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1967, con il “suicidio” di Luigi Tenco il Festival perde la sua innocenza

di Black Giac

Si avvicina il consueto rituale del Festival di Sanremo, il carrozzone che puntuale, ogni anno, riporta l’Italia all’”anno zero” della sua coscienza collettiva che risale al mito leggendario delle canzonette leggere e liberatorie come formule magiche a esorcizzare il presente sempre più cupo.

Insieme alla brezzolina un po’ stantia del festival passa anche un soffio gelido, come quello che discende dalle strette vallate dell’appennino. È il ricordo, ormai un po’ sbiadito dal tempo ma ancora vivo, del mistero legato alla morte del cantautore Luigi Tenco.

Mai come in questo caso la formula “dopo non è stato più come prima” vale come nel caso del drammatico episodio che vide l’artista di Ricaldone suicidarsi dopo la sconfitta della sua canzone (un capolavoro) “Ciao amore ciao” che insieme alla cantate italo – francese Dalida aveva portato a Sanremo. L’innocenza della canzonetta allegra ma innocua, delle giurie che premiano i volti vincenti, di un’Italia che pur tra tante ombre cercava di uscire dal plumbeo dopoguerra sospinta dalle canzoni di Domenico Modugno, Claudio Villa e Gianni Morandi viene scheggiata e segnata dal filo rosso di sangue di quella morte violenta su cui ha sempre aleggiato un mistero.

Ma partiamo da quella sera, dalla narrazione di un testimone, Nino Pirito, allora giornalista del Secolo XIX e critico musicale che nel suo libro “Volare, il romanzo del festival” racconta così l’entrata in scena a Sanremo di Luigi Tenco: «Quando esce da dietro le quinte, io nel televisore quasi non lo riconosco. Teso, gli occhi sbarrati, sembra soffocare in una camicia e una cravatta troppo strette. Arriva davanti al microfono come un automa, canta come un automa. Ha il viso terreo… Mentre canta, in lui colgo una fatica immensa e dolorosa…E come un automa alla fine lascia il palco. Pochi gli applausi. Penso: “Non ce la fa ad entrare in finale”…”Ciao amore, ciao” viene esclusa con un punteggio bassissimo: 38 voti su 900. Da quel momento tutto si fa confuso, contraddittorio. E le ore che passano tra la “bocciatura” e il colpo fatale di pistola non potranno mai essere ricostruite davvero. Suicidio per protesta contro l’esclusione? Un ‘gioco’ con l’arma che si trasforma in tragedia? E Valeria, la sua donna segreta, era o no riuscita a calmarlo e a rasserenarlo con una lunga e dolce telefonata notturna? E se sì, che cosa fa poi esplodere la “follia”? Non lo sapremo mai. Ma di sicuro quella notte scompare un grande artista e nasce il suo mito».

Quando Luigi Tenco arriva al Festival di Sanremo è già famoso e ha scritto e cantato successi come “Quando”, “Mi sono innamorato di te” e “Vedrai, vedrai”. Tenco appartiene a quella ampia famiglia di cantautori e cantanti che viene chiamata “scuola genovese” che comprende Gino Paoli, Bruno Lauzi, Umberto Bindi, Sergio Endrigo e in qualche modo anche Fabrizio De Andrè. Un gruppo eterogeneo, alcuni critici dicono che non esiste una vera e propria “scuola genovese” ma accomunato da una ricerca colta intorno alla musica, da una parte accogliendo le influenze che arrivano da oltre oceano dalla beat generation a Bob Dylan e Leonard Cohen, dall’altra guardando verso l’esistenzialismo europeo e la poesia di quegli anni tra Europa, Italia e Liguria.

Non disdegnano il Festival, partecipano e lo vivono da una prospettiva sempre più angusta e riservata rispetto al clamore della manifestazione che rappresenta però anche per loro l’occasione di vendere dischi e mettersi in mostra. Luigi Tenco accetta di misurarsi con Sanremo per affermarsi, spinto probabilmente dalle case discografiche e forse anche dal bisogno di dare una svolta auna carriera che pur avendolo reso famoso non gli aveva ancora dato le soddisfazioni e la notorietà che gli spettavano. A posteriori si può dire che per lui fu un errore fatale. È il Festival del 1967 e si svolge ancora al salone delle feste del Casinò, solo nel 1977 verrà spostato al cinema Ariston.

Luigi Tenco nasce nel 1938 a Ricaldone, località dell’Alessandrino, a 10 anni si trasferisce a Genova con la famiglia. Carattere malinconico e introverso, tendente verso l’insofferenza, Tenco è l’anti-divo per eccellenza. E’ diventato famosissimo in Argentina interpretando “Ho capito che ti amo”, sigla di un popolare sceneggiato televisivo . A Genova instaura rapporti con Gino Paoli e Fabrizio De Andrè che all’amico Tenco dedicherà “Preghiera in Gennaio” . Fondamentale diventa per lui l’amicizia romana con Renzo Arbore e le notti del “Piper”, la Rca, la televisione e l’incontro e la relazione con Jolanda Gigliotti, affascinante ‘vedette‘ italo-francese conosciuta in tutto il mondo con il nome d’arte di Dalida.

Tenco è un artista di talento eccelso, scrive testi anticonformisti su melodie assolutamente al di fuori dei canoni di quell’epoca. Dal mazzo delle sue canzoni i discografici ne scovano una che si può adattare alle esigenze, “Li vidi tornare” un testo che racconta il ritorno dei morti della guerra e che cambierà pelle fino a diventare “Ciao amore ciao”, una canzone che critica la modernità con una vena malinconica (l’abbandono della campagna e della persona amata) che fa parte dello stile poetico di Teco che qui emerge prepotentemente.

