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Uccise madre e figlio a coltellate. La Cassazione conferma l’ergastolo

Luis Alfredo Soza Intriago ha tramortito a pugni Monica a scopo di rapina prima di finirla con una ventina di coltellate. Poi, quando Marcos è rientrato a casa da scuola cogliendolo sul fatto, ha massacrato anche lui con 18 fendenti. L’uomo era anche un lontano parente delle vittime. Ora è in isolamento diurno a Marassi

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di Monica Di Carlo

Passerà il resto della sua vita in prigione per aver massacrato a coltellate una donna e suo figlio e per aver tentato fino all’ultimo di fingersi estraneo ai fatti nonostante le prove schiaccianti. La Cassazione ha infatti confermato l’ergastolo deciso dal Tribunale di Genova per Luis Alfredo Soza Intriago che sferrò 20 coltellate a Monica Rachel Gilce Guerrero, badante trentottenne dopo averla tramortita a pugni in faccia e infierì con altre 18 sul figlio non ancora tredicenne Marcos Kleyner Ramirez tornato da scuola quando la madre era già morta. Hanno avuto giustizia il marito della donna, José “Pepe” Ramirez, il figlio John (oggi ventenne), un fratello e due sorelle di Monica, tutti assistiti dall’avvocato Elena Fiorini (assessore alla legalità del Comune di Genova) che nei tre gradi di giudizio ha curato la Parte Civile.
<Non riesco mai a gioire per un ergastolo – commenta Fiorini, che aveva assunto l’incarico prima della sua nomina ad amministratore -, tuttavia l’epilogo di questo processo per un delitto così efferato testimonia che la nostra giustizia può funzionare. Nonostante sia sembrato che per mesi le indagini non portassero a risultati concreti, l’ottimo lavoro della Procura genovese (pm Massimo Terrile n. d. r.) ha costruito un impianto accusatorio talmente solido da essere confermato nei tre gradi di giudizio. Le parti civili non hanno mai avuto alcuna ansia di  vendetta, ma semplice desiderio di giustizia. Hanno seguito le indagini mettendosi a disposizione e attendendo con fiducia. Quando Luis Alfredo Soza Intriago fu arrestato dai carabinieri, il 9 novembre 2012, quasi un anno dopo il delitto, i familiari di Monica e Marcos non riuscivano a credere che fosse stato lui, che è anche lontano cugino>. Gli assassinii così violenti ed efferati della moglie e del figlio hanno distrutto Pepe Ramirez che nel frattempo ha perso il lavoro e la casa. <Al di là del dolore – dice l’avvocato Fiorini – la vita dell’intera famiglia è stata completamente distrutta>. Quando le manette scattarono ai suoi polsi, Soza Intriago, che lavorava saltuariamente come muratore e in passato era  stato impiegato presso il mattatoio, aveva con sé 12 grammi di eroina.

Monica e Pepe, grandi lavoratori. Volevano costruire una casetta in Ecuador

Monica e Pepe erano grandi lavoratori. La donna si concedeva ben pochi svaghi, tanto che le telefonate partite dal suo cellulare nei mesi precedenti al suo omicidio sono tutte al marito, ai figli, ai fratelli. Per accumulare onestamente quanto più denaro possibile, la coppia affittava almeno una stanza a conoscenti.
Quando la violenza di Soza Intriago si abbatte su Monica e Marcos, è il 5 dicembre 2011, il primo ad essere sospettato è il marito che rientrando a casa dopo il lavoro, al civico 13 di via Balbi Piovera (la strada che porta all’ospedale Villa Scassi) si trova catapultato in una scena da macelleria. Solo che per terra, devastati dalle coltellate e (nel caso della donna) dalle botte, erano la moglie e il figlio. più piccolo. Il sangue è dappertutto perché l’assassino ha agito con modalità violente e crudeli. Quando già aveva ucciso Monica, il figlio della donna era rientrato da scuola e Soza Intriago non aveva avuto nemmeno la minima esitazione a massacrare anche lui, che lo conosceva e poteva accusarlo. Poi si era allontanato senza alcuno scrupolo, facendo sparire gli scarponcini macchiati del sangue delle sue vittime e il grosso anello che portava al dito e che aveva lasciato tracce evidenti sul viso di Monica, devastato dai pugni prima che arrivassero le coltellate a finire la badante. L’anello, però, compariva ancora in alcune foto del profilo Facebook dell’uomo. Si scoprì dopo, grazie all’analisi dei tabulati telefonici, che Soza Intriago aveva immediatamente chiamato i parenti ad Acqui Terme e che questi si erano fondati a Genova improvvisando un picchetto davanti al suo portone. Forse temeva di essere stato scoperto e aveva paura della vendetta della famiglia Ramirez. Dopo un po’ di tempo e per quasi un anno, probabilmente, ha pensato di averla fatta franca.

