Genova Grand Guignol: torture, impiccagioni e decapitazioni nei secoli

Di Black Giac – Uno dei peculiