Il festival della scemenza
Non vi allarmate, non ho alcuna intenzione di aggiungermi, da stolto, al coro di notisti, fini, o presunti tali, e di (col)leoni da tastiera – come il Bartolomeo, capitano di ventura – che da qualche giorno a questa parte si sono bruciati i polpastrelli argomentando sulla Brexit, sul futuro negato ai giovani, sulla guerra generazionale, sui mali dei referendum e della democrazia, più o meno partecipata, sui viaggi interrrail sul suolo britannico, sui reali d’Inghilterra trasformati in potenziali extracomunitari, sulla possibilità anche per il nostro paese di uscire dall’Europa, sugli ideali traditi, sull’indipendentismo di Scozia e Galles, sul ciaone e su W l’Inghilterra di Claudio Baglioni, pace, donne amore e libertà.
Non allarmatevi, anche se il titolo del mio articolo di oggi, il festival della scemenza, potrebbe avervi fatto pensare a tutto quanto ho poco sopra citato. Non voglio parlarvi di tutto questo, quanto di un’occasione perduta per la nostra città. Quella di non assoggettare, almeno per una volta, tutto alla vuota politica e alla burocrazia meschina, ai miserabili calcoli da bottegai del manuale Cencelli, alle alchimie e agli equilibrismi degli appetiti voraci della nostra casta. Eppure è andata così. Leggevo qualche giorno fa sull’unico giornale cittadino rimasto – e anche in questo caso ci sarebbe da riflettere un po’, ma sarà per la prossima volta, forse – l’intervista polemica di Vittorio Bo, fondatore ed ex direttore del festival della Scienza. Perché ormai per un appuntamento, un’eccellenza, che negli anni ha dato lustro alla nostra città, tanto che a quell’evento si sono ispirati altri paesi per manifestazioni analoghe, siamo arrivati al “volo degli stracci”. Con il cambio di statuto si è deciso di decapitare la testa pensante a favore dell’entrata di qualche politico con il problema di ritardare il momento della pensione. Insieme a Bo e’ stata messa in disparte anche Manuela Arata, altra ideatrice del festival, una risorsa per la nostra città, a cui, probabilmente in maniera un po’ affrettata, si è stabilito di rinunciare. Due eminenze pensionate rapidamente, mio parere, senza farsi troppe domande. Tanto che Bo, togliendosi qualche sassolino dalle scarpe, spiega ” Visto il comportamento dei soci avrei dovuto lasciare prima, anche se non ho mai pensato al mio ruolo di direttore del festival come una poltrona da occupare all’infinito, ma come un impegno culturale e civile, che prima o poi avrei abbandonato, ma cercando una condivisione di percorso di un passaggio gestionale e generazionale da costruire insieme”.
Ho atteso qualche ora e sulla pagina facebook della Arata e’ comparso il primo post ” Leggo sul Secolo che la struttura del Festival della scienza sarebbe stata “snellita”. Non mi pare proprio, andate a guardare quante belle poltrone sono state messe per far sedere tutti! Tra Comitato scientifico e di programma ce n’è per i santi e per i beati! Sono stata zitta a lungo, spero non vi siano altre sollecitazioni ad intervenire, ma la malafede e le bugie sono intollerabili…
Ed è intollerabile che dopo una prepotenza simile ora il braccino diventi corto corto per non dare a Cesare quel che è di Cesare”.
Ma, evidentemente è tutta la storia della Arata, donna di non comuni capacità, a costituire una cartina di tornasole sulle connessioni fra il mondo della ricerca e la burocrazia e la politica. Mario Genco, invita così alla lettura di un post, appena un giorno prima “Un discorso da leggere con attenzione. Manuela Arata descrive la realtà del grigiore mediocre che domina politica e burocrazia per quello che è. Comunque la si pensi su Renzi”. E in effetti la storia della Arata invita a riflettere sulle occasioni gettate al vento, forzatamente abortite per la colpevole incuria della nostra classe politica. “Nella mia vita professionale ho toccato con mano l’odio devastante nei confronti del cambiamento. La prima volta quando venne chiuso il Consorzio Genova Ricerche, una meraviglia, il primo polo per l’innovazione in Italia, noto all’estero, che aveva prodotto almeno un centinaio di posti di lavoro ad alta tecnologia (molti dei quali ancora in sella oggi!), ho conservato una dichiarazione di un allora assessore, tal Muratore, che gioiva per la chiusura che mandava a casa un bel po’ di giovani, ma finalmente puniva un qualche avversario politico. Poi fu la volta dell’INFM (istituto nazionale per la fisica della materia n.d.r.). Ancora oggi quando dico che ero il Direttore Generale dell’INFM mi fanno chapeau. Un gioiello della ricerca italiana, interamente autogestito dalla comunità scientifica con un moderatore gestionale non burocratico, ma professionale. Il giorno in cui venne deportato nel CNR un sindacalista mi disse “e ora te la scordi la valutazione, te le scordi le tenure track”: trasformarono 800 giovani con prospettive di crescita in 800 precari sfigati, un peccato mortale che non è mai stato riparato.
