Don Valentino, quando il sacerdote si trasforma in caritatevole criminologo
Ormai è diventato una sorta di vezzo nazionale, che sta sconfinando sempre più nel vizio. Del resto fa parte della deriva presa dai talk show della tv generalista in cui ai politici si sono sostituiti psicologi, avvocati, giudici e criminologi per parlare delle efferatezze del giorno. Perciò dalla Leosini a Luzzi, dalla Sciarelli a Vespa per quanto riguarda la serata, ma anche le trasmissioni pomeridiane non possono fare a meno di occuparsi di cronaca nera. In più c’è un altro aspetto da tenere presente, ed è quello del parroco curioso che si trasforma in investigatore, con molti esempi, da padre Brown al televisivo Don Matteo.
Così il nostro Don Valentino Porcile rientra perfettamente in questo solco. Una ventina di giorni fa, con un messaggio sulla sua pagina Twitter, metteva in guardia i genovesi da un truffatore che si presentava alle porte in abito talare allo scopo di raggranellare qualche decina di euro. Un sacerdote a tutto tondo, sempre molto amato dai suoi parrocchiani. Quando da Cornigliano si era dovuto trasferire alla parrocchia S.S. Annunziata di Sturla, nel ponente si era sfiorata l’insurrezione. E recentemente e’ finito sulle pagine dei giornali per aver letto in chiesa una pagina del nuovo libro di Fabio Volo e per aver invitato il premier Renzi a far visita alla sua parrocchia ma lasciando da parte la volontà di trasformare il pellegrinaggio in passerella. Un parroco di frontiera che ha mantenuto saldi i suoi principi. Proprio in questi giorni, però il rapporto con le sue pecorelle parrebbe essersi un pochino incrinato. Sulla sua pagina Twitter è finita la lettera di Ledo Prato, il padre di Marco Prato, il ragazzo che insieme a Manuel Foffo ha torturato sadicamente e poi assassinato Luca Varani. Il caso ha sconvolto l’opinione pubblica e da una settimana tiene banco sulle pagine dei giornali. Don Porcile pubblica una lettera in cui il genitore parla di giudizi sommari, di verità parziali e di comodo. Avverte che i tempi della ricerca della verità non sono brevi e la giustizi umana ha limiti profondi. E viene impallinato da critiche anche feroci. Così decide di rispondere con una lettera in cui mette in evidenza tutti i suoi dubbi di sacerdote, ma soprattutto di persona che svolge l’attività di educatore fra i giovani, utilizzando il senso di carità cristiana che cerca di spingerci a comprendere prima che a condannare. E non a caso intitola la sua lettera il “dolore di un figlio degenere” cercando forse si provocare indirettamente i suoi contestatori, dove il degenere potrebbe essere il figlio di Ledo Prato, ma anche il sacerdote di Sturla accusato di aver dato spazio alle riflessioni del padre di un assassino tanto efferato. E Don Valentino scrive ” Perché ho pubblicato la lettera di Ledo Prato? Me lo hanno chiesto in molti. Alcuni con curiosità, altri condividendo, molti criticando pesantemente queste parole e questa mia scelta. Io non conosco il signor Prato. Conosco però altro. So cosa vuol dire avere un figlio degenere. So che cosa vuol dire darsi anima e corpo ad educare ragazzi per poi vederli perdersi dietro a scelte o atti che vanno in direzione diametralmente opposte. So che cosa vuol dire uscire di notte con una mamma disperata, per a andare a cercare un ragazzo a te caro che si sta perdendo non sai dove. So che cosa vuol dire avere davanti un ragazzo che hai cresciuto tu, nel momento in cui sceglie di sbagliare. Mentre tu gli dici che sta sbagliando. So come e’ tutta questa fatica e questo dolore di genitori che si danno, anima e corpo per i figli, che dopo anni di vita donata loro ti fanno maledire la vita. Questo è un dolore silenzioso, tanto spesso portato avanti con una dignità ammirevole
Questo è un dolore sul quale si scarica tanto facilmente lo sdegno di chi vedendo da fuori non sa”. E il sacerdote chiede ai suoi detrattori: ” Fermarci a pensare anche a questo è andare controcorrente? A volte bisogna non seguire la scia dei benpensanti. Se qualcuno è così perfetto o ben pensante da avere la risposta o le soluzioni per tutto, si faccia avanti. Io lo dico sinceramente, ho da imparare”. Una difesa basata sui principi cristiani della comprensione. Nonostante questo qualcuno del suo gregge ricorda al Don come nelle parole di Ledo Prato non compaia nulla che esprima la costernazione nei confronti del dolore dei familiari della povera vittima. Sino a giudicare la lettera come una sorta di richiesta di pietà da far valere in sede processuale. Insomma penso che i molti telespettatori drogati dalle dietrologie dei talk show sui fatti di cronaca nera, alla fine si ritrovino sudditi di un processo mentale che applicano meccanicamente ad ogni cosa. Senza badare se in certe occasioni sia il caso di andare oltre alla reazione di pancia per cogliere qualche sfumatura diversa che ci costringa a pensare.
La lettera di Don Valentino, probabilmente intendeva essere soltanto un integrazione dei punti di vista offerta a quelli che dialogano con lui sui social. Ma in un periodo di assolutismo mediatico invece che cercare dibattito ha raccolto insulti e critiche. E probabilmente il nostro prete di frontiera si sara’ persino un po’ pentito di aver voluto lasciare l’abito talare per indossare le vesti del criminologo. Quegli ambiti meglio lasciarli alla Bruzzone. Anche lei, in fondo è solita spezzare il pane, ma solo nelle trasmissioni televisive.
Il Max Turbatore


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