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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo/14 aprile 2016

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A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

BLACK MOUNTAIN – IV

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Il riferimento si impone immediatamente all’attenzione: “IV” non può che tornare ad evocare il celebre (in realtà privo di titolo in copertina) quarto album dei Led Zeppelin. Ma qui non siamo alle prese con una scatenata ed elegante elettricità applicata alla ballatona gotica ed esoterica, che fa l’occhiolino a John Barleycorn (nella cultura anglosassone la personificazione dell’orzo e della vita nei campi). I canadesi Black Mountain sono figli spuri dell’hard rock, soprattutto in questo loro ultimo quarto disco, che a ben calibrati riff d’antan, dalla veracità sabbathiana, alterna atmosfere più diluite (anche nella forma estesa della composizione) e psichedeliche (per la verità preponderanti), oltre a qualche incursione nell’elettronica kraftwerkiana (e non solo: deliziosa, per esempio, la citazione carpenteriana in “Defector”) e in qualcosa di più simile al trip pop, con la voce di Amber Smith, che a tratti può persino ricordare quella di Beth Gibbons. Una singolare e diversificata formula, già abbondantemente delineata nella programmatica e lì per lì spiazzante, anche per il suo tono da flower power, traccia d’apertura (“Mothers Of The Sun”). Ogni nota sembra provenire da molto lontano, con divertenti sonorità vintage a tutto andare. Un passato, quello richiamato da questi nostalgici nord americani, che però guardava al futuro, sognava i viaggi cosmici e interstellari, oppure temeva l’avverarsi di certe fantascientifiche profezie orwelliane e bradburiane. Solo un paio le reminescenze folky (“Line Them All Up” e “Crucify Me”, questa sì quasi una perduta session del “Led Zeppelin IV”, magari a precedere “Stairway To Heaven”), un solenne momento tangerinedreamiano (l’incipit di “(Over and Over) The Chain”), e una sontuosa chiusura floydiana (“Space To Bakersfield”). Viaggiatori nel tempo. Marco Maiocco

THE LAST SHADOW PUPPETS – Everything You’ve Come To Expect

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Chissà cosa hanno di tanto brutto questi anni duemila (10) se appena un musicista ha un po’ di successo (o di denaro) corre a rinchiudersi in una bolla di realtà virtuale che rimanda (o ricalca) un passato più o meno lontano. Guardate Jack White che insegue il blues delle origini; guardate i LSP (Alex Turner di casa Arctic Monkeys e Miles Kane di casa Mile Kane) che, britannici trapiantati a LA, si calano in una fantasia jamesbondiana tutta archi sontuosi e ballate di velluto. Come se fosse il 1963, quello vero. Le canzoni non sono male (ottima, come spesso accade, l’apertura con Aviation), gli arrangiamenti sono curati. Quel che più colpisce, però, sono le (rare) deviazioni; l’essenza di questo disco è dichiaratamente nostalgica. In conseguenza, il suo pubblico di riferimento sono i nostalgici. Anni 2000 o non anni 2000. Il progresso è un’altra roba. Marco Sideri

AA.VV. – Southern Family

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Dave Cobb è un talentuoso musicista e produttore di Savannah (Georgia), cresciuto in una famiglia di fede pentecostale (i devoti dello spirito santo), all’interno della quale gli unici ascolti ammessi riguardavano musica sacra e country più o meno istituzionale. Pare che Cobb, oltre ad aver coltivato “in segreto” una passione per il funky dei Meters (dai quali almeno una parte del jazz rock ha senz’altro attinto, pensiamo ai primi Headhunters di Herbie Hancock), sia cresciuto ammaliato da un vecchio disco del 1979, prodotto dal britannico Paul Kennerly (poi noto alle cronache per aver sposato Emmylou Harris), e interpretato da una serie di artisti, tra cui Wailon Jennings e sua moglie Jessi Colter, oltre che da Eric Clapton. Un concept album corale, incentrato sulla guerra civile americana, vista dalla parte confederata, che in piena epoca punk ebbe il merito di ravvivare l’attenzione per le articolate sonorità popolari e le forme musicali del vecchio sud. Poco più che quarantenne, oggi Cobb è un affermato produttore di Los Angeles, che non ha smesso di coltivare l’interesse per le variopinte e umanissime musiche del profondo dixie. Dopo aver prodotto lo scorso anno alcuni dischi di assoluto pregio nel campo della reinvenzione (in chiave soprattutto rock) del country nashvilleiano (“Metamodern Sounds In Country Music” di Sturgill Simpson, “Something More Than Free” di Jason Isbell, “Traveller” di Chris Stapleton e “Delilah” di Anderson East), si è nel frattempo prodigato per realizzare questo prezioso “Southern Family”, che in effetti dagli elettroacustici anni ’70 sembra in buona parte provenire: un’ammaliante e ispirata rassegna di songs, realizzata con il contributo di una serie di ospiti e amici (John Paul White, Jason Isbell, Brent Cobb, Anderson East, Miranda Lambert, Brandy Clark, solo per fare qualche nome), che davvero si presenta come un’illuminata espressione della varietà musicale dell’ex territorio schiavista. A colpire sono l’eleganza e la sottigliezza di un’antologia, che dalla prima all’ultima traccia non perde nulla della sua caratura e intensità, e all’interno della quale trovano spazio, senza alcuna barriera stilistica, come in una grande famiglia, limpido country e cadenze bluesy, ballatone rock e muscle shoals sounds, solare southern gospel e venature funky/soul, bluegrass e intarsi di southern rock. Insomma un disco di americana a tutto tondo, intriso di rispetto e sentimento, senza particolari “smargiassate”, e però assolutamente capace di incidere. Da non perdere. Marco Maiocco

