“Ivanov”, ancora pochi giorni per lo spettacolo di Dini alla Corte

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Di Diego Curcio

Mancano ancora pochi giorni (oggi, domani e domenica) e quindi bisogna affrettarsi. Perché “Ivanov” di Anton Cechov in scena al Teatro della Corte – regia di Filippo Dini, che veste anche i panni del protagonista – è davvero da non perdere. Uno spettacolo intenso e potente, che racconta la storia di un piccolo proprietario terriero russo divorato dal male di vivere e dai sensi di colpa. Una sorta di Amleto dagli Urali, che con il suo tormento sembra incarnare la disperazione di una società – quella russa di fine Ottocento, appunto – che nel giro di pochi anni verrà annientata dalla Rivoluzione comunista. E così mentre Ivanov si strugge e si contorce nel suo strazio, tutto intorno a lui, i brandelli della nobiltà e della gretta e ricca borghesia russa, fanno festa e si divertono, come l’orchestrina del Titanic. L’unico personaggio che sta male veramente, ma che prova a reagire, almeno con lo spirito, a una morte certa, è la moglie del protagonista, Anna Petrovna, interpretata dalla bravissima Sara Bertelà, da cui però Ivanov cerca di scappare in tutti i modi. Una vicenda complessa, nella sua apparente semplicità, fatta di tante microstorie, come sono le personalità contorte degli altri personaggi. Ed è proprio questo uno degli assi portanti dello spettacolo in scena alla Corte: la bravura con la quale tutti gli attori hanno saputo costruire il proprio ruolo, tanto che l’intensità dell’interpretazione di ciascuno, diventa un valore aggiunto fondamentale. L’altro punto di forza di questo “Ivanov” è la regia di Dini: decadente ed esplosiva, capace di trasformare un dramma esistenziale talvolta in una farsa, talvolta in una tragedia. La scena finale, per esempio, ha una potenza cinematografica dirompente.  Nel corso dello spettacolo si ride e ci si dispera, con gli attori che riescono a creare una sorta di complicità con il pubblico in sala. La scenografia mobile inghiotte i protagonisti in quattro diverse ambientazioni: quattro prigioni, con colori e atmosfere differenti, che raccontano la schizofrenia del tormento di Ivanov e della società in cui è immerso. Fulvio Pepe è un eccellente Borkin, un mascalzone geniale, che rappresenta, nel bene e nel male, tutto ciò che Ivanov non è, quasi fosse la sua nemesi. Nicola Pannelli invece veste i panni di uno stralunato e perfetto conte Sabelski, zio del protagonista, nobile decaduto, forte soltanto del propri titolo, e disperato, per certi versi, quanto il nipote. Ma è tutto il cast, come detto, a dare forza allo spettacolo. Dini è un Ivanov bipolare, vittima di se stesso e della sua disperazione cosmica. I suoi occhi sono pesti, carichi di rabbia e frustrazione e le sue ansie lo divorano giorno dopo giorno. Valeria Angelozzi è una Saša che prima trabocca giovinezza, ma che poi si lascia contagiare dal tormento del suo innamorato Ivanov; mentre Ivan Zerbinati, come un perfetto trasformista, alterna sulla scena l’interpretazione del medico tutto d’un pezzo L’vov e a quella del servitore un po’ suonato Gravila. Molto convincente anche Gianluca Gobbi nel ruolo di Pavel Lebedev, padre di Saša, marito senza spina dorsale e ubriacone da competizione, esempio perfetto della confusione in cui versa la società russa dell’epoca.

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