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Bocca di Rosa e “La bella di Torriglia”, le genovesi belle e impossibili

Sull’immaginario favoloso e affabulatorio del femminile nella storia genovese risaltano due figure accompagnate da canzoni, ritornelli e leggende. Una è “Bocca di Rosa” resa celebre dall’omonima canzone di Fabrizio De Andrè e da lui evocata tra i mille personaggi tipici della sua narrazione poetica e musicale. “Bocca di Rosa” è il demone femminile per eccellenza, colei che dispensa il piacere a chi vuole lei e come vuole lei, fuori dai canoni dei benpensanti e delle regole “non scritte” di una società sessista. Lei incarna lo spirito sfuggente e mai domo della “dea madre” e di Lilith la prima moglie di Adamo che rifiutò di sottomettersi al marito e da lui cacciata dal paradiso terrestre (decisione discutibile, visto come sono andate le vicende), una figura che De Andrè nobilita e che erge a simbolo della ribellione alla società borghese.

Sappiamo per le testimonianze che arrivarono dopo la pubblicazione di “Un destino ridicolo” il romanzo scritto a quattro mani dal cantautore con lo psicanalista Alessandro Gennari che lo stesso cantautore ebbe modo di incontrare e conoscere questo personaggio ribelle. Nel romanzo prende il nome di Maritza “un’ istriana bionda, alta, dalla bellezza fredda, (…) che da quando era arrivata a Genova per togliersi la voglia di Fabrizio e ridimensionarne il mito, si era fatta quasi tutti i suoi amici, senza curarsi di cio’ che altri chiamavano reputazione”. Così la descrive De Andrè nell’affascinante gioco delle parti nella narrazione del romanzo dove lui stesso si rappresenta. “Maritza/Bocca di Rosa” incarna un “fantasma” assoluto dell’immaginario maschile: la donna che fa impazzire per i suoi poteri seduttivi e sensuali ma che nello stesso tempo è inafferrabile così come un legame con lei porterebbe alla disperazione e alla follia per le stesse ragioni per cui ci si innamora.

Lo piscanalista aggiunge in una intervista a “Il Corriere della Sera”: “Quello tra Fabrizio e Maritza fu un incontro liberatorio; lui viveva un momento di chiusura e di oppressione, non sopportava piu’ la morale ipocrita, i condizionamenti della famiglia borghese”. Si ritrovarono, in seguito? “No, mi risulta di no. Bocca di rosa e’ solo un ricordo, un bel ricordo senza troppe nostalgie”.

 

L’altra figura “spettro” dell’immaginario femminile del territorio è “la bella di Torriglia”. Su questo personaggio identificato nel corso dei secoli in donne diverse troneggia la filastrocca “A l’é a Bella de Torriggia: tutti a vêuan e nisciûn s’a piggia, ma quando poi a s’é maiâ, tutti orieivan aveila sposâ”.

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Torriglia, ricco paese al centro degli importanti snodi delle vie del sale nell’entroterra genovese, è uno dei centri che nel medioevo fu teatro dell’epopea di una delle più importanti famiglie genovesi, i Fieschi, sino al tragico epilogo della congiura. La prima “Bella di Torriglia” sembra si chiamasse Clementina o Celestina e fu l’amante di Sinibaldo Fieschi, nei primi anni del ‘500. Donna bellissima, rimase fedele al suo amore clandestino anche quando per le turbolenze della famiglia, l’uomo fu costretto a tornare tra le mura della città. La storia mostra delle evidenti lacune: una bella donna, in un paesino (per quanto importante), protagonista di un amore clandestino con un nobile e a quei tempi il romanticismo era ancora molto lontano e l’amor platonico dei feudatari nei confronti delle contadine ancora meno, di Clementina o Celestina che fosse non si hanno molte notizie ma tutti gli indizi lasciano supporre che non fece una bella vita, nonostante il fascino.

Passano due secoli e nel giro di pochi anni si manifestano altre due “belle di Torriglia”: una certa Rosa Garaventa di cui non si conosce la data di nascita ma che sarebbe morta nel 1868 (un suo ritratto venne pubblicato sul periodico umoristico letterario “Farfalla”) e quindi Marta Traverso, sempre dello stesso secolo, il cui ritratto a piena figura campeggia ancora nella facciata di un palazzo del paese, realizzato dal pittore locale Pietro Lumachi.

Nelle diverse filastrocche che indicano in qualche modo la sua “imprendibilità” senza addentrarsi nelle potenziali seduttive della donna emergono diverse ambiguità. Desiderata ma non accettata, bella e impossibile in qualche modo non del tutto spiegato, nei confronti della “Bella di Torriglia” si coglie invidia e un dissimulato rimprovero paradossale:  troppa bellezza può anche essere dannosa, perché si è appariscenti e poco discreti.

Uno “spettro” che in questo caso, sembrerebbe essere stato esorcizzato se non proprio dalle “cagnette a cui aveva sottratto l’osso” da delle lontane parenti delle stesse. Amate e respinte, desiderate ma inafferrabili: più di un elemento lega due personaggi “favolosi” così lontani.

Arrischiando un’ardita interpretazione ,“Bocca di Rosa” sembrerebbe una riedizione della “bella di Torriglia” liberata dagli incantesimi delle filastrocche popolari e rilanciata dalla poesia ribelle di De Andrè, finalmente con la possibilità di essere sé stessa ma imprigionata nella sua dimensione di creatura bellissima e imprendibile.

 

(La fotografia di copertina e quella qui sotto sono tratte dal film “Amore che vieni, amore che vai” ispirato al romanzo “Un destino ridicolo”)

 

bocca di rosa

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