RICHMOND FONTAINE – You Can’t Go Back If There Is Nothing To Go Back To

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Se la musica è oggi perlopiù un affare di tribù (e la musica è oggi perlopiù un affare di tribù) allora i RF appartengono alla tribù dei tradizionalisti americani senza grilli per la testa; nessuna contaminazione, nessun compromesso: frontiera, polvere, country rock e pedalare. Questo disco (l’ultimo della serie, dicono loro) arriva a confermare l’identità e le radici del gruppo dopo i tentativi (riusciti a metà) di cambiare passo dei lavori precedenti, e la fuga del cantante e autore Willie V verso altri lidi (un’avviata carriera da romanziere). Willie torna ai RF come i cowboy di tanti vecchi film: per vendicare la visione musicale di un gruppo, da sempre rimasto ai margini per questioni di tempismo (infelice) e (avversa) fortuna. Ne esce un album a metà strada tra il Nebraska di Springsteen e gli esordi dei Wilco. Addio e grazie, RF. Marco Sideri

IL DIARIO

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Diario del 14 aprile 2014
Ore 12:20, entra una signora, con cartellino attaccato alla maglia, incurante dei clienti che la precedono, “Scusi, è lei Giancarlo?”, “Sì”, “Tranquillo, non sono della Finanza. Sto cercando dei cd e la mia amica Paola, che lavora quassù, mi ha detto che lei potrà aiutarmi”, “Mi dica”, “Mia figlia vuole, come si chiama?, Paolo Mengoni?”, “No, Marco”, lo tiro fuori dallo scaffale della vergogna, “Eccolo”, “Grande aveva ragione Paola”, le squilla il cellulare, a dire il vero io non sento nessuno squillo, ma lei risponde “Sì, va bene, arrivo, di’ al vigile che sto arrivando” e rivolta a noi “Ho lasciato la macchina in seconda fila, non ha mica anche il cd di Renga”, “Non credo proprio” e invece, sempre da quello scaffale, ne esce una coppia. Lei entusiasta, “Bene, mi faccia il conto”, “Quaranta euro”, “Non mi stia a fare lo scontrino”, “Sì e magari poi lei gira il cartellino e scopro che è della Finanza”, riprende il telefonino (ma ha suonato?) “Sì, sì, arrivo, pago e arrivo, sì te li ho trovati i cd” e ancora a noi “Sono per mia figlia, è in macchina, mi sta mettendo a perdere”. Mi passa la carta di credito, la striscio, risposta “transazione negata”, lei “Strano l’ho ricaricata ieri, ci riprovi”. Ci riprovo, ma la risposta è uguale, allora lei “Facciamo così, vado un attimo quassù dalla mia amica Paola e farmi dare i soldi e torno subito giù. Ce la faccio? La mia amica Paola mi ha detto che lei chiude puntuale”, “Sì tra quattro minuti”, “Oe, ce la faccio tranquillamente” e sparisce. “Questa voleva fregarmi – penso – Se mi distraevo e non guardavo lo scontrino se ne andava senza pagare”, un momento ma i due cd dove sono? No, questa non voleva fregarmi, mi ha proprio fregato, i due cd se li era messi in borsa quando io passavo la carta. De resto dovevo pensarci prima, mi ha chiesto un cd di Men(goni) e uno di (Ren)ga, togliamo le parentesi e cosa rimane? Menga. La vecchia legge questa volta ha colpito me. Però quassù lavora davvero una cliente che si chiama Paola, quasi quasi domani provo a farmi dare da lei i quaranta euro.

LE PROSSIME USCITE

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MATT ELLIOTT – THE CALM BEFORE
GRAHAM NASH – THIS PATH TONIGHT
PAUL YOUNG – GOOD THING
PJ HARVEY – THE HOPE SIX DEMOLITION PROJECT
CAT LE BON – CRAB DAY
E una marea di vinili per il Record Store Day.

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

1 HARPER BEN & THE INNOCENT CRIMINALS – Call It What It Is
2 THE LUMINEERS – Cleopatra
3 RENATO ZERO – Alt
4 THE LAST SHADOW PUPPETS – Everything You’ve Come To Expect
5 MODERAT – III
6 BLACK MOUNTAIN – IV
7 EXPLOSIONS IN THE SKY – The Wilderness
8 MOGWAI – Atomic
9 DEFTONES – Gore
10 TEARDO, TEHO & BLIXA – Nerissimo

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