Regione, minchioni, vittime e carnefici
C’è chi l’ha etichettata come la sindrome solitaria del minchione, ricevendo persino i complimenti da parte dell’ex segretario regionale del Pd Giovanni Lunardon, passato a miglior vita riscaldando poltrona e scranni istituzionali di via Fieschi, che, utilizzando una riuscita definizione della Gialappa’s, ha omaggiato l’elzeviro, comparso sulla prima pagina del Secolo XIX, con un “bravo direttore l’ha toccato piano”. C’è ancora chi insegue e si nasconde dietro al dito del garantismo già sfoggiato in occasione delle ultime, non ultimissime, vicende sulle spese pazze. C’è chi grida al complottismo, accusando di volta in volta toghe rosse o qualunquiste che regolano le loro indagini sulla macchina a orologeria con la sveglia fissata appena prima degli eventi politici. Dalle elezioni alle nomine e chi più ne ha più ne metta.
Tanto che sui tetti di via Fieschi, in questi giorni si è formata una spessa cappa di vittimismo a cui fa da contro altare l’ira scomposta dei carnefici. Branco più incline ad attaccare l’uomo rimasto indietro e ritrovatosi solo, la solitudine del minchione, appunto, che la moltitudine di colleghi, percorsa trasversalmente da malattie virali cui la classe politica, sia quella di lungo corso come quella formatasi nella società civile, prima, seconda o terza Repubblica, pare ancora non aver trovato antidoto per immunizzarsi.
Si’, perché alla fine, a loro avviso, molto peggio la frase idiota di un consigliere leghista, detta o non detta, forse soltanto pensata come esponente prima della Dc di Forza Italia e poi del celodurismo più retrivo, quello che abbracci magari solo per amor di deretano posato sulla seggiola, che l’attitudine dei nostri politici, reiterata nei secoli e nel succedersi di rappresentanze istituzionali e nei consigli di amministrazione, a farsi gli affari loro. A divertirsi esageratamente e magari compulsivamente a spese dei contribuenti.
Ed è indicativo che la maggior parte di quei soldi sfilati dalle nostre tasche siano finiti in ristoranti o alberghi di lusso, in generi effimeri, dallo champagne alle mutandine, dal gratta e vinci di soggetti in cerca di ulteriore fortuna, dopo l’elezione in Regione, alle regalie per gli amici. A perenne memoria di quei politici magnoni e crapuloni che si fanno beffe dell’elettorato dal giorno in cui hanno l’avventura, invidiabile, di ritrovarsi con un lavoro comodo e ben pagato. Ma la cattiva coscienza collettiva alla fine impedisce di mettere alla gogna mediatica tanti colleghi o ex colleghi che hanno sbagliato. “An vedi mai che un domani lo scheletro nell’armadio agitato dai magistrati possa essere stato ritrovato nel mio ufficio?” e’ la domanda al quale quasi tutti hanno risposto imponendosi un atteggiamento prudente che è sfociato nel deserto dichiaratorio che ha inaridito persino i cinguettii di Twitter, solitamente su ogni altro tema più ciarliero di un pollaio.
Il leghista minchione e’ stato tanto fesso da incappare nel clima da crociata del momento, quello che partito con la manifestazione “svegliati Italia” per appoggiare la Cirinna’, e’ proseguito sulle opposte sponde con il “famili day” solcando tutto il carnevale per arrivare alle ceneri con il Festival di Sanremo, piazza mediatica con tutto il brillio e lo sberluccicare di cravattini, tatuaggi, nastrini e braccialetti arcobaleno. Minchione alla pari era stato l’allenatore del Napoli Maurizio Sarri, nel solleticare, da uomo di campo, l’ego smisurato e l’english style si Roberto Mancini, apostrofandolo con quel “frocio” e “finocchio” a cui Bobby-gol ha risposto con una pari dimostrazione di signorilità omaggiandolo di un meritato “Stai zitto vecchio cazzone”.
Con tutto il seguito, la vicenda di De Paoli, di triti e ritriti colpi di scena a cui il teatrino della nostra vecchia politica, gattopardesca da sempre, negli anni ci ha abituato riuscendo persino produrre nella moltitudine di persone che abitano il nostro bel paese gli anticorpi necessari per sopire sul nascere, stupore, rabbia, senso civico spontaneo riducendo sempre più le reazioni in una vuota e banale ritualità priva di concreti risultati. In un ambiente in cui al diluvio di dichiarazioni e di parole si contrappone la classica nascita del topolino.
