disco.jpg

A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

JEFFREY LEWIS & LOS BOLTS – Manhattan

jef.jpg
Tra i tanti movimenti, trend o pretesi tali che hanno allietato (e funestato) la musica negli ultimi anni quello del “anti-folk” non è tra i peggiori. Sostanzialmente si tratta di una versione moderna e scombinata del revival folk degli anni 60. Pochi i nomi di rilevo della scena, tra questi il fumettista, cantante, chitarrista fai-da-te J Lewis. Manhattan è un’ode a New York che cambia (“ultimi uomini di una tribù dalla terra sparita” sono i newyorchesi che resistono agli affitti stellari), cantata alla maniera di Jonathan Richman, come una versione senza droghe e sesso di Lou Reed. Il folk di JL pare quasi rap, appoggia parole a raffica su arpeggi ripetuti ed è consigliato senza riserve a chi mastica (o almeno non sputa) l’inglese. Qui, nulla è complicato; tutto è colorato e a due dimensioni, come nei fumetti (che è una cosa buona, se ve lo steste chiedendo). Marco Sideri

 

JULIA HOLTER – Have You In My Wilderness

ho.jpg
Have You In My Wilderness, quarto disco lungo o giù di lì di Miss Holter, è stato votato disco dell’anno sia da Uncut che da Mojo, due delle pubblicazioni musicali sopravvissute all’eccidio della carta. È segno di un fascino ecumenico che effettivamente emerge dalle 10 tracce del disco. Sono canzoni pop (belle melodie, bella voce chiara) vestite da canzoni sperimentali (sospensioni, qualche ritmo ripetuto, John Cage citato nelle interviste). Sono canzoni che riportano alla mente nomi come Kate Bush, o anche una Bjork depurata degli eccessi e del piglio nordico. Canzoni avvolgenti che scontano una certa freddezza, un’impressione di musica di testa più che di cuore (le atmosfere cambiano e abbondano, tutte perfette ma in un certo modo distanti). È un difetto secondario, però; una questione di gusto, direbbero alcuni. Il disco è, senza dubbio, bello. Marco Sideri

NOTE NOIRE – Oltreconfine

notr.jpg
Bella e curiosa la musica proposta dai Note Noire, quartetto con base a Firenze, e cuore ed intelligenza nelle note senza passaporto: dal centro Europa a Cuba, passando per la musica classica (Ottorino Respighi!), ed il fumo denso che si respirava nei bar dove risuonava il blues greco, il rebetiko. Ufficialmente (o ufficiosamente?) loro sarebbero un gruppo manouche, dunque di gypsy jazz sulla scia di Django Reinhardt, in verità l’asticella è posta più in alto, e forse anche più a lato: perché il violino cubano di Ruben Chaviano aggiunge spezie volteggianti di charanga, e l’intento filologico è proprio l’ultimo dei pensieri. Com’era anche per Reinhardt, peraltro: ma troppi epigoni l’hanno dimenticato, e creano copie conformi. Loro no. Con passione e voglia di spiazzare. Guido Festinese

CALIBRO 35 – S.P.A.C.E. 

sp.jpg

Tra i dieci dischi più belli del 2015 avrei dovuto inserire anche questo “S.P.A.C.E.” dei Calibro 35, ma poi, non so come, non l’ho fatto. Eppure quest’album, uscito ad autunno inoltrato, è stato un ospite fisso del mio stereo per parecchi giorni e, ancora oggi, mi capita di metterlo su molto spesso, magari come sottofondo a un buon libro di Lansdale. In fondo, anche se, con questa nuova fatica, i Calibro 35 hanno provato ad abbandonare momentaneamente le atmosfere noir dei polizieschi all’italiana per volare nello spazio della fantascienza anni ’60 (il riferimento al telefilm “Spazio 1999” è abbastanza chiaro), la formula messa in piedi da nostri non è poi così cambiata. Tra i solchi del disco si respira sempre quell’ottimo profumo di funk mescolato al jazz, al soul e al rock Anni Settanta che ha sempre contraddistinto i loro pezzi. Ma forse, se volessimo davvero trovare qualche novità rispetto al passato, potremmo dire che, questa volta, in omaggio al concept del disco, c’è un po’ più di vena kraut, con la band intenta a esplorare nuove galassie sonore e perdersi in una Via Lattea di musica eterea e a tratti psichedelica. Più che un naufragio nello spazio, però, questo “S.P.A.C.E.” assomiglia a un assalto alla luna. Diego Curcio

IL DIARIO

diar.jpg

Diario del 7 gennaio 2014

Primo giorno lavorativo dopo le feste. Vado a prendere l’autobus delle 7:50, salta la corsa, arriva quello delle 8:00, riesco a salire, poggio a terra solo il piede sinistro, col destro calpesterei il sinistro del mio vicino. A tre fermate dal traguardo il bus si ferma, rantola, non ne vuole più sapere, tutti a terra, si prosegue a piedi. Eccoci dal negozio, vedo una strana macchia davanti alla vetrina, sembra di cioccolato, sembra, non lo è; vicino altra macchia, sembra un uovo al tegamino, sembra, non lo è. Le feste sono finite, ma hanno lasciato qualche strascico. Non sono certo state le feste appena passate a incidere sulla psiche di un cliente che conosciamo da un trentennio; un po’ catatonico lo è sempre stato, adesso è uno zombie; con una voce da robot, chiede “A-ve-te cd di Caf-ver?”, Cafver? E chi è? Mi faccio ripetere per quattro volte il nome, alla fine, ricordandomi la sua passione giovanile per il kraut rock, decifro i suoi suoni “Kraftwerk?”, “Sì”. Più vivace un’anziana signora, “Scusi, io non me ne capisco, ma vorrei l’ultimo disco di Michael Meublè. Ho detto giusto?”. Come no, l’italo-canadese Michele Ammobiliato.

http://www.youtube.com/watch?v=VXa9tX

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

gia.jpg

1) Adele – 25

2) Francesco De Gregori – De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto

3) David Gilmour – Rattle That Lock

4) Coldplay – A Head Full Of Dreams

5) Roger Waters – The Wall

 

Related posts