Facce de Zena Storie 

Lyda Borelli, la prima diva del cinema italiano è nata a Rivarolo

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A 29 anni lasciò il cinema e sposò un ricchissimo uomo di affari e di cultura. Alla notizia, un industriale comasco si uccise con un colpo di pistola. Il marito comprò tutti i suoi film e li fece sparire.
L’uomo fu ministro di Mussolini e deportato a Dachau. A farlo scappare fu il figlio Giorgio corrompendo le SS con i gioielli della madre.
Il giovane morì in un misterioso incidente aereo previsto, come racconta Dino Buzzati, dal sensitivo Gustavo Rol.

di Monica Di Carlo

Il divismo cinematografico nasce a Genova dalla sceneggiatura di un giornalista genovese, Giovanni Monleone e dell’interpretazione di Lyda Borelli, venuta alla luce a Rivarolo (era il 1887) anche se registrata alla Spezia perché i genitori facevano parte di una compagnia di giro. Tutto comincia, appunto, con la sceneggiatura a cui Monleone dà vita insieme a Emiliano Bonetti.
Giovanni Monleone, già insegnante alle scuole medie, diventerà nel 1918 (tre annidmopo l’uscita del film) segretario del Sindaco con l’incarico di curare l’edizione italiana de “Gli annali del Caffaro”. Dopo la prima guerra mondiale diventa direttore de “La Gazzetta di Genova” e collabora col Secolo XIX.

Il regista è Mario Caserini che modera la mimica degli attori che all’epoca, nel cinema muto, era ampissima e teatrale. Il titolo del film è “… Ma se l’amore mio non muore”, una storia da feuilletton nel più classico dualismo tra amore e morte. Il titolo è tratto dall’ultimo verso della Manon Lescaut di Puccini. Il film, in sei atti, viene girato su 2.600 metri di pellicola.
<Credo di non esagerare se dico che fu un successi, più che strepitoso, morboso> dice lo stesso Caserini. È il 1913.

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Il titolo viene preso in prestito persino da un’operetta e dal profumo di una nota maison milanese. Nascono neologismi come “borellismo” e “borelleggiare” per descrivere il fenomeno di imitazione che aveva scatenato nel pubblico femminile. “Borelline” erano le fanciulle smagrite che ondeggiavano nelle strade, “borellismo” l’ossessione emulativa del pubblico femminile; “borelleggiare” entrò nei dizionari coevi, per significare “lo sdilinquire delle femminette, prendendo a modello le pose estetiche e leziose dell’attrice Lyda Borelli” (A. Panzini, Dizionario moderno, 1923, p. 74). “…Ma l’amor mio non muore” diventa quello che oggi si definbirebbe un tormentone. Ettore Petrolini ci costruisce sopra una delle sue parodie.

il_fullxfull.398735986_2unrLyda, grandi occhi e capelli castano chiaro, piace a tutti: gli uomini la sognano, le donne cercano di imitarla. Solo Antonio Gramsci, all’epoca critico teatrale dell'”Avanti!”, è molto critico: <Questa donna è un pezzo di umanità preistorica, primordiale – scrive -. Si dice di ammirarla per la sua arte. Non è vero. Nessuno sa spiegare che cosa sia l’arte della Borelli, perché essa non esiste… “L’elemento “sesso” ha trovato nel palcoscenico la sua moderna possibilità di contatto col pubblico. E ha rapinato le intellligenze>. Un fenomeno che anticipa la formula della tv privata a partire dagli anni ’80, in cui la velina prende un ruolo persino nel meteo e distoglie lo spettatore dai reali problemi della società.

Nata a Rivarolo (Genova) il 26 marzo 1887 e morta a Roma il 2 giugno 1959 in una famiglia di artisti (il padre Napoleone, la madre Cesira Banti e la sorella Alda erano attori), Lyda Borelli comincia la sua carriera in teatro, dove debutta bambina ne “I due derelitti! in coppia prima con Paola Pezzaglia, poi con Mercedes Brignone. Dopo numerosi ruoli minori, nel 1904 viene scritturata come prima attrice giovane nella compagnia Talli-Gramatica-Calabresi e debutta, nel ruolo di Favetta, ne “La figlia di Iorio” di Gabriele D’Annunzio. Nel 1905 recita accanto ad Eleonora Duse nella Fernanda di Victorien Sardou, interpretando il ruolo di protagonista: lo spettacolo rappresenta per lei la consacrazione come una tra le più giovani e famose attrici del teatro italiano.
Nel 1912 diventa capocomica nella compagnia Piperno-Borelli-Gandusio, diretta da Flavio Andò. La giovane attrice interpreta alcuni ruoli che la renderanno celebre (soprattutto durante le tournée in Spagna e in Sudamerica), come il personaggio di Salomè nell’omonima pièce di Oscar Wilde. Il 1913 è l’anno del suo debutto cinematografico: diretta, appunto, da Mario Caserini, interpreta Elsa Holbein in Ma l’amor mio non muore!, accanto a Mario Bonnard. Considerato oggi come il primo “diva film” del cinema italiano, “… Ma l’amor mio non muore!” ha un grandissimo successo e Lyda Borelli diventa subito una diva amata e ammirata dal pubblico.

Il “programma” del film “Fior di male”, interpretato da Lyda Borelli, conservato presso la Biblioteca e Raccolta Teatrale del Burcardo di Roma, recita:

Così Lyda Borelli, ci solleva l’anima in un godimento squisito di gioia quando ella sorride; così Lyda Borelli ci fa dolorare quando i suoi occhi bellissimi e grandi piangono! Nostro è il suo bel sorriso: nostre le sue amare lacrime! Questo è il premio maggiormente agognato da coloro che, sacri al culto dell’arte, tutte le proprie energie combattive donarono per l’arte stessa! Tutto si deve, dunque, a Lyda Borelli, la prediletta della nostra grande arte italiana, perché nella rappresentazione della vita tutto sa dare, e per tutto dare, tutta se stessa dona!

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Nel mese di giugno del 1918 Lyda Borelli conclude la sua carriera sposandosi con il conte e industriale Vittorio Cini e si ritira per sempre dalla scena fino a che, col passare del tempo, la sua figura viene quasi del tutto dimenticata.

All’annuncio del prossimo matrimonio, enormi sono la sorpresa e l’irritazione in Italia e all’estero. Il mondo si domanda: che vestale dell’arte è mai costei se si permette di avere passioni private, fuori della scena, al pari di qualsiasi donna? L’industriale comasco Franco Villa una sera, in segno di protesta, si tira un colpo di pistola al cervello. L’irritazione cresce quando si apprende che l’interprete di “La donna nuda” e di “…Ma l’amor mio non muore” ha deciso di rinunciare per sempre al teatro e al cinema. Il marito, compra e toglie dalla circolazione tutti i film interpretati dalla moglie.


Nonostante la bellezza e la fama conquistata in gioventù, nonostante fosse sposata con un uomo ricco e potente, nonostante abbia scelto la srada della tranquillità, ritirandosi dalla vita mondana per crescere i quattro figli, la sua vita nulla ha da invidiare ai protagonisti di uno dei libri a cui si ispirarono i suoi film e le sue piece teatrali. Il marito, Vittorio Cini, conte di Monselice, titolo che gli venne attribuito nel 1940 quando già era uno degli uomini più ricchi della sua epoca, fu proprietario di miniere e terreni, promotore di imponenti bonifiche per strappare le terre dall’erosione del mare. Gettò le basi per la costruzione del porto industriale di Marghera. Gli venne affidata, più tardi, la gestione delle acciaierie Ilva, in pessime condizioni economiche. Dal 1936 al 1943 fu commissario generale dell’Esposizione Universale di Roma. Ministro per le Comunicazioni nel febbraio 1943 (ultimo gabinetto Mussolini), lasciò la carica per profonde divergenze con il capo del governo. Dopo l’8 settembre venne catturato dai tedeschi ed internato a Dachau, da dove il figlio Giorgio (che aveva ricavato del denaro vendendo tutti i gioielli della madre) riuscì a farlo evadere corrompendo i guardiani delle SS. Fu lo stesso Giorgio a trasportare il padre in Italia fuggendo in aereo.

Giorgio, che aveva allora 25 anni ed era molto intelligente, tutto coraggio e forza fisica, decise di sottrarre il padre, che per giunta era malato, da quel luogo d’inferno. Andò dalla madre, che si trovava nascosta a Roma nella casa del senatore Gaggia, e si fece dare molti gioielli bellissimi; col denaro comperò altri gioielli. Quando ebbe una valigia colma di gioielli, cominciò ad attuare il suo piano, che tutti giudicavano assurdo, infantile. I tempi erano quelli che erano, e Giorgio Cini si aggirava per lo più vestito da frate; a Roma dormiva in un convento, nel Nord stava con i partigiani. Nella partita contro i tedeschi per strappar loro la vita del padre, Giorgio dimostrò la saggezza di un vecchio e la pazienza di un certosino; e non commise mai il più piccolo sbaglio nel valutare gli uomini con cui doveva misurarsi o di cui intendeva servirsi. Dal feroce Dollmann, il nazista di fronte al quale tutta Roma tremava, il giovane Cini riuscì a farsi dare un lasciapassare per Dachau. Dopo mille peripezie arrivò al campo tedesco, ebbe il permesso di parlare col padre e si rese conto che sarebbe stato impossibile farlo evadere e condurlo in Italia: fra l’altro, il senatore Cini in quel periodo non poteva muovere un braccio per anchilosi e camminava a stento. Il ragazzo però non si arrese. Distribuendo manciate di gioielli agli “incorruttibili” ufficiali delle SS ottene infine che il padre fosse trasferito in un campo di prigionia in Italia. Qui, durante un trasferimento da un campo a un’ infermeria, Giorgio Cini giocò il colpo più grosso: distribuì tutti i gioielli che gli restavano alla pattuglia tedesca di scorta, e riparò in territorio svizzero con il padre, gli automezzi e i militari tedeschi.