Infine, tanto per entrare nel merito e concludere la vicenda in cui è’ andato a impantanarsi il minchione De Paoli. La frase è, soprattutto in questo momento da cartellino rosso. E pare che per il centro destra questo argomento di forni e fornetti sia in qualche modo virale. Non giustificabile ma comprensibile per un popolo che respira rozzezza e ride delle barzellette da seconda serata del leader Berlusconi. Prima di De Paoli ne aveva parlato in Regione il consigliere di Fratelli d’Italia Matteo Rosso definendo le donne donatrici d’utero fornetti a pagamento. Una sorta di microonde che sfornava neonati. De Paoli ha evoluto il concetto utilizzando il forno o fornetto, che dir si voglia, per ridurre in cenere un eventuale progenie omosessuale. Ne’ più ne’ meno di quanto a suo tempo fecero i nazisti proprio con coloro che ritenevano diversi e non di razza ariana, negri, ebrei, comunisti e omosessuali. In pochi giorni insomma il consigliere della lega è riuscito a legare insieme con superficialità e semplificazione da TV nazionalpopolare la commemorazione di una tragedia come la shoa e la celebrazione della settimana della memoria e la battaglia per i diritti civili. Con un mirabile esempio di sintesi malata.
Si diceva del rituale delle reazioni twittate, sempre le stesse, mai un colpo d’ala che ci restituisca qualche speranza nella nostra classe politica. Dalla richiesta di dimissioni della sinistra, al richiamo al clima oscurantista della Paita, capogruppo Pd in via Fieschi, che già aveva usato l’aggettivo medesimo per lo scivolone di Rosso. Dal richiamo di Alice Salvatore, anima candida pentestellata, per la violenza delle parole minchionescamente pronunciate, come se i “vaffa” del suo coniglio bianco Beppe Grillo, fossero pasticcini o caramelle e non raffiche di proiettili per la nostra classe politica. E a seguire tutto il rito delle prese di posizione, risposte, chiarimenti. Dalla polemica sulla tempestività della decisione di Toti, con precisazione dello stesso, sino all’intervento di De Paoli che non si è assunto la paternità della frase e consente al suo leader territoriale Edoardo Rixi di parlare di un paese sull’orlo di una crisi di nervi.
Intanto non soddisfatte le associazioni che tutelano i diritti degli omosessuali, fomentate dalla sinistra, minacciano azioni legali. Certo per gettarla in vacca si potrebbe dire che non essendo comprovata la personalità piromane di De Paoli un tribunale sportivo non avrebbe potuto comminargli che un paio di giornate come fu per
Sarri e amen. In certi casi, sempre meglio la giustizia sportiva di quanto lo possa essere quella ordinaria. Anche se il consigliere, presunto minchione, forse avrebbe fatto meglio ad assumersi la responsabilità di quanto affermato e lasciare tutti esterrefatti mettendo a disposizione il proprio mandato. Ma chi la lascerebbe mai un’occupazione tanto invidiabile da permettere un lauto introito a corrispettivo di scarso impegno? Solo un minchione e qui sta la riprova che l’epiteto e’ stato usato a sproposito, per lo meno nella distorta definizione che è ormai in voga nel nostro paese.
E la riflessione ricollega al dunque le due vicende. Perché esiste un nesso tra le presunte dichiarazioni omofobe di De Paoli e il caso di imputati e inquisiti per le spese pazze. Ed è la cattiva coscienza che da destra a sinistra percorre tutta la nostra classe politica impegnata in Regione. Pronta ad azzannare l’uomo solo e a far quadrato per difendere i mali che assillano la casta. La novità di giornata, dopo il rinvio a giudizio di Rixi, Bruzzone e Rosso e’ che nella rete delle indagini sono rimasti impigliati anche Sandro Biasotti e Tirreno Bianchi, come dire, da parte dei magistrati, un colpo al cerchio,ed uno alla botte. Uno a uno fra PdL e sinistra arcobaleno. Due soggetti in più incappati nel rigore dei magistrati che indagano sull’uso allegro dei finanziamenti ai partiti in Regione. Undicimila euro per un sondaggio elettorale commissionato dal parlamentare genovese e settantamila euro dilapidati dal “console” della compagnia portuale Pietro Chiesa in spese e ristorazione in tre anni di attività.
E la giustificazione al di là della ritualità delle dichiarazioni garantiste sulla presunzione di innocenza sarà sempre la stessa, già sbandierata in precedenza. Il regolamento non era chiaro non c’erano regole da cui evincere che cosa poter fare e che cosa non fare. Come se risultasse difficile capire che pranzi e soggiorni a ufo, acquisto di souvenir e generi di consumo a spese dei contribuenti non erano accettabili. Ma quello evidentemente era l’andazzo ed ognuno, chi più chi meno, pro domo sua, se ne è giovato.
Giustificazioni non plausibili, che ne più ne meno fanno il paio con, io non so, io non c’ero, io non ricordo,io non l’ho detto del leghista senza memoria e… attributi.
La stessa insipienza e vigliaccheria che da destra a sinistra percorrono i gruppi regionali. Con un’aggravante che distingue il primo dal secondo caso e sta nell’attitudine del branco a ergersi a carnefice della vittima sacrificale e nell’attitudine della casta a coprirsi e difendersi con il silenzio. Insipienza che come elettori non ci meritiamo. Perché disonesta e stupidità dovrebbero per lo meno essere messi sullo stesso piano.
Max Turbatore


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