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Disco Club: recensioni, consigli, classifiche e novità. La rubrica di un dischivendolo – 10 dicembre 2015

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A CURA DI DIEGO CURCIO

LE RECENSIONI

ROGER WATERS – Roger Waters The Wall

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Non abbiamo visto il film, il nostro intervento è quindi incompleto, e ce ne scusiamo. D’altronde, siamo da sempre più affezionati alla musica che alle immagini e all’idea di andare al cinema liberamente, non su singolo preordinato appuntamento. Già, perché questo “Roger Waters The Wall” è prima di tutto un film, diretto dallo stesso Waters in collaborazione con Sean Evans, che restituisce suoni e immagini dal The Wall Tour intrapreso da Roger Waters, (neanche a dirlo) l’ex leader dei Pink Floyd, in giro per il mondo tra il 2010 e il 2013 (quasi 220 le date). Un film concerto intercalato dalle immagini di un documentario on the road, che riprende Waters in Francia con i tre figli sulla tomba del nonno, morto nella Prima Guerra Mondiale, e in Italia sulle tracce del padre scomparso (invece) nella Seconda Guerra Mondiale nel corso della sanguinosa battaglia di Anzio (ma non solo). Un film-evento dai toni un po’ retorici (ma è tipico del suo autore), che si sviluppa, come è sempre stato con l’opera “The Wall”, su più livelli e piani semantici: è l’esperienza di una ripresa integrale del classico album dei Pink Floyd, un road movie con Waters protagonista impegnato a fare i conti con il proprio passato e un emozionante film contro la guerra. Come avviene per tutte le grandi opere, in genere più letterarie che visive o figurative o ancora teatrali e drammaturgiche, in quanto più naturalmente prospettiche e spettrografiche, che sanno farsi immortali, perché costitutive di universi mondo multidimensionali dai molteplici e stratificati significati, capaci di rincorrersi e confrontarsi nel tempo, senza mai far cadere la validità del discorso originario, è stupefacente quanto ancora oggi quest’opera capolavoro floydiana, quasi a tutti gli effetti watersiana, sia attuale, viva, bruciante, contemporanea. Qualcuno ha di recente sostenuto che sia stata la trasposizione cinematografica di Alan Parker del 1982 ad assegnare un significato più generalmente antimilitarista a parole e musica, che inizialmente erano “semplicemente” una profonda e sofferta (se non ossessiva) riflessione sul senso di alienazione nella società contemporanea e sul rapporto tormentato tra una stella del rock ed il suo pubblico. Un’opera, secondo questa visione, diventata nel tempo, grazie alla “rilettura” parkeriana, un vero e proprio simbolo contro gli orrori di qualsiasi guerra. Siamo certi che “The Wall” oggi sia soprattutto questo, un modo per scagliarsi generosamente contro ogni logica di guerra, e che Waters abbia certamente aggiunto nel tempo carichi semantici al progetto originale, almeno fin dal suo ultimo lavoro con i Pink Floyd, quel “The Final Cut” che già allora si era presentato come uno straordinario tentativo di chiudere i conti con la figura del padre scomparso nel secondo conflitto mondiale.  Roger Waters, forse uno degli ultimi umanisti in circolazione, con tutti i suoi difetti e contraddizioni, tipiche di un essere umano, soprattutto nella disorientante società odierna, è qualcuno (uno dei pochi) a cui dobbiamo rispetto e profonda gratitudine. Riascoltiamolo. Marco Maiocco

DAVE STURT – Dreams & Absurdities

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Strano mondo, quello del neo prog rock. Ci sono personaggi che inondano un mercato già saturo di cd fotocopia sonora conforme di quanto fatto una quarantina d’anni fa, in una sorta di bulimica tensione a occupare ogni nicchia possibile, e figure dalle quali sarebbe bello e lecito attendersi testimonianze un po’ più fitte, e invece nicchiano e ci strapensano, a pubblicare. La consolazione è che quando poi il cd esce, è in genere una meraviglia. La disperazione che un mezzo bicchiere d’acqua non leva la sete a chi è disidratato. Mr. Dave Surt, brillantissimo bassista e specialista d’elettronica aduso a muoversi in territori alt rock e prog veri (vedi alla voce ultimi gloriosi Gong) è al suo primo lavoro solistico. Da ultracinquantenne. Ci ha pensato e ripensato, ha convocato in studio il magnifico Theo Travis ai sax, un nome che chi frequenta i pentagrammi di Steve Wilson ben conosce, ha raccolto le ultime scivolate di “glissando guitar” di sua maestà Freak Daevid Allen, s’è fatto aiutare perfino da Steve Hillage. Risultato: un disco sognante, pastoso ed imprendibile al contempo che oscilla con sapienza infinita tra ambient music non decorativa, prog rock strumentale come potrebbe intenderlo Robert Fripp, vaghi richiami “etnici” alla Hadouk. E una classe smisurata. Guido Festinese

