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La Repubblica delle donne

Il destino, talvolta sa essere beffardo. Beffardo e nel contempo tragico.
Ma, se si ha il tempo e la voglia di soffermarsi a valutare i suoi intrecci, riesce a darci il senso della realtà che condividiamo, alla ricerca di una strada da percorrere, quasi che due eventi, apparentemente slegati, possano essere utilizzati per leggere la storia. Così cerco di farlo applicando il mio spirito di curioso osservatore ai tweet, ai cinguettii e ai messaggi facebook di questi giorni. Sondando la mente e la pancia dei mie autorevoli protagonisti.
Dunque… partiamo da venerdì scorso. Rai tre in prima serata dedica una lunga trasmissione con filmati d’epoca in bianco e nero presi dalle teche Rai, quelle che abitualmente riforniscono Techetechete’, sui settanta anni della Repubblica, sulla prima volta delle donne al voto per il referendum su Monarchia o Repubblica. E pone l’accento proprio sulla prima volta delle donne alle urne, forse fondamentali anche per l’esito di quella scelta. Onore al sesso debole dunque, anche se nella notte fra il 28 e il 29 maggio, Vincenzo Paduano, uccide la fidanzata Sara Di Pietrantonio. La tampona con la sua auto mentre sta facendo ritorno a casa, l’aggredisce, la strangola, poi le da’ fuoco. Il corpo carbonizzato viene trovato insieme alla macchina bruciata alla Magliana. Il sostituto procuratore, vedendo i filmati delle telecamere di sorveglianza, accusa “Se qualcuno si fosse fermato vedendola in difficoltà la ragazza sarebbe ancora viva”. Invece chi passava in automobile ha tirato dritto.
Ed è emblematico scorrendo le pagine social osservare l’alternanza e il rincorrersi di messaggi e di tweet sui settanta anni di Repubblica, sulle celebrazioni del primo appuntamento del voto alle donne, con quelli sull’orrore per l’omicidio aberrante di quella ragazza di 22 anni a cui piace il ballo, ascolta Mika e Ligabue e ha deciso di lasciare il fidanzato di 27 anni, poi rivelatosi il suo carnefice, messa sul chi vive dalle sue intemperanze e dalla sua aggressività.
E, parallelamente all’avanzare delle indagini sull’omicidio di genere, consumatosi alla Magliana, si intensificano i post sui festeggiamenti del 2 giugno, intercalati dalla polemica per il maxi schermo di De Ferrari e dall’elenco di appuntamenti più o meno solenni e dalla protesta del capogruppo di Forza Italia Angelo Vaccarezza che si lamenta perché a Savona la festa si è rivelata troppo festa e poco commemorazione. Tanto che ha dovuto pensare lui stesso a mettere un mazzo di fiori ai piedi del monumento ai caduti ricordando il maresciallo dei carabinieri Silvio Mirarchi ucciso a Marsala nell’adempimento del suo dovere. Qualcuno avvertiva che un paese senza memoria e’ condannato ad essere un paese senza identità.
Insomma, in mezzo all’abbuffata reducistica di celebrazioni, forse inconsapevolmente, spuntano in ognuno di noi questi nei della coscienza che ci invitano a riflettere sul nostro presente. Sulla lotta per la parità di genere di cui si parla tanto. Per la quale alla luce di simili aberranti tragedie appare chiaro che rimane molto ancora da fare. Soprattutto lavorando nel profondo e su di noi.
Perciò Mara Carocci, parlamentare genovese del Pd, posta la sua testimonianza sulla sua pagina facebook dopo aver ringraziato gli allievi del Conservatorio Nicolò Paganini e l’orchestra del Carlo Felice che hanno suonato alla festa del 2 giugno, condividendo un messaggio di Anna Giacobbe. “Finché due uomini che si baciano fanno più scalpore di un uomo che picchia una donna ci sarà sempre qualche cosa che non va in questo cavolo di paese”.
Raffaella Paita, il capogruppo dem in Regione, scrive un lungo messaggio in cui dice fra l’altro “Sara e’ l’ennesima vittima di chi considera la donna un oggetto di proprietà, di chi non vuole accettare un no come risposta. Siamo tutte sorelle di Sara”. Poi ritwitta la testimonianza del candidato sindaco del Pd per Roma, Roberto Giachetti “la tragedia di Sara non è il dolore di una famiglia. È di ognuno di noi. Roma deve tornare ad essere una comunità solidale”. Perché la cosa che, probabilmente, colpisce di più in mezzo al clima di festa che celebra la libertà ritrovata di un paese, di un popolo, di una nazione e’ proprio il clima di indifferenza maturato individualmente di fronte alle sofferenze degli altri. Le donne, come i bambini dei migranti approdati sulle nostre coste, dopo un viaggio incubo, al termine del quale si sono ritrovati in salvo ma orfani. Un clima di intolleranza che trasuda dai post delle pagine social, nei duelli delle trasmissioni televisive.
E c’è un’ altra frase sulla memoria che mi fa piacere ricordare “Quelli che non ricordano il passato sono condannati a ripeterlo”. Un monito inciso in trenta lingue ai piedi del monumento al campo di Dachau.
Già la memoria che, ogni tanto fa difetto ai nostri politici. E c’è qualcuno che, giustamente provvede a ricordarglielo. Manuela Arata, l’ideatrice del Festival della Scienza, dopo aver firmato l’appello alle ministre per la massima sensibilizzazione di fronte al dramma della violenza sulle donne di questo paese testimonia ” Non possiamo più sopportare che la violenza invada le nostre case e i nostri cuori, non possiamo più sopportare che questa devastante violenza oscuri tutte le violenze non fisiche, ma comunque tremende, che i maschi continuano ad infliggere alle donne in Italia”. Le violenze non fisiche, ma pur sempre violenze maschili. Qualche giorno fa spiegava sulla sua pagina social la stessa Arata “Ho chiesto, nel corso di un convegno sulla donna organizzato dalla Zonta Club di Genova, ad alcune magistrate se ci fossero processi per la discriminazione di genere sul lavoro o nelle società. Mi hanno risposto che non ce ne era traccia, forse perché i tribunali sono pieni di processi penali per femminicidio e violenze di tutti i tipi”.
E così la Arata, insieme a tante altre donne, genovesi e non, si è ritrovata a firmare la petizione indirizzata alle cinque quote rosa del governo: Renzi Maria Elena Boschi, Stefania Giannini, Beatrice Lorenzin, Marianna Madia e Roberta Pinotti. Una petizione del “corpo delle donne” che inizia così “Vi scriviamo per comprendere un silenzio, il vostro, che ci appare ingiustificabile. Ieri è stato commesso l’ennesimo femminicidio che ha avuto l’onore delle prime pagine. Da anni, oramai, i femminicidio si susseguono raccontati in cronaca mentre cronaca non sono”.
Ma, probabilmente, le nostre protagoniste, al di là di qualche tweet formale, erano impegnate nel contestualizzare i festeggiamenti del 2 giugno. Dimenticando che i settant’anni di Repubblica coincidevano proprio con la prima volta del suffragio universale e del voto,alle donne.
In un intrecciarsi di significati di cui, ognuno in fondo, magari anche le nostre ministre, impegnate a rincorrere la politica dei signori maschi, coglieva l’aspetto che più poteva interessare. In una Repubblica delle donne in cui per raggiungere l’effettiva parità di genere c’è ancora molta strada da percorrere. Ma, come si dice. Passata la festa…
Il Max Turbatore

gufetto

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