Storia 

Il tacchino del diavolo, la vera storia della crêuza “maledetta”

Creuza de ma-1

di Luca Giannini

Oggi si chiama largo San Giuseppe, ed è uno slargo piuttosto anonimo nel centro di Genova: l’uscita di un grande parcheggio, un po’ di gente che si affretta, niente di più. Ma, almeno fino al 1775, aveva un nome ben più sinistro: era la crêuza do Diao, vale a dire la crêuza del Diavolo. Una crêuza (si pronuncia crösa, con la o chiusa) è un viottolo fiancheggiato da muri e con pavimentazione a mattoni; ma il termine viene spesso riferito anche a semplici stradine.

Francesco Maria Accinelli (1700-1775), geografo e sacerdote che la Repubblica aveva spedito anni prima a mappare la Corsica, registrava che «fu di quest’anno dato principio all’ampliazione della strada detta volgarmente crosa del Diavolo per comodo delle carrozze».

«Volgarmente». In verità non era solo il volgo a chiamarla così. Ma perché? La crêuza stava tra un bosco e l’oratorio di San Germano. E tutti, o quasi, evitavano di percorrerla tanto di notte quanto di giorno. Era maledetta. Abitata dal demonio, da fantasmi. Gli alberi gemevano, alti spettri apparivano tra le fronde, trascinando pesanti catene.

Nei racconti e nelle cronache clangori e strida sembravano durare da secoli, secondo alcuni addirittura dal Duecento. Che il diavolo avesse preso residenza per così tanto tempo nello stesso luogo, e per di più accanto a un edificio religioso, era comunque un fatto piuttosto strano.

L’oratorio, poi, ebbe il suo momento di gloria. Clemente Bocciardo (1620-1658), pittore di una certa fama (allievo prima di Bernardo Strozzi e poi del Grechetto, che seguì a Roma) vi aveva dipinto «un gran Cenacolo», che Teramo Codelago cita nei suoi Saggi Cronologici, o sia Genova nelle sue Antichità Ricercata (1668). Bocciardo, «dalla grandezza del corpo detto Clementone», scrive Giovanni Rosini nella Storia della pittura italiana esposta coi monumenti (vol. VI, 1846), «fu pur discepolo dello Strozzi: ma studiò in Roma, in Firenze, poco dipinse in patria», cioè a Genova. Di ritorno da Roma, il Clementone destò meraviglia con questa Ultima cena, che i genovesi accorrevano ad ammirare.

In effetti, tutto deve essere cominciato qui. Le frotte di genovesi ammiratori del Clementone probabilmente infastidirono qualcuno. Già, perché la confraternita di San Germano, anziché recitar salmi, preferiva occuparsi di politica, con i tipici metodi non proprio leciti dell’epoca: per agitare le folle bastava una parola sbagliata detta al momento giusto. Che la linea della confraternita fosse decisamente antigovernativa lo testimonia il suo scioglimento, avvenuto nel 1618: il governo genovese si era rivolto direttamente a papa Paolo V. Non che la cosa li abbia fermati: i confratelli proseguirono imperterriti, adottando però qualche contromisura per tenere lontani passanti e spie, soprattutto. Bastarono alcuni lenzuoli, un po’ di zucche scavate e illuminate, qualche «uuuuuh!» e la voce si sparse subito: il bosco accanto all’oratorio era abitato dagli spettri.

La gente si tenne ben alla larga, il governo un po’ meno: nel 1650 il Senato della Repubblica ordinò la demolizione dell’oratorio. Tra i vari ordigni «spaventa-passanti» che furono rinvenuti pare ci fossero un povero tacchino e altri animali da cortile, alle cui zampe erano state legate delle catene in modo da produrre l’«effetto fantasma». Altro che diavolo.

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