MARRY WATERSON/DAVID A. JAYCOCK – Two Wolves

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Marry Waterson è l’affascinante erede di un’importante dinastia musicale in chiave popolare. La mamma, Lal Waterson, lo zio e la zia sono stati i noti fondatori e componenti dei pionieristici e suggestivi Watersons. Dopo aver registrato con il fratello, Oliver Knight, nell’ottimo “Hidden” di circa un tre anni fa, la Waterson pubblica oggi questo “Two Wolves”, in compagnia del valente chitarrista David A. Jaycock, bravo a tessere sia suoni acustici che elettrici, compiutamente folk rock. Un’album intenso, intimo, elegante, eppur intriso di forza (e non solo evocativa). Un progetto anche variegato stilisticamente, nonostante una delicata ambientazione sonora fin dall’inizio ben determinata. Marry è l’artefice di un canto quieto, profondo, sensuale e avvolgente, capace di riecheggiare la surreale poetica di Lal Waterson e i trascorsi della vicenda musicale familiare, non trascurando riflessioni esistenziali di carattere più personale. Non si tratta però di un semplice lavoro a due, ma di una registrazione decisamente più orchestrale, anche se dai modi riflessivi e discreti. Accompagna la Waterson un gruppo di lavoro di alto livello, con (per esempio) la produzione di Neill MacColl, la partecipazione della navigata e talentuosa polistrumentista Kate St John (fiatista, “tastierista”), qui spesso splendidamente all’oboe, e la collaborazione di Kami Thompson, figlia di Richard e Linda. Tutte personalità di rilievo del folk e del popular inglese o (nel caso di Kami) angloamericano. Niente accade per caso, purtroppo o per fortuna. Una meraviglia. Marco Maiocco

GUANTANAMO BAYWATCH – Darling… it’s too late

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Ho visto i Guntanamo Baywatch un paio di settimane fa all’Altrove ed è stato uno dei concerti più eccitanti degli ultimi mesi. Questi ragazzacci di Portland sono atterrati sul palco del teatro di piazzetta Cambiaso come dei marziani con la tavola da surf e, in un’ora scarsa di musica rumorosa ma maledettamente melodica, hanno letteralmente spettinato il pubblico in sala. La miscela dei Guantanamo, che in questo secondo album raggiunge vette di sublime ignoranza, è semplice ma perfetta: pop, surf, piccolissime ma significative aperture country, spirito punk e atteggiamento cialtrone. Un vortice di geniale follia, che in questo “Darling… it’s too late” ci scaraventa dentro un mondo fatto di spiagge deturpate, giungle con donne che vivono nelle caverne e amori deliranti. Il tiro sembra quello di un gruppo punk di provincia, ma le chitarra vibranti e i ritmi forsennati ricordano dei Trashmen sotto acido, che provano a scrivere la nuova colonna sonora di Quentin Tarantino. Insomma uno dei dischi dell’anno, almeno per il sottoscritto. Un album delizioso come un cocktail alla nitroglicerina, servito insieme a un piatto di tartine ripiene di cianuro. Diego Curcio

IL DIARIO

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Diario del 10 dicembre 2013

Non ho mai parlato di un altro personaggio che frequenta da anni il negozio. E’ sufficientemente squinternato, già dall’aspetto, quando parla poi è anche difficilmente comprensibile, biascica e tartaglia. Oggi mi si avvicina e mi chiede (almeno credo), “Ho visto che i dischi dei Rasces costano qualcuno cinque euro altri nove”, sì, ma chi sono i Rasces? Ripensando dove stava guardando, punto sui Rush, ma mi tengo sul generico, “Eh sì”. Lui continua, “Quello che voglio io costa nove”, “Peccato”, “Non si potrebbe cambiare il prezzo?”, “Come?”, “Passare quello che voglio io a cinque”, però, mica scemo. Alla fine si presenta alla cassa con l’espositore dei Rush (l’ho azzeccata, erano proprio loro) e compra uno da cinque; mi viene un dubbio, avrà mica cambiato il prezzo?

