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Home » Musica » Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo – 17 dicembre 2015

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A CURA DI DIEGO CURCIO

Nella settimana in cui festeggia i suoi primi 50 anni (sabato – il giorno del compleanno vero e proprio – e domenica ci saranno varie iniziative davanti e dentro il negozio) ecco la nuova puntata della rubrica di Disco Club.

LE RECENSIONI

MOSTLY OTHER PEOPLE DO THE KILLING – Mauch Chunk

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Nato circa dieci anni fa il bizzarro quartetto newyorchese formato (allora) dal trombettista Peter Evans, dal sassofonista Jon Irabagon, dal bassista Matthew “Moppa” Elliott e dal batterista Kevin Shea si era imposto da subito all’attenzione della critica per una rilettura dell’hard-bop fedele e dissacrante al contempo, con cui riusciva compiutamente a perseguire il concetto di ‘innovazione nella tradizione’ tanto caro ai fedeli del jazz. Ma fin dalle cover dei dischi (ognuna omaggia e fa parodia della copertina di un classico: “A Night in Tunisia“ di Art Blakey, “This Is Our Music“ di Ornette Coleman, “Out of the Afternoon” di Roy Haynes e il Keith Jarrett di The Koln Concert” nel live “The Coimbra Concert” del 2011), l’aspetto beffardo del progetto impediva alla musica di limitarsi a una rilettura impeccabile, ma formale e in fin dei conti inutile. L’aggiunta di Ron Stabinsk al piano per risuonare nota per nota il “Kind of Blue” del quintetto di Davis (questa sì, idea veramente forzata) non si è rivelata temporanea per l’abbandono di Evans. In questo ultimo disco così il quartetto assume nuove sfumature pur mantenendo intatta la sua idea di musica che, anzi, appare rinvigorita nella sua capacità di spaziare dall’avant-garde alla “Threadgill al latin”, dalla ballad romantica al post-bop. Danilo Di Termini

DEERHUNTER – Fading Frontier

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Una bella canzone è una cosa noiosa da raccontare. La scrittura cosiddetta classica è cara a certo pubblico ascoltante (tendenzialmente stagionato) e indifferente ad altro (in cerca di complessità ulteriori rispetto a una melodia e un bel testo). I dischi rilevanti di questo scorcio di musica (diciamo dal 2010 in poi) non sono stati dischi di canzoni. Il pezzo preferito di Obama del 2015 è di Kendrick Lamar. Lungo cappello a parte, questo “Fading Frontier” nuota controcorrente: è un disco di canzoni classiche, belle e rotonde, da un gruppo che parte da precedenti più sonici e ricercati. È un disco chiaro, indie rock si sarebbe detto un tempo, che riporta alla mente gente laterale e luminosa come Sparklehorse: gente che mischiava giusto un pochino le carte della scrittura classica, per ipotizzare un futuro alla canzone. Un disco obamiano, in un certo senso. Marco Sideri

KENDRICK LAMAR – To Pimp A Butterfly

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L’avete, forse, letto nella recensione dei Deerhunter: il pezzo preferito del 2015 di B Obama è di K Lamar. È un peccato, quindi, che qui “To Pimp A Butterfly” non sia stato recensito. Rimediamo, anche perché il disco (di marzo) rappresenta una sintesi di contemporaneità musicale di primo ordine. Si tratta, grossomodo, del recupero di suoni e modi cosmici e complessi, lontani dalla semplicità diretta di marca anni 60, caratteristica di buona parte dei revival recenti. Kendrick (e con lui altri musicisti, da Kamasi Washington agli Alabama Shake) incorpora nel proprio genere di riferimento (nel caso: hip hop) rimandi a sperimentazioni passate (Sly Stone, i tardi Temptations, certo jazz) portando il proprio linguaggio al limite del progressivo (in senso buono). Il suo disco è (in senso buono) un segno dei tempi; sign o’ the times, diceva Prince. Marco Sideri

