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La storia del Ghetto, il “paradiso del peccato” di Genova

Di Giovanni Giaccone – Il “ghetto” a Genova è una delle realtà urbane e sociali con la storia più travagliata e per molti versi drammatica di tutta Genova. L’area delimitata a levante da via delle Fontane e Porta dei Vacca, a nord da piazza della Annunziata, a sud da via del Campo e a ponente da via Lomellini è a buon titolo una delle mille città che convivono nella stessa Genova. Il termine ‘ghetto’ riferito a questa zona è passato con disinvoltura dalla recinzione in cui furono costretti gli ebrei intorno al 1600 a quella in cui poi nella storia, quest’area, abitata da un ceto molto popolare (portuali ed operai), è diventata progressivamente un quartiere a “luci rosse” ‘ante litteram’ con la presenza di molte prostitute nei primi decenni del ‘900 e infine, occupataverso la metà degli anni ’60 dalla più importante comunità “trans” d’Italia sino ad oggi.

 

Facciamo una premessa: il sesso è ciò che si respira in queste stradine per così tanti anni meta e teatro di relazioni impossibili e pratiche impronunciabili, ma quando ti senti raccontare certe storie da Rossella Bianchi, all’interno del suo “basso” elegante e accogliente, ti vengono più in mente le surreali commedie di Luigi Pirandello, i “personaggi in cerca d’autore” piuttosto che “il così è (se vi pare)” invece delle tinte fosche e hard che ti aspettavi.

 

72 anni, intelligente e equilibrata Rossella mi racconta la sua personale storia: “Vivevo a Lucca e nei miei comportamenti e nelle mie pulsioni mi sentivo femmina. Stavo con le bambine e molti prevedevano un mio futuro da rubacuori mentre io giocavo con loro perché mi sentivo come loro.

 

Intorno ai 12 -14 anni la mia attrazione sessuale si dirige verso i ragazzini e scopro che esisteva già, erano più grandi di me, una comunità di omosessuali che si ramificava segretamente e parallelamente tra gli adolescenti di Lucca. Sapevano dove incontrarsi, come comunicare i diversi spostamenti. Ragazzi che avevano già la loro fidanzata e una vita “ufficiale”, un posto di lavoro e un futuro assicurato mentre segretamente sospiravano e correvano agli appuntamenti con i loro “ragazzi” oggetti del loro vero desiderio e della loro passione.” Rossella puntualizza subito “Io non volevo essere come loro la mia identità prorompeva e io volevo vivere la mia vita pienamente anche se ero terrorizzata dal momento in cui la mia famiglia avrebbe scoperto tutto, mi preoccupava il dolore che gli avrei inferto”.

 

E lo scoprirono…

 

Sì, scoprono una lettera di un mio fidanzato, io avevo 16 anni e lui 24 o 25. I miei erano molto credenti e non molto istruiti e rimangono disorientati. Per prima cosa mi portano dal dottore. Questo mi visita e dice che sono assolutamente a posto fisiologicamente, propone però di sottopormi a degli elettrochoc per farmi ritornare normale mentalmente. Una mia ziainfermiera che sapeva benissimo di cosa si trattava blocca tutto e propone, a sua volta, di portarmi dal prete. Il sacerdote decide di recarsi con me a Lourdes per chiedere una grazia. Io vado a Lourdes volentieri, non avevo molte occasioni di viaggiare e mi piaceva l’idea, ma…

 

Quando torni?

 

A Lucca ero già conosciuta per una ragione o per l’altra, è una città molto piccola e le voci corrono rapidamente. Capisco che non troverò mai un lavoro lì, troppi pregiudizi, così il 31 dicembre del 1964 colgo l’occasione di un invito a Genova in un fantomatico vico delle Cavigliere, che quando chiedo al taxista di portarmici mi guarda storto, e così entro in contatto con un ambiente totalmente diverso da quello da cui venivo.

 

Ce lo puoi raccontare?

 

La narrazione di Rossella si insaporisce di un po’ di nostalgia. “Il ‘Ghetto’ era sempre in fermento. Brulicava di persone diverse tra loro, portuali, marinai, commercianti e c’erano le prostitute, tante prostitute. I bar erano aperti sino a tarda notte, c’erano le trattorie e la cosa più incredibile di tutte era che in quell’ambiente e tra quelle persone mi sentivo a mio agio, libera effettivamente di essere quello che ero. ”

 

Che vita si conduceva?

 

Si respirava un’aria di “peccato”, il mondo della vita quotidiana di tutti i giorni e quello della “mala” convivevano pacificamente o quasi, i locali, quelli più famosi, erano l’Esterina (dove ora c’è la Moschea dei musulmani) e il Sayonara frequentati da contrabbandieri, papponi, prostitute, marinai americani e trans. Quelle come me, “i trans”, che stavano cominciando ad arrivare a Genova in quell’epoca, vivevano alla luce del sole, senza dover nascondere nulla. Certo tutto questo era possibile all’interno del ‘ghetto’ fuori sarebbe stata una follia. All’epoca poi vigeva ancora il reato di “mascheramento politico” un vecchio retaggio delle leggi fasciste secondo cui il camuffarsi come noi da uomo a donna poteva avere dei significati politici. La Polizia ti beccava e ti portava in guardina in un attimo.

Io una sera, per puro caso, presi un passaggio da un gruppo di ragazzi per andare a Sestri Ponente. La Polizia ci ferma e ci porta tutti dentro a Marassi. Scoprii poi che l’auto era rubata e nonostante i ladri arrestati ripetessero che io non c’entravo nulla, il giudice Mario Sossi, che curava il caso e anche la mia posizione, riteneva, considerato tutta la mia situazione, che era meglio farmi fare un po’ di galera. Ci rimasi 105 giorni.

