1968, il crollo di via Digione e 19 vittime rimaste senza giustizia
Premessa.
E’ la sera tra il 7 e l’8 febbraio 2014. In via Digione, nel quartiere di San Teodoro, dopo le abbondanti piogge di un autunno e un inverno che hanno provocato un’alluvione e un’infinità di problemi a Genova, un massiccio smottamento di terreno invade la strada annunciata da un sinistro boato. Molta paura ma per fortuna nessun danno e neppure feriti eppure in quelle ore i più anziani del quartiere vivono la drammatica esperienza di un “deja vu” che li riporta indietro negli anni, a metà del secolo scorso.
Quella zona, per molto tempo a Genova, è stata un luogo tranquillo quasi un eremitaggio.
La toponomastica deriva tra l’altro proprio dalla costruzione di un’abbazia nel XII secolo fondata da religiosi francesi provenienti da Digione.
Con le grandi trasformazioni urbanistiche della città che dai primi dell’800 la trasformano profondamente anche la zona viene interessata da una serie di interventi. Innanzitutto,l’uso intenso delle le cave che rifornivano di materiale i diversi cantieri di un ottimo materiale per la costruzione, la cosiddetta “pietra di promontorio” che i genovesi cominciarono a utilizzare già dal XIII secolo. Poi gli insediamenti popolari, la città si allargava e su quelle colline iniziava l’opera di costruzione di complessi abitatativi soprattutto per chi lavorava in porto.
La costruzione del civico n.8 di via Digione viene iniziata sul finire del 1920 e termina nel 1931.
Tutto il quartiere costeggia il piede del fronte della “cava Sivori” lungo alcune centinaia di metri e alto una cinquantina. “Il palazzo di 8 piani e 124 appartamenti e aveva un ingombro in pianta di circa 30×40 metri con altezza approssimativa di 25-30 m. Il prospetto verso ovest si affacciava sull’ex fronte di cava che aveva pendenze tra i 45° ed i 70° pari cioè all’inclinazione delle imponenti bancate calcaree visibilmente incurvate. Una simile configurazione di versante viene definita in gergo tecnico “a franapoggio” (il che non promette nulla di buono…) anche se occorre precisare che essendo gli strati inclinati quanto il versante, essi erano in grado in via teorica di auto-sostenersi appoggiandosi al piede. Questo in via teorica” secondo la ricostruzione avvenuta nella dettagliata ricerca di Vittorio Bonaria http://www.molare.net/disastri_simili/disastri_viadigione.html
Ma la teoria, molto spesso, non fa i conti con i capricci della realtà e alla già “sostanzialmente precaria” stabilità del palazzo si aggiungono eventi drammatici che avranno un loro ben preciso significato nella storia finale. I costruttori si rendono conto che il palazzo ha bisogno di “sedime” in cui stabilizzarsi e fanno spazio a un giardino e a un piccolo campetto da gioco alle sue basi.
Ma non solo. Allo scoppio della guerra alla base della cava era stato ricavato un rifugio antiaereo e non distante ne venivano costruiti altri mentre proprio sopra lo stabile vennero impiantati dei “vivai” che comportavano la strutturazione anche di impianti scorrimento di acqua per annaffiare le piante. Nel 1943 avvenne la tragedia della galleria di S. Benigno con una drammatica esplosione che provocò la morte di migliaia di persone. Proprio in quel frangente diverse centinaia di metri cubi di roccia caddero nel piazzale di fronte al palazzo preoccupando non poco gli inquilini. Se doveva essere chiaro qualcosa era che quella zona avrebbe creato preoccupazioni e notti insonne a ogni pioggia insistente e a ogni temporale più forte.
Era il 21 marzo del 1968 e pioveva. Quella pioggia che anche se hai girato tutto il mondo sai che può cadere solo a Genova. Dritta e violenta, inesorabile. Nel quartiere si trascorreva il tempo come le usanze di quegli anni: gli uomini erano a lavorare, le donne dietro alle faccende di case con un occhio ai compiti del bambino seduto al tavolo della cucina, gli anziani al bar a giocare a carte.
Uno di questi, si affaccia fuori dal locale per quell’occhiata fatalistica e rassegnata che si dedica alla pioggia scrosciante. C’è qualcosa però che gli fa correre un brivido per la schiena, la muragli di roccia alle spalle del civico 8 si muove. Avanza verso di lui.
E’ un urlo che gli si smorza in gola mentre da quel portone donne in vestaglia e bambini in calzoncini corti corrono fuori da quel portone. Sono i più solerti avvertiti da quell’urlo, da un drammatico passaparola fulmineo che salva miracolosamente alcune vite. Non tutte. 19 persone moriranno sepolte dal crollo subitaneo della roccia e dallo schianto della costruzione che si ripiegano una sull’altra come un castello di sabbia in riva al mare. Per loro da subito non c’è nulla da fare. Sono le 18.40 quando dallo schianto avvertito in buona parte della città si levano urla lamenti, grida e lo sciamare delle sirene delle ambulanze e dei vigili del fuoco. Una volta che la polvere si alzò si vide che un terso del palazzo era crollato sotto lo smottamento di roccia “scivolata” a valle. Le amministrazioni istituirono diverse commissioni per analizzare il fenomeno anche perché altri palazzi si trovavano in posizioni molto simili.
I consulenti tecnici nominati d’ufficio dalla Procura della Repubblica nel procedimento aperto contro ignoti, negarono incomprensibilmente che il condominio di Via Digione fosse costruito su un terreno “…sede di frane in atto o potenziali…” Secondo le analisi effettuate negli anni una responsabilità diretta poteva andarsi a ricercare negli impianti di irrigazione dei vivai di proprietà dei “F.lli Firpo” che astutamente, nel frattempo, avevano intestato la proprietà a una persona di comodo, nullatenente e residente all’albergo dei poveri. L’acqua che fuoriusciva dalle canalette di irrigazione, secondo i tecnici, avrebbe eroso la roccia nel tempo favorendo lo smottamento. Successivamente l’atto della notifica del passaggio di proprietà venne invalidato e alla ditta toccò la realizzazione della messa in sicurezza dell’area.
Il palazzo venne ricostruito a spese degli abitanti che poterono rientrarci solo sul finire degli anni ’80.
Significativa fu la relazione dei esperti nominati dalla Procura della Repubblica nel procedimento aperto contro ignoti i quali negarono incredibilmente che via Digione potesse essere sede di frane in atto o potenziali, ammettevano visti i precedenti che una frana “…di entità imprecisabile, appariva prevedibile…”. In sostanza, imponevano allo sconcertato magistrato una vera e propria contraddizione in termini: “Il palazzo non era situato in una zona franosa ma una frana era prevedibile” infine, sempre più addentro alla surrealtà concludevano così: “Una diagnosi dalla quale emergesse la situazione instabile della parete rocciosa non richiedeva cognizioni tecniche di altissimo grado ma pur sempre di carattere specializzato, non rientranti nel patrimonio nozionistico di qualsiasi ingegnere”. Le 19 vittime di quel disastro attendono ancora giustizia.



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