si tenevano in Calabria, dove affluivano da tutta Italia, anche dalla Liguria, gli ‘ndranghetisti. Si incontravano in occasione dei matrimoni, delle feste ufficiali e lì si distribuivano gli incarichi e le “missioni” da compiere, si discuteva dei progetti “imprenditoriali”.

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Il “business” e i settori di attività

Ora, l’operazione “Alchimia” condotta a termine oggi dalla polizia e dalla Dia porta alla luce che in questi incontri avvenivano anche i riti di iniziazione dei giovani adepti, i membri delle famiglie giunti al diciottesimo anno di età che entravano a pieno titolo in attività.

dia convivio 2Nonostante le operazioni degli anni scorsi, l’organizzazione è ancora fortissima e strutturata e ha consentito di tessere una fitta rete economica gestita direttamente dalla cosca di Cittanova Raso-Gullace-Albanese, infiltrata solidamente anche in Liguria. Diversi gli ambiti economici in cui operava. Non solo appalti e movimentazione di terre di risulta dei lavori, compresi quelli del Terzo Valico, non solo gioco d’azzardo online e nelle sale giochi, ma anche commercio e import-export di prodotti alimentari, ma anche autotrasporto, lavorazione di pietre e marmi. Non poteva mancare il trasporto dei rifiuti speciali. Il tutto gestito grazie a società intestate a prestanome. La cosca Raso-Gullace-Albanese collaborava con quella gestita dalla famiglia Parello-Gagliostro di Palmi. Insieme avevano interessi anche nel settore dell’igiene ambientale.
La corruzione oliava le ruote di questo meccanismo gigantesco. Oltre a funzionari dell’Agenzia delle Entrate e della commissione tributaria reggina, anche alcuni dipendenti della Coopsette che, all’insaputa e a danno dell’azienda, assegnavano i subappalti alle imprese della ‘ndragheta che presentavano preventivi più alti per poterli compensare.

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La polizia, la Dia, la magistratura hanno inferto un duro colpo all’infiltrazione mafiosa e ha frantumato in un sol colpo la fitta rete ‘ndranghetista in Liguria, ma non bisogna abbassare la guardia e nemmeno cercare il “nemico che arriva da fuori”. Questa indagine ha dimostrato una volta di più che ormai le mafie sono radicate sul nostro territorio, che non fanno più affari solo negli ambiti tradizionali, che sono in grado di “collaborare” con la politica e di infiltrarsi anche nelle aziende private. Di tutto questo devono essere consapevoli i liguri e i genovesi.

 

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