 

Poi cosa accadde?

 

Nel 1970 un transessuale milanese, sostenuto da un bravo avvocato, vinse un ricorso contro il reato di ‘mascheramento’ che fu dichiarato incostituzionale. A quel punto eravamo libere dall’assillo della Polizia anche se fummo “smitizzate” da quel provvedimento, era finita l’epoca del mistero dei “travestiti”. Nel frattempo, già tra il 1965 e il 1967, avevamo conquistato ‘il ghetto’ e soppiantato le prostitute: gli uomini preferivano noi alle donne. Eravamo tutti giovani tra i 18 e i 30 anni, le donne più sui 50 e la nostra concorrenza era forte così loro decisero di andarsene. Il quartiere fu occupato dai “travestiti”, perché allora la parola “trans” non esisteva ancora.

 

 

Chi erano i clienti di quell’epoca?

 

Arrivava di tutto dallo studente al calciatore, dall’impiegato all’imprenditore, dal giudice al prete. Tieni conto che all’epoca c’era molta curiosità e poi non c’era internet se volevi una certa tipologia d’incontro dovevi venire qui per forza. Ho visto veramente di tutto.

 

Raccontami qualcosa…

 

Un tipo si volle far chiudere nell’armadio e scrisse una lettera in cui diceva di essere stato sequestrato e che una sua amica che si trovava in un hotel lì vicino, una volta ricevuta la lettera doveva venire a liberarlo portando i soldi del riscatto. Feci tutto questo e quasi non ci fu sesso. Lui era felicissimo. Un altro mi propose di avere un rapporto a tre con sua madre. Io rimasi perplessa e gli dissi che forse non era il caso. Lui rispose ‘ma mia mamma è una bella donna, cosa credi?’ A quel punto mi porse una foto che mi sembrava un po’ datata e gli chiesi ‘ma tua mamma quanto anni ha?’ Lui candidamente mi disse ‘è morta da cinque anni’.

Un altro veniva chiedendo di fare l’alunno e io la maestra: dovevo fargli ripetere le tabelline e se avesse sbagliato colpirlo con un frustino. Morale: rispondeva sempre ‘otto’ e quindi dovevo colpirlo.

 

La prospettiva di un trans, rifletto mentre Rossella racconta, è completamente rovesciata rispetto alla ‘normalità’. Qui quelli veramente ‘fuori’ sono gli eterosessuali con le loro richieste eccentriche, calati per mezz’ora in una parte innominabile della loro vita, un’identità che poi ripongono tranquillamente in qualche angolo della loro mente quando ritornano tra le coordinate abituali della loro vita tra moglie, figli e amici. Con Rossella, ascoltando queste storie qualche risata scappa.

 

Cosa è successo poi?

 

Alla metà degli anni ’70 è arrivata la droga. Prima ci furono gli ‘spinellini’ e la cosa sembrò divertente, quando arrivò l’eroina gli spacciatori con furbizia cominciarono a regalarla in giro. Di eroina si diventa dipendenti in pochissimo tempo. Tutti noi ci cascammo a parte io che fortunatamente non bevo e non fumo e non mi interessa nessuna droga. Fu una strage, una tragedia che colpì le persone ma che provocò il declino della zona. Chiusero i locali, i negozi, gli spacciatori dominavano la scena e con la droga aumentò la criminalità. Successivamente arrivò l’AIDS, dei trans storici di allora siamo sopravvissuti in quattro.

 

 

E sono cambiati i clienti negli anni?

 

Sì all’epoca erano più occasionali, noi eravamo una novità e chi veniva qui si doveva togliere una curiosità, adesso i clienti di oggi hanno canali diversi per fissarsi degli incontri e comunque chi viene qui è attratto proprio dalla nostra androginia, desidera avere a che fare con una donna con degli attributi maschili.

 

E sono tanti?

 

Tantissimi, tra i ’60 e i ’70 anche trenta a notte. Io seleziono la clientela preferisco un giovane con meno soldi piuttosto che un anziano ricco. C’è un mondo che per arrivare qui fa i salti mortali, giri lunghissimi per non farsi notare, aspettano che non ci sia nessuno per arrivare in tutta fretta e poi mi chiedono di controllare furi dal ‘basso’ se c’è qualcuno che possa vederli. Escono e ritornano alla loro vita “normale”.

 

Ci fu poi il rapporto con Don Gallo…

 

Sì, peccato che lo abbiamo conosciuto tardi. Fu quando il sindaco Vincenzi firmò l’ordinanza per chiudere i nostri ‘bassi’ in quanto offendevano la pubblica decenza. Molti di noi si preoccuparono perché non più giovani ci si trovava a ricominciare da zero. Una suora brasiliana di cui eravamo amiche e che lavora nel centro storico ci consigliò di parlare con lui e andammo. La situazione si risolse grazie alla sua mediazione e a un successivo ripensamento di Marta Vincenzi che ci disse che aveva capito che noi eravamo una risorsa per il quartiere.

Don Gallo era un grandissimo uomo prima ancora che un grande prete. Lui ci consigliò di creare un’associazione (“Princesa” di cui Rossella è presidente NDR) e di darci una visibilità che ci facesse uscire dagli stereotipi e dall’emarginazione.

 

Cos’è la normalità Rossella?

E’ semplicemente una questione di maggioranze.

 

(Nella foto di copertina Rossella Bianchi)

 

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