Da squinternato a squinternato. Ora tocca a Quasimodo, un altro tartagliante. E’ più veloce del solito nella scelta dell’acquisto: un cd di Hendrix da 8,90 €. Solita solfa, incomincia a contare i soldi e mi fa la solita domanda, “Mi può fare otto?”. Guardo il suo marsupio pieno di pacchetti di sigarette e la sua mano sinistra che trattiene a stento altri quattro pacchetti; in totale saranno una decina, che, moltiplicati per circa cinque euro, fanno cinquanta. Non se ne parla nemmeno di fargli lo sconto, un secco “No”, lui ravatta (per i non genovesi: fruga) ancora un po’ nel borsello, tira fuori altri venti centesimi e mi guarda con occhi bovini, “Me ne mancano settanta, me lo dà lo stesso” (non così velocemente, balbetta e s’impunta, c’impiega una trentina di secondi per questa semplice frase), “Va bene, ma portameli”, “Gra-gra-gra-zie”. In chiusura di giornata si ripresenta inaspettato (ormai mi ero dimenticato di lui), “le ho portato i settanta centesimi, Gra-gra-gra-zie”.

(Tratto dal libro di Giancarlo Balduzzi “Il Diario di Disco Club – Memorie di un dischivendolo”)

LE NUOVE USCITE DELLA SETTIMANA

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Sunn O))) – Kannon

Composto nell’ombra delle due imponenti collaborazioni con l’impossibile crooner Scott Walker (Soused per 4AD nel 2013) e gli scandinavi Ulver (Terrestrials del 2014 per Southern Lord) il nuovo album del duo O’Malley/Anderson intende rifarsi a discipline antiche, senza per questo scrollarsi di dosso gli attributi che da sempre ne hanno sorretto l’operato. Il disco consiste di un tema suddiviso in tre movimenti, per l’appunto Kannon 1, 2 e 3.

Calcutta – Mainstream

Il disco indie-pop più chiacchierato dell’anno! Calcutta nasce e vive fra Latina e Roma. Dal 2011 suona in lungo e in largo per la penisola, nei locali, negli scantinati e a casa della gente. Canta di gite pontine, amori veri o immaginati e piccole cose che saranno capitate anche a voi. “Mainstream” è un disco pop rovesciato in 10 tracce d’amore immediate. E’ un disco per tutti ma forse non ci sarebbe neanche bisogno di dirlo. Esce per Bomba Dischi in collaborazione con Pot Pot Records, prodotto presso Studio Nero di Roma da Calcutta e Marta Venturini.

Kill The Vultures – Carnelian

A sorpresa, quasi un fulmine a ciel sereno. A sei anni dall’ultima fatica in studio tornano i Kill The Vultures una delle più credibili e mutanti compagini hip hop contemporanea, capaci in realtà di introiettare nella loro musica tutti i più logici elementi della restaurazione black. Oscure le rime dell’MC Alexei Casselle ed invidiabile il bagaglio culturale del produttore Stephen Lewis, capace di attingere ad un catalogo sterminato di campioni, che spesso puntano alla consistenza dei vecchi dischi jazz come alle fascinose aperture barocche di certa contemporanea. Un disco che è una nuova sfida, con le parole capaci di ferire come un tempo.

Christina Vantzou – No 3

Terzo album licenziato da Kranky per la compositrice di origini americane ma ora trapiantata stabilmente in Europa. Disco struggente che mette in linea la passione per il minimalismo e la early electronic music in una celestiale visione di circa 70 minuti. Facendo tanto ricorso a synth analogici quanto all’arte del campionamento, la nostra costruisce un disco senza tempo, ricco anche di varianti pianistiche in odore di classica.

Grimes – Art Angels

Il nuovo album di Grimes  è composto da 14 pezzi inediti e vede la collaborazione di Janelle Monáe  e del rapper taiwanese Aristophanes. Registrato prevalentemente nel suo studio di Los Angeles dove si è trasferita nel 2014. Così come gli album precedenti, ‘Art Angels’ è stato scritto e registrato interamente dalla stessa Grimes. In questo disco suona diversi strumenti, molto più che in passato. Suona il piano, la chitarra, il violino e sicuramente si evolve ancora di più come musicista e produttrice.

LA CLASSIFICA DELLA SETTIMANA

1) Adele – 25

2) Bruce Springsteen – The Ties That Bind: The River Collection

3) Coldplay – A Head Full Of Dreams

4) Francesco De Gregori – De Gregori canta Bob Dylan. Amore e furto

5) Marco Mengoni – Le cose che non ho

6) Battiato – Anthology. Le nostre anime

7) Roger Waters – The Wall

8) Bob Dylan – The Cutting Edge 1965-1966: The Bootleg Series Vol.12

9) Enya – Dark Sky Island

10) Them – Complete Them (1964-1967)

 

 

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