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Quando il Sindaco voleva demolire tutto il centro storico

Il primo appuntamento di “Rileggere il centro storico – Per una scuola di formazione territoriale”
L’architetto Bruno Giontoni racconta le linee della pianificazione urbana dal dopoguerra
La dirigente dell’Urbanistica del Comune Silvia Capurro: <Progetti paralizzati dalla crisi. Si pensa a usi temporanei delle aree>

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(Bombardamento inglese su Genova, 1942)

di Monica Di Carlo

Avete presente tutte le cose di cui noi genovesi andiamo più fieri, quelle che i turisti vengono a vedere? Il nostro centro storico, i palazzi dei rolli, le botteghe antiche, le sciamadda, le chiese, i musei, lo stesso Palazzo Ducale. Beh, doveva essere tutto raso al suolo: 220 ettari, 2,20 km², di case, torri, palazzi dovevano cadere sotto i colpi dei picconi che hanno distrutto Piccapietra e via Madre di Dio.


(I cantieri del palazzo della Regione dove prima c’era via Madre di Dio)

Quello era solo l’inizio. Nei progetti non doveva rimanere in piedi un solo muricciolo, un portale, una pietra. Poi, per fortuna, le ambizioni urbanistiche degli amministratori locali sono franate davanti all’incapacità di portare avanti un progetto che oggi ci appare scellerato, ma che allora sembrava il progresso, il futuro, oltre all’unico modo di risolvere un duplice problema. Come Berlino, come Colonia, come molte altre città, le macerie dovevano fare spazio ai nuovi edifici. A guardare, tuttavia, l’orribile palazzone che si affaccia su piazza Caricamento, quelli, non meno inguardabili, in cui è la sede del consiglio regionale o anche gli edifici più piccoli, ma non per questo meno brutti, che spuntano qua e là tra le case medioevali e rinascimentali del centro antico, c’è da scommettere che piazza Matteotti non sarebbe stata l’Alexanderplatz del Mediterraneo.


(Il tratto di Sottoripa crollato per il bombardamento dove ora c’è l’orribile palazzone moderno)

Certo due bombardamenti navali e 85 incursioni aeree tra il giugno del 1940 e l’aprile del 1945, concentrati soprattutto sul centro storico (l’obiettivo era il porto), avevano devastato il territorio. Un quarto degli edifici della città antica era danneggiato o distrutto, ma il piccone, nei progetti de primi amministratori della città (e fino agli anni ’60) era quello di abbattere e ricostruire i volumi in altezza. Diversi dovevano essere i grattacieli oltre a quello di Piacentini in piazza Dante e alla sede della Carige e al “Palazzo Telecom” in fondo a via San Vincenzo. Erano previsti il grattacielo dell’Eridania in corso Andrea Podestà, quello della Shell dove c’è ora il campo Carlini, uno al posto del seminario arcivescovile. C’era poi la richiesta Garrone ampliare la raffineria


(La Torre Piacentini – a tutt’oggi il grattacielo di cemento armato più alto d’Italia – si staglia sulle demolizioni di via Madre di Dio)