Giorgio era l’unico figlio maschio della coppia che di eredi ne ebbe 4. Oltre a Giorgio, Minna (1920), e le gemelle Ylda (1924) sposata a Giacinto Guglielmi, marchese di Vulci, e Yana, sposata a Fabrizio, 3º principe Alliata. Giorgio, il primogenito (era nato nel 1918), nel luglio 1945, a guerra conclusa, difense nuovamente il padre (che era stato ministro durante il regime fascista) dalle imputazioni presentate dall’Alto Commissariato per le sanzioni contro il fascismo, riuscendo ad ottenere un proscioglimento.
Muorì in un incidente aereo (oggetto di una inquietante predizione da parte del sensitivo Gustavo Rol) a Cannes nel 1949.

L’ultimo giorno di agosto Giorgio Cini salì sul suo aeroplanino nel campo di Cannes, volò via, ma una volta al largo ebbe un improvviso pentimento, volle ancora una volta vedere la sua fidanzata, l’ attrice Merle Oberon che stava ancora salutandolo con un fazzoletto. Tornò indietro con una picchiata. Quel che successe a bordo non s’è mai accertato bene, ma l’apparecchio precipitò, Giorgio Cini morì carbonizzato.

Dino Buzzati, in un articolo sul “Corriere della Sera”, intitolato “L’albergo salvato dal mago”, racconta una storia legata all’Hotel du Cap, ad Antibes in Costa Azzurra, dove lo stesso Buzzati era stato ospite:

Monsieur André Sella mi fece entrare nel suo studio degno di un vecchio ammiraglio e mostrandomi gli album coi ricordi dell’Hotel si soffermava sulle facce ed i nomi più famosi d’Europa che erano stati suoi clienti. Sfogliando, ad un certo punto André fermò il dito sul volto di un bellissimo uomo nel fiore della vita. “Giorgio Cini”, disse. “Si ricorda? Settembre 1949… E questo qui è il dottor Rol, il mago di Torino, lei ne avrà sentito parlare, è a lui che devo la vita. Giorgio Cini era qui all’albergo con Merle Oberon (attrice inglese naturalizzata statunitense n. d. r.), sua fidanzata, doveva partire insieme a me il giorno dopo per Venezia. Ma la sera, a cena, Rol mi toccò un braccio e mi disse: “Quel Cini ha la morte molto vicina”. Io sapevo chi fosse il dottor Rol. Ho avuto paura. Ho trovato un pretesto per non partire… La mattina dopo ho accompagnato Cini all’aeroporto di Nizza. Lo aspettava il pilota personale. Decollaggio perfetto. Mentre mi avviavo all’uscita seguivo l’aereo con gli occhi, così, per istinto. E pochi istanti dopo non vedo staccarsi netta un’ala e l’apparecchio venire giù a piombo? Quando sono arrivato sul posto, era un orrore, nessuno lo avrebbe potuto riconoscere. Poi le scene, lei può immaginare, Merle Oberon come pazza. E io salvo”.

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In memoria di Giorgio Cini, il padre Vittorio creò la Fondazione Giorgio Cini a Venezia http://www.cini.it e un istituto a di cultura a Ferrara. Lyda visse ancora dieci anni dopo la morte di quel figlio trentunenne tanto amato e morì d’un male incurabile in un appartamento del Grand Hotel di Roma. Lyda muore il 2 giugno 1959 a Roma ed è oggi sepolta, insieme al marito, nel cimitero monumentale della Certosa di Ferrara. A Bologna le è stata intitolata la “Casa di riposo per artisti drammatici”, in Via Saragozza 236, di fianco al Teatro delle Celebrazioni.
lyda_borelli_3_giugno_1959Si leggeva sui giornali dell’epoca:

Con Lyda Borelli scompare l’attrice più affascinante e famosa che abbia avuto il cinema italiano quando aveva per mercato il mondo intero e i suoi studi maggiori sorgevano a Torino. Era l’epoca in cui imperavano il dannunzianesimo e il sembenellismo, e Lyda Borelli estrinsecava con suggestiva raffinatezza l’una e l’altra voga. Per le nuove generazioni, il suo è poco più di un nome appena, una immagine sbiadita, ma per chi in quell’inizio del secolo era già adulto, il ricordo di Lyda Borelli richiama alla mente tutt’un mondo scomparso.

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