Le streghe di Triora, il processo e la leggenda


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di Black Giac
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La storia del processo alle streghe di Triora è uno dei fatti più drammatici avvenuti nella storia della Liguria e di Genova per brutalità e orribile futilità. Su questo episodio si è molto speculato in funzione anticlericale ma prima di raccontarlo nel modo più esaustivo possibile bisogna mettere in chiaro alcuni punti.

Il paganesimo fortemente combattuto dai cristiani, soprattutto nel mondo contadino, attribuiva molto spesso le cause di una carestia o di una malattia al malocchio e alla stregoneria e anche in questi casi i processi sommari, se mai avvenivano, si concludevano con un bel rogo dove finivano a bruciare persone innocenti. Il cristianesimo ebbe il merito, nonostante la malafede di certe critiche, di eliminare quasi del tutto queste pratiche canalizzandole in preghiere, processioni, novene e altre pratiche religiose. Non riuscì però a essere consapevole e divenne, come in questo caso, colpevolmente connivente di un processo di deriva culturale del mondo contadino che trasferì pedissequamente i meccanismi arbitrari della magia nelle pratiche religiose. L’episodio di Triora e altri ad esso collegati sono un caso emblematico di questo “errore” scongiurato purtroppo troppo tardi dalle autorità religiose e civili genovesi del tempo dopo che per molte persone coinvolte la pena e le punizioni, per accuse del tutto infondate , erano state terribili e per alcune di queste avevano voluto dire la morte.

Siamo nel 1587 nel ponente ligure, nel paese di Triora da circa tre anni ci sono dei problemi nella raccolta del grano per una grave siccità. Nella zona, conosciuta come il granaio della Repubblica per la ricchezza dei suoi raccolti, cresce una grande preoccupazione accompagnata dal malcontento della popolazione. La mancanza di pioggia, secondo una consolidata superstizione, viene attribuita a un sortilegio e comincia una ricerca spasmodica degli artefici della “fattura”. Sospetti e dicerie che investono le cariche pubbliche e religiose della zona che cominciano la ricerca del capro espiatorio della difficile situazione, indagini influenzate dalla paranoia e dalla superstizione che daranno il nome per sempre a questo genere di percorsi indagativo/polizieschi: “la caccia alle streghe”. Furono identificate venti donne. Occorre dire, per essere chiari, che le pratiche superstiziose a quei tempi erano talmente diffuse ancora parallelamente al cristianesimo che accusare qualcuno di stregoneria era semplicissimo. Questo, ovviamente, non aveva nulla a che fare con la siccità.

Il podestà di Triora, Stefano Carrega, procede con gli arresti e chiede al doge di Genova e al vescovo di Albenga di procedere all’invio degli inquisitori per poter iniziare il processo. Arriva da Genova Girolamo del Pozzo che raccoglie le testimonianze dei trioresi circa le attività di stregoneria delle prigioniere e su queste si riversa un’ondata di accuse incredibili. Erano loro secondo i trioresi a provocare, tempeste e carestie, far morire donne gravide, bambini e bestiame oltre alle empie attività sessuali con il demonio che venivano attribuite alle streghe.

A questo punto l’inquisitore istruisce il processo formalmente: sequestra alcune case che adibisce a prigioni, a camera di interrogatorio e tribunale.

Le torture sortiscono l’effetto di indurre le donne a confessioni e rivelazioni che hanno l’unica ragione di fermare i supplizi sui loro corpi. Muore una donna anziana, si chiamava Isotta Stella e aveva 60 anni, che non regge alle sofferenze, un’altra precipita dalla finestra da cui tentava di fuggire. E la lista delle streghe dopo le “confessioni” si allunga. Da venti si arriva a più di duecento nomi. Il ponente ligure è attraversato da una vera e propria tragedia. Il Doge di Genova preoccupato per l’andamento di questo processo chiese, attraverso il vescovo, delle spiegazioni all’inquisitore e le risposte non furono per nulla rassicuranti: “La donna morta era stata torturata senza riguardi perché era robusta e perché era rea confessa di adorazione del demonio (… )Che la donna che era caduta dalla finestra si era suicidata su istigazione del diavolo (…) Che le bruciature alle piante dei piedi delle donne erano lievi e queste erano riuscite a tornare in cella sulle loro gambe e infine (…) Che la stanza della tortura era troppo piccola per fare un buon lvoro.”

L’inquisitore concluse dicendo che gli arresti erano terminati ma il Vescovo gli intimò di liberare le donne di rango più alto per evitare problemi con le famiglie più influenti. L’inquisitore obbedì ma continuarono le torture e la prigionia per le altre. Arrivò a Triora, inviato da Genova, un commissario civico, il suo nome era Giulio Scrivani che riprese le indagini e gli interrogatori. Morirono  così altre donne sotto i ferri dell’aguzzino. Non ci furono però i roghi che tutti si aspettavano anche se furono individuate altre quattro streghe nei paesi vicini a Triora,  Andana e Montalto. Ci fu però una svolta importante: il processo venne trasferito a Genova e tredici donne, quattro bambine e un bambino insieme a un uomo, vennero rinchiusi nella torre grimaldina. Fu istruito un altro processo. Arrivarono a Genova anche le ultime persone arrestate.

Nel 1588 il processo si concluse con una condanna al rogo per tutti gli imputati. Nel frattempo, erano morte per gli stenti e i maltrattamenti altre cinque donne.

Nel 1589 avvenne una svolta: il processo subì una revisione e la sentenza di condanna al rogo venne annullata. Si sa ben poco di cosa portò a tale conclusione e di chi riuscì a evitare una simile barbarie, si sa soltanto che tutti i prigionieri  vennero trasferiti a Roma e che da lì in poi di loro non si seppe più nulla.

Nel ponente ligure continuarono periodicamente episodi di questo genere: Nel 1631 furono condannate a bruciare vive due sorelle accusate di aver “seminato” la peste. Vennero arse vive nel piazzale del Santuario della Misericordia a Savona. Così come vengono ricordati ma è giusto sottolineare, senza precisi riferimenti storici, dei roghi che sarebbero stati allestiti nell’area di Banchi a Genova.

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