Non è che il sindaco del primissimo dopoguerra, Vannuccio Faralli (Partito Socialista), fosse completamente pazzo o che avesse interessi di carattere economico personale. <Quando il governo, nel 1946 inviò il ministro Romita a capire la situazione genovese e quali erano i problemi da affrontare – ha detto lunedì scorso l’architetto Bruno Giontoni nel corso della prima delle conferenze-lezioni di “Rileggere il centro storico – Per una scuola di formazione territoriale” organizzate dalla Fondazione per la cultura – Palazzo Ducale e Università – il sindaco Faralli raccontò la realtà di una città che aveva la sua struttura economica distrutta per quanto riguarda l’attività manufatturiera, impraticabile per quanto riguardava il porto e in cui la struttura sociale era caratterizzata da 43 mila disoccupati e 41 mila senzatetto. Questo condizionò anche la costruzione degli strumenti per la costruzione>. C’era da ricostruire velocemente e da occupare chi non aveva lavoro. <Il primo piano regolatore generale era più un piano di natura politica che di natura sostanziale, in quel momento> ha spiegato Giontoni.
Il piano non fu mai formalmente approvato a causa di contrasti in giunta. In alcuni luoghi i cittadini fecero le barricate. Fu il caso della casa di Paganini, nella zona di Madre di Dio, presidiata ogni giorno dai residenti della zona di Sarzano. Le gru demolitrici del costrutture, raccontano alcuni anziani di Sarzano che da ragazzini parteciparono ai picchetti, riuscirono a spuntarla solo con un blitz noturno.
Nel 1976, fu il padre dell’attuale Sindaco, l’allora vice sindaco Giorgio Doria, a portare all’approvazione il primo reale piano regolatore costruito anche sulla scorta di una recente normativa nazionale. Si decise la salvaguardia del territorio storico-ambientale e, quindi, del centro storico. Dopo 20 anni di sindaci Dc, nel 1975 era diventato primo cittadino il tranviere e sindacalista socialista Fulvio Cerofolini. Il rilancio e il recupero, tuttavia, erano ancora molto lontani.
Nel corso della lezione, l’architetto Silvia Capurro, dirigente generale della Direzione Urbanistica del Comune e presidente della sezione ligure dell’Istituto nazionale di Urbanistica hanno spiegato la storia del recupero del centro storico negli ultimi 25 anni, dalla riqualificazione del waterfront. Il discorso è caduto, inevitabilmente su <due grandi incompiute, Ponte Parodi e l’Hennebique>, ha detto Capurro. La tecnica della “valorizzazione” (spesso in passato ha significato la trasformazione della destinazione d’uso da industriale a commerciale) non funziona più, semplicemente perché il quadro economico è cambiato. Quando è partito il progetto di Ponte Parodi <la finanza immobiliare era un settore trainante degli interventi tanto che si pensava potesse sostituire o, almeno, affiancarsi con pari dignità all’intervento pubblico>.
<Le funzioni pubbliche che dovevano essere trainanti sia come intervento pubblico diretto, sia come intervento assisitito anche da una quota di funzioni private, non nascondiamocelo, di funzioni commerciali – ha proseguito Capurro -, non regge più perché sono cambiate le condizioni economiche>. Chi mai vorrebbe realizzare un grande intervento commerciale in una città scesa sotto i 600 mila abitanti, con un indice di  vecchiaia ben superiore a quello nazionale e capacità di spesa dei cittadini piuttosto limitata a causa della deindustrializzazione e della crisi economica generalizzata?
<Si sta ragionando intorno a concetti relativi ad usi temporanei – ha detto dirigente dell’Urbanistica del Comune -. A fronte di parti di città che per varie ragioni restano inutilizzate in attesa di un futuro che forse dovrà essere rivisto, anche con richieste che vengono dal basso, cioè da associazioni di volontariato, disponibili anche a piccoli finanziamenti a rendere fruibili queste aree. Può essere un discorso interessante da affrontare anche perché introduce la consapevolezza da parte di tutti i cittadini ci parti di città che attualmente sono confinate, sono escluse dall’utilizzo. Ponte Parodi, ad esempio, sono 20 anni che è un’area isolata e inutilizzata e le prospettive di utilizzo non sono nemmeno prossime>.

<È soltanto negli ultimi 40 anni – ha sintetizzato al termine Luca Borzani, presidente della Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale e ideatore della Scuola di formazione territoriale – che si pensa al Centro storico con una logica di recupero. Focalizzare questo aspetto è un elemento importante. I grandi interventi dell’Ottocento, soprattutto viari, pensavano a spazzare via soprattutto la parte centrale del centro storico e ancora fino alla metà degli anni sessanta la tecnica era quella della “bonifica”. Invece noi spesso pensiamo al mantenimento del centro storico come una logica di lunga durata che ha segnato la città. Non è vero. La città moderna del Novecento nace contrapponendosi al centro storico e ponendo come logica l’abbandono del centro storico stesso.
<È come se avessimo bisogno, di fronte a una crisi di proporzioni economiche e finanziarie come quella che abbiamo vissuto, di un sostanziale ripensamento del centro storico – ha proseguito Borzani -. C’è bisogno di ritrovare l’idea di fondo che non può essere soltanto la riqualificazione, che deve proseguire e che comunque in grande parte è stata compiuta, rispetto ai decenni precedenti. Serve un filo unitario che tenga insieme i diversi passaggi e che forse in questi anni più si è perso, proprio per le difficoltà finanziarie. Rischiamo di avere tanti pezzi di centro storico che scorrono paralleli tra di loro, quando invece il tema del disegno unitario mi pare di nuovo, oggi, un tema centrale>.
La conservazione, ha ricordato il presidente della Fondazione per la Cultura, non è stata spontanea, non è stato uno dei tratti su cui questa città è cresciuta. È invece stato un rovesciamento di un’impostazione secolare. La bonifica e il risanamento hanno segnato solo gli ultimi decenni e, oggi, ha aggiunto Borzani, <c’è bisogno di andare a ridisegnare un altro sguardo. Nelle prossime lezioni parleremo delle condizioni abitative e di vita concreta>.

Ecco l’audio di tutti gli interventi

Introduzione – Paolo Comanducci, Rettore Università di Genova e Luca Borzani, presidente della Fondazione per la Cultura Palazzo Ducale

Architetto Bruno Giontoni

Architetto Silvia Capurro

Le conclusioni di Luca Borzani

Cosa è “Rileggere il centro storico – Per una scuola di formazione territoriale”
https://genovaquotidiana.wordpress.com/rileggere-il-centro-storico-a-santa-maria-i-castello/

Ecco la relazione di Bruno Giontoni

Giontoni centro storico

 

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