Il movente: un tentativo di rapina

Il movente dell’omicidio è la tentata rapina ai danni della famiglia. La coppia di immigrati ecuadoriani lavorava da anni duramente per pagare il mutuo della casa di Genova e, contemporaneamente, metter via qualche soldo per costruirsi una casa nel paese d’origine. Il figlio John era appena partito per l’Ecuador portando con sé 10mila dollari (il massimo consentito) e dopo pochi giorni i genitori e il fratello l’avrebbero dovuto raggiungere col resto del denaro. Il gruzzoletto era arricchito dai soldi necessari per la festa della comunione di Marcos. Tutti i conoscenti e i parenti sapevano del progetto della famiglia. Sosa Intriago, giovane sbandato, assuntore di droghe e avvezzo a mettere in vendita oggetti di provenienza furtiva per finanziare l’acquisto delle dosi, era entrato in casa Ramirez per rapinare quei soldi e la sua parente l’aveva fatto entrare senza sospettare che era lì per ammazzarla pur di portare via quel denaro che, invece, non trovò mai perché Pepe lo aveva nascosto in una cassaforte che, intendendosi di lavori di edilizia, aveva installato in casa.

Le indagini del Ris e le tracce genetiche

Quando ancora gli inquirenti brancolavano nel buio, archiviati in fretta sospetti nei confronti del marito di Monica e padre di Marcos, hanno sondato anche la pista pandillas pensando che potesse avere a che fare col figlio quindicenne della coppia, nell’età “giusta” per frequentare le bande giovanili sudamericane della zona. Invece no. Ad agosto i Ris scoprivano che in una bottiglia di acqua minerale c’erano tracce di saliva non appartenente ai componenti del gruppo familiare compatibile all’80% con alcuni soggetti vicini alla famiglia: la direzione era quella buona, ma nessuno di questi era il responsabile. Attraverso la mappatura del Dna, gli scienziati dei CC hanno però provato con certezza a chi apparteneva quella saliva.
A novembre l’arresto di Sosa Intriago che si inventa estemporaneamente di essere entrato in casa per aiutare la parente a spostare dei mobili e di aver visto lì un nordafricano su cui tenta di far cadere i sospetti. Ma è solo una sua invenzione e, nel frattempo, gli inquirenti fanno analizzare la posizione del cellulare dell’uomo e scoprono che nel giorno e nell’ora del delitto si trovava proprio agganciato alla cella a cui fa riferimento la casa di via Balbi Piovera. L’assassino ha sempre negato ogni addebito e quando ha capito che le indagini dei carabinieri stavano portando a lui, aveva anche tentato di far perdere le proprie tracce, magari tornando in Ecuador.

La condanna definitiva

Venerdì scorso, a Roma, la Cassazione ha giudicato ineccepibile il provvedimento del tribunale di Genova. Luis Alfredo Soza Intriago passerà il resto della sua vita in galera dove è ora, a Marassi, per adesso in isolamento diurno.

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