In onore di Cassius Clay alias Muhammad Ali

Se n’è andato anche lui. Cassius Clay alias Muhammad Ali. Un mito del pugilato. Una leggenda come uomo. Leggero come una farfalla sul ring, saltimbanco nello sviare i colpi dell’avversario per poi pungere come un’ape. Fermo sulle gambe nella vita, ad incassare le sberle dell’esistenza. Atleta danzatore, condannato dal cinismo del contrappasso a convivere con il parkinson, malattia neurodegenerativa che colpisce il controllo dei movimenti e dell’equilibrio. Personaggio scomodo muore a 74 anni, senza aver mai perso la lucidità che gli impedì di partecipare alla guerra del Vietnam preferendo la detenzione “Non ho mai litigato con i vietcong. Non mi hanno mai chiamato negro. I nemici della mia gente sono qui”. Quella stessa lucidità con cui, recentemente, ha messo al tappeto Donald Trump “Noi come mussulmani dobbiamo resistere a coloro che usano l’Islam per portare avanti i propri interessi personali”. Addirittura 42 anni fa epico nel riprendersi il titolo che aveva lasciato, renitente alla leva, per entrare in carcere. Nell’incontro con George Foreman a Kinshasa, nella notte in cui la folla gridava Ali bomaye. Otto riprese a prender pugni e sviare colpi per stancare l’avversario e poi vincere per ko. Maestro di vita come quando nel 1996, seppure già affetto dalla grave malattia, non rinuncio’ a comparire, barcollante, come ultimo tedoforo alle Olimpiadi di Atlanta e gli fu riconsegnata la medaglia d’oro vinta a Roma che, si dice, avesse gettato in un fiume come plateale gesto di protesta verso le discriminazioni razziali nel suo paese.

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I giornali, gli sportivi, gli scrittori, i registi che lo hanno celebrato in vita lo raccontano ora, dopo la dipartita, rievocando, commossi, le vicende di un ragazzo artista nella sua disciplina e di un uomo pervicace nel difendere le sue idee. Duro ma empatico, come quando, per ridare fiducia a un bimbo coloured, vittima dei suoi compagni bulli, organizzo’ un incontro e si lasciò mandare al tappeto per restituire autostima al piccolo di appena sei anni.
Niente di nuovo per chi, da ieri, ne ha celebrato il mito. Fenomeno da condividere, ammirare e studiare. L’eco della sua morte è arrivato anche sulle pagine social dei nostri protagonisti. Coccodrilli genuini per un personaggio che ha diviso una generazione e fatto discutere sin dalla decisione di cambiare il suo nome in Muhammad Ali e convertirsi all’islamismo.
Simone Regazzoni, quarantun anni, filosofo, scrittore, portavoce di Raffaella Paita nell’ultima campagna elettorale per le regionali, e’ nato un anno dopo la storica vittoria sul ring di Kinshasa, eppure si lascia andare ad un commovente ricordo post mortem “Se ne è andato il più grande, il re. Muhammad Ali, un uomo che ha sempre lottato sino in fondo, dentro e fuori dal ring. Che si è fatto amare e odiare perché conosceva una sola misura: l’eccesso del proprio desiderio su cui non ha mai ceduto arrivando a sfidare l’impero americano sulla guerra del Vietnam. Per anni ho dato la caccia ad ogni libro, documentario, film che parlasse del re. Se ho capito qualcosa della virtù del coraggio lo devo a lui. La notte di Kinshasa, 30 ottobre del 1974, resta per me la formula perfetta dell’etica. Ali Bumye”.
Stringato Michele Scandroglio, ex parlamentare del PdL ” Cassius Clay e’ morto. Con lui scompare il miglior pugile di tutti i tempi”.
E c’è un po’ da riflettere anche sul coccodrillo di Scandroglio che si limita ad onorarlo come pugile, chiamandolo con il nome precedente alla sua conversione. Quasi che per lui Ali e l’islamismo, ma anche quel rifiuto di andare in guerra, come soldato degli Stati Uniti, in Vietnam, fossero bazzecole da lasciare in secondo piano. Come se le imprese e le gesta fossero esclusivamente da ascrivere all’atleta e non tanto all’uomo che, per coerenza, rinuncio’ al titolo e finì per perdere la medaglia olimpica di Roma Sessanta. Come se il patto Atlantico non fosse, oggi, cosa da cassetto dei ricordi. Ma, si sa, la faziosità nell’inconscio resta macigno duro da sciogliere.
Più lieve il ricordo di Raffaella Paita, capogruppo dem in Regione, anche lei troppo giovane per aver assistito al mitico scontro con Foreman, si allinea al suo ex portavoce nel tributo post mortem. “Lui era il più grande Ali. Il re. Per le straordinarie vittorie sul ring. Per il suo coraggio dimostrato combattendo battaglie per i diritti. Ma soprattutto perché anche nei momenti più difficili della sua esistenza ha saputo rialzarsi. Nella notte di Kinshasa, quando si è ripreso il titolo che gli avevano tolto per ragioni politiche, ha dimostrato al mondo una cosa: che nella vita la differenza la fa la capacità, o meno, di combattere per i propri sogni”.
Tutto, giusto, tutto plausibile. Eppero mi spiace che fra le immagini postate sui social non ci sia quella di Ali tedoforo ad Atlanta. Troppo facile, e bello, ricordarlo tonico e scattante quando calcava il ring. Un castigo di Dio, o di Allah. A me piace riproporlo proprio come un cinquantaquattrenne nero, acciaccato e tremolante, per il morbo di parkinson, che, in onore degli sport olimpici, non si nascose dietro allo strapotere fisico degli anni belli e pur barcollante accese la fiaccola. Una lezione di stile, e di vita, che va ben al di là dei successi sportivi. In linea con il Muhammad Ali fuori dal ring, quello delle battaglie contro la segregazione dei neri, quello citato nei suoi discorsi da Martin Luther King, quello per il quale il presIdente Obama ha detto “Grazie a lui il mondo è migliore”. Quello per cui qualcuno ha detto “Se non ci fosse stato lui non ci sarebbe stato neanche Obama”. Quello che qualche tempo fa, con la sola forza delle idee e delle parole ha messo al tappeto Donald Trump. Quello a cui, al di là del credo religioso, stasera mi sento di augurare… che il cammino ti sia lieve.
Il Max Turbatore

 

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