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“I mostri di Alice”, il cuore dark e lisergico di Lewis Carrol. La recensione

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Di Diego Curcio

Gli spettacoli itineranti del Teatro della Tosse sono come il Natale: una tradizione di famiglia che non ti delude mai. Perché se la struttura, stringi stringi, è un po’ sempre la stessa – si parte tutti insieme con un’introduzione sul palcoscenico, ci si divide in tre gruppi e si ascoltano via via i vari personaggi del racconto, prima di arrivare al gran finale – sono le “sfumature” e cioè la storia e l’interpretazione degli attori a fare ogni anno la differenza. Ne “I mostri di Alice”, in scena alle 21,15 ai Giardini Luzzati fino al 16 luglio esclusi lunedì e domenica, i punti di forza sono essenzialmente due: gli ottimi testi scritti da Amedeo Romeo ed Emanuele Conte (che è anche regista) e i costumi sfavillante di Bruno Cereseto e Daniela De Blasio. Naturalmente gran parte del fascino dello spettacolo va attribuito anche alla bravura degli attori, capaci ormai di instaurare un rapporto di complicità e fiducia con gli spettatori. Enrico Campanati, per esempio, che qui interpreta un’altezzosa e irresistibile Regina Rossa è il mattatore de “I mostri di Alice”. Improvvisa con delicatezza e gioca con il pubblico, non è mai sopra le righe e riesce a catalizzare l’intera attenzione su di sé. Ma è tutta la carrellata di personaggi che affollano lo spettacolo a essere davvero notevole: una collezione di freak che popola gli incubi, o sarebbe meglio dire i sogni, di un’Alice lontana anni luce dalla ragazzina spensierata partita alla ricerca del Bianconiglio tanto tempo prima. La storia, infatti, inizia all’interno di un manicomio dove Alice, cresciuta e sempre più confusa, è in balia di farmaci e dottori pazzi, che tentano di guarirla. Una sorta di “Arkham Asylum” per chi conosce i fumetti di Batman, un altro personaggio che si muove in un universo di mostriciattoli e freak non da poco. Per sfuggire a questa prigione, che prova a curare la fantasia con la normalità, Alice attraversa nuovamente lo specchio e ritorna nel Paese delle Meraviglie, accompagnando il pubblico in questo suo nuovo viaggio. E così eccoci davanti al Cappellaio Matto, interpretato da Alessandro Bergallo, il fool della compagnia, un personaggio visionario e surreale, comico e allucinato, che sembra un di grillo parlante strafatto, appena ritornato da un viaggio lisergico. Susanna Gozzetti è una Regina Bianca che gioca con le parole e il tempo, come una specie di “cantastorie” del futuro, mentre Pietro Fabbri è uno stralunato Cavaliere Bianco steampunk, che inforca una vecchia bicicletta piena di ferraglia e nasconde una cresta nero corvino sotto un casco, ricavato da una pentola. E poi ci sono le filastrocche e le piroette di Dimmelo e Dammelo (Marco Lubrano e Alessandro Damerini) e i racconti fantastici e poetici di Mariella Speranza, qui nei panni di un Unicorno-ballerina. Come ogni anno, insomma, un cast all’altezza delle aspettative, capace di ricambiare l’affetto e la fiducia del pubblico. A vestire i panni di un’Alice dark e sotto farmaci, infine, è la brava Lisa Galantini, che all’inizio dello spettacolo canta – molto bene, peraltro – una canzone di Federico Sirianni, in cui – tanto per dire della splendida follia che aleggia intorno a questo spettacolo – la parola fine fa rima con benzodiazepine. Un altro centro perfetto, insomma; come se la saga di Alice invece che da Lewis Carrol fosse stata scritta da Jim Carrol, il poeta e musicista, autore dei “Baskeball Diaries”.

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