COURTNEY BARNETT – Sometimes I Sit And Think, Sometimes I Just Sit

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Continuiamo, con la fine dell’anno che incombe, il riepilogo e il recupero dei (bei) dischi andati e non recensiti nel 2015. Tocca a una voce fresca (ugh!) e semplice: quella di Courtney Barnett. Courtney è australiana e forse la distanza (geografica) dall’ingorgo angloamericano ha giovato alla sua penna che mette insieme noncuranza indie e innocenza pop. Si sente che Courtney (nata nel 1987) ha assorbito la musica (indipendente) in modo organico, senza tante complicazioni; aveva 7 anni quando Kurt Cobain è scomparso; le sue canzoni danno per scontato e digerito un certo passato; il suo immaginario di riferimento è un guazzabuglio dove si scorgono influenze che si dimenticano all’istante. Ci sono distorsione, melodia, ritornelli e pacate aggressioni. C’è la sensazione che CB potrebbe essere una fuori-classe (potrebbe). E il titolo del disco è meraviglioso. Marco Sideri

IL DIARIO

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Diario del 17 dicembre 2013

Il primo cliente ad entrare è una mia vecchia conoscenza, ma non tanto del negozio (è entrato una sola volta a Natale scorso), quanto del 49 (l’autobus che prendo per tornare a casa): quando saliva venivo investito da un tanfo d’alcol, che, vista la mia quasi astemia (o astemietà o astemiezza, ma come cavolo si dice?), quasi mi ubriacava, del resto il viso rosso, quasi al livello di viola, non lasciava dubbi sulle sue bibite preferite. Oggi arriva all’alba, il colore è leggermente più chiaro di quando l’incontravo alla sera, ma l’alito è già a un buon livello alcolico; dopo aver giustificato la sua assenza sull’autobus dovuta al suo trasferimento in campagna, causa licenziamento, fa la sua richiesta, “Oggi ho le idee chiare, voglio il cd di Mario Biondi natalizio”. Meno male che è venuto all’alba, fosse venuto alla sera chissà cosa mi avrebbe chiesto.

Madre e figlia ieri hanno comprato da regalare l’ultimo di Ligabue, oggi tornano, “Lo aveva già, possiamo cambiarlo? Però oggi prendiamo qualcosa per papà”, la figlia mi passa un foglietto, “Ecco vuole questa se ce l’hai, noi non sappiamo manco chi sia”, leggo “Janis Joplin”; “Come non sapete chi sia? Ma non vi ha ancora diseredate?”, prendo dallo scaffale tre cd di Janis e loro “Dacci l’ultimo che ha fatto, quello più recente”, “Sì, magari di quest’anno, è morta 43 ANNI FA”.

A proposito di morti o presunte tali, un thrilling serale. Ste, uno dei più giovani clienti (quattordici anni), si avvicina alla cassa, “Non so come dirtelo … ma sai … ho perso la mamma”. Mi si rizzano i capelli (si fa per dire), è venuta non più tardi della settimana scorsa con lui; Ste si accorge dello sgomento e rimedia “No, l’ho persa musicalmente, ho provato a convincerla, ma vuole l’ultimo disco di Mika”, “Ste, ma vaffa!”.

(Tratto dal libro “Il Diario di Disco Club – Memorie di un dischivendolo” di Giancarlo Balduzzi)

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

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1) Adele – 25

2) Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection

3) Coldplay – A Head Full Of Dreams

4) Francesco De Gregori – De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto

5) Marco Mengoni – Le cose che non ho

6) Roger Waters – The Wall

7) Bob Dylan – The Cutting Edge 1965-1966: The Bootleg Series Vol.12

8) Battiato – Anthology. Le nostre anime

9) Enya – Dark Sky Island

10) David Gilmour – Rattle That Lock

 

LE NOVITA’ DELLA SETTIMANA

 

 

Jennylee – Right On

Christina Vantzou – No 3

Grimes – Art Angels

Schmidth Irmin – Electro Violet (12 Cd Box Set)

Simple Minds – Once Upon A Time (2cd Deluxe Edition)

Baroness – Purple

Christian Death – The Root Of All Evilution

Seether – Karma And Effect

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