I manager decidono di affiancargli, lui è troppo musone e scontroso, la bella Dalida, completando un quadro che per il marketing di allora è perfetto: cantanti e amanti anche nella vita, struggente canzone d’amore, lei popolare e lui colto. I piani purtroppo prenderanno una piega tragica.

 

dalida

 

A Sanremo, Tenco è turbato da qualcosa. Se ne accorgono quelli più vicini a lui e non si tratta del fatto che Dalida, più famosa di lui, attragga le attenzioni dei giornalisti e dei fans. Tenco tiene una pistola nel cruscotto dell’auto, e al discografico Paolo Dossena in un momento di cupa disperazione confida “Ho paura, non capite che ho paura?” Di cosa avesse paura Tenco non lo sapremo mai.

La sera del 26 gennaio arriva il momento della verità. Canta prima Dalida, lui avrebbe cantato in coda ai colleghi. Alcuni testimoni lo vedono assumere dei tranquillanti e della grappa. Forse è per vincere l’asia di prestazione o forse è per la minaccia oscura che sente incombere su di lui.

Quando Mike Buongiorno lo chiama sul palo appare un Luigi Tenco frastornato, pallido come un morto e con la voce impastata. Il risultato è un disastro. “Ciao amore ciao” non passa la selezione e viene eliminata mentre Tenco smaltisce la sbornia dormendo sui divanetti del casinò, ignaro di tutto. Nessuno ha il coraggio di informarlo del solenne fiasco. Quando viene a saperlo va su tutto le furie. Da questo momento in poi comincia un conto alla rovescia.

Dopo la sfortunata serata i funzionari della casa discografica Rca vanno a mangiare in un ristorante di Sanremo, “U Nostromu”. Una volta in macchina, Tenco accompagna Dalida al locale, ma non si ferma e fa ritorno all’Hotel Savoy. È notte, mentre si mangia, arriva una telefonata al ristorante. Qualcuno (non è mai stata chiarita l’identità) chiede di Dalida. La cantante, disperata, lascia cadere la cornetta, si precipita al tavolo e ripete una frase: «Luigi non sta bene». Quando la cantente e tutti i compagni di lavoro arrivano al Savoy è ormai troppo tardi. Luigi è morto sul pavimento della sua stanza. Dalida urla dalla disperazione richiamando l’attenzione generale degli ospiti, tra i quali Lucio Dalla che alloggia nella stanza attigua, la 217. La versione più diffusa è che Tenco si sia sentito male, ma nessuno, all’inizio, immagina che il cantautore sia morto per un colpo di arma da fuoco. Le ricostruzioni e le testimonianze, raccolte quella notte al Savoy, sono confuse.

La scena del “suicidio” è inquinata da un via vai concitato di amici, curiosi, giornalisti, personale dell’albergo e poliziotti. Emergono versioni contrastanti. Secondo i primi referti della Polizia il colpo che uccise Luigi Tenco fu esploso intorno all’1,30 di notte, eppure non c’è un solo vicino di camera che ha sentito il colpo dello sparo. Nel corso degli anni, a più riprese, è affiorata l’ipotesi che Tenco fosse stato ucciso altrove e poi spostato nella stanza del Savoy, o addirittura che l’arma fosse dotata di silenziatore anche se nella “Walter Ppk” di Tenco, non può essere installato per incompatibilità tecniche.

Paolo Dossena e Cesare Gigli ricordano che Luigi Tenco «era seduto a terra, con le spalle erette poggiate sulla sponda del letto. Non c’era la pistola e non c’era il biglietto» che poi misteriosamente compariranno. Effettivamente, nel verbale della Polizia, redatto alle ore 3 del 27 gennaio, tra gli oggetti sequestrati e repertati non figurano né la rivoltella, né il messaggio di addio (secondo la versione più accreditata, Dalida prese il biglietto e solo in un secondo momento lo consegnò alla Polizia). Nonostante le evidenti anomalie, non si dispone l’autopsia, non si rilevano le impronte digitali sull’arma e non si esegue neppure il guanto di paraffina sulla mano del cantautore.

Il cadavere di Luigi Tenco, a questo punto, viene trasportato passando da un’uscita secondaria nella Camera mortuaria del vicino cimitero di Valle Armea ma alle 4 del mattino c’è il colpo di scena: il commissario Arrigo Molinari, carattere eccentrico e si scoprirà dopo, un’affiliazione alla P2 nel suo curriculum, ordina di riportare all’Hotel Savoy il corpo del cantante per consentire ai paparazzi di fotografare il cadavere e alla Scientifica di ultimare gli accertamenti.

Così come in un set cinematografico si ricrea la scena. La salma viene adagiata per terra in una posizione che secondo decine di testimoni è assolutamente diversa rispetto al “quadro” originario. Si scattano le fotografie ed è in queste immagini che spunta per la prima volta la pistola. «Le fotografie ufficiali, scattate dopo il trasferimento di Tenco dal cimitero all’hotel, non corrispondono a quello che avevo visto appena entrato nella camera», ha spiegato più volte il discografico Paolo Dossena. «Nella messinscena venne creato un falso». Le fotografie mostrano il cadavere di Tenco disteso ai piedi del letto, la pistola seminascosta tra le gambe dell’artista, i piedi infilati sotto il cassettone di un mobile. Una postura assolutamente diversa rispetto a quella “registrata” dai primi testimoni oculari.

Un “suicidio” rappresentato ma anche ancora oggi sembra celare un mistero fitto e oscuro. Di chi aveva paura Tenco e cosa lo ha portato a questa fine rimarrò forse, per sempre, un interrogativo a cui non si troverà risposta.

 

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