Ora è la volta del Festival della scienza, un evento per il quale abbiamo ricevuto complimenti ammirati da tutto il mondo, “normalizzato” dalla politica che finalmente ci ha messo le mani sopra, grazie a Doria (un sindaco di sinistra e onesto !?!!!) e a qualche sgomitante ricercatore che per preparare una bella figura prossima ventura diffonde dati sbagliati forniti sempre dalla stessa persona (si chiama capacità di adattamento?) Anche in politica percepisco quella stessa acrimonia, quel livore grigiastro dei mediocri che per anni hanno visto altri giocare, divertirsi e produrre buone cose. E che sarà mai?
Forse è per questo che Renzi con la sua spocchia da primo della classe ha comunque il mio sostegno, perché è uno che ha idee e coraggio per realizzarle, speriamo che finalmente per una volta nella storia post rinascimentale (chissà cosa avrebbero detto quegli assessori durante il Rinascimento?!?) vincano il talento e il coraggio”. È appena il caso di chiarire che quel tal assessore Muratore che la Arata descrive come gongolante per la chiusura di Genova Ricerche, corrisponde al nome di Renzo Muratore, per molti anni politico con incarichi in Regione, tra il consiglio e la giunta, socialista della corrente di Rinaldo Magnani, poi approdato a Forza Italia, che, al termine di una carriera in cui ha avuto anche l’avventura di fare il presidente della giunta, succedendo ad Alberto Teardo e Rinaldo Magnani, anche loro socialisti, ha avuto oltre al vitalizio la fortuna di trovare un ottimo impiego. L’assessore in questione al termine del cursus honorum della casta trovo’ un ruolo come amministratore delegato della Saimare, incappando poi in qualche disavventura giudiziaria.
Il comportamento, comunque, risulta emblematico del rapporto fra mondo della politica e mondo della ricerca, un campo in cui al di là dei risultati, i nostri politici hanno sempre cercato di appuntare qualche bandierina.
E poi, poi c’è Marco Doria, il sindaco arancione, il professore universitario che in nome dei suoi principi, della sua estrazione sociale e della sua professione probabilmente avrebbe dovuto difendere le competenze senza lasciarsi sopraffare da certe logiche della politica, a cui, almeno subito dopo l’elezione diceva di sentirsi estraneo. Ma leggete la testimonianza dell’architetto Marina Montolivo Poletti sulla riunione in cui si decise di cambiare lo statuto del Festival della Scienza. Di agi, fra la stupidità e la disattenzione come se si trattasse di un golpe, già deciso, per favorire la politica immolando sull’altare della convenienza personale anche le legittime convinzioni del consigliere comunale dem Cristina Lodi, “Posso testimoniare lo sforzo di Cristina Lodi per evitare che le nostre belle istituzioni mandassero a ramengo anche il festival della scienza, come tutte le altre gloriose iniziative nate da passioni private. C’ero. E ho visto tutti gli altri consiglieri chattare e chiacchierare passeggiando( sindaco compreso) senza ascoltare neppure una parola della sua sacrosanta perorazione. Poi ha preso la parola l’inqualificabile Sibilla per dire che il partito ha gia’ deciso diversamente (e allora a cosa cazzo serve la discussione???). Molti begli incarichi, molte belle poltrone a tutti gli amici e il festival diventerà solo una passerella di aziende paganti che manterranno un inutile brontosauro”.
Ed ecco allora la ragione del titolo con un festival della scienza trasformato in festival della scemenza, in cui il nostro sindaco rinuncia per paura che i partiti che lo sostengono possano rivoltarglisi contro a esercitare quelle che avrebbero dovuto essere le sue prerogative di far ragionare i suoi dirimpettai per una manifestazione unica, proprio perché sin dalle origini fuori dalle solite pastoie. Una delle occasioni in cui Doria avrebbe potuto far risaltare la sua diversità. Ed invece ha rinunciato. Del resto l’epilogo politico e’ sotto gli occhi di tutti. Ricattati, lui è la sua maggioranza, dai suoi ultimi supporter che lo hanno tenuto in piedi, e dai partiti che in attesa di una sua pronuncia, non possono fare altro che sostenerlo per evitare un pericoloso commissariamento a qualche mese dalle elezioni. Commissariamento che potrebbe segnare pesantemente il risultato elettorale. I danni di un simile atteggiamento, pero’ sono lì’ sotto gli occhi di tutti. Con una città prigioniera, impantanata negli effetti dei veti incrociati. In cui anche l’ordinario buon senso sembra essere diventata una dote introvabile. E la stupidità’, anzi la scemenza docet.
Il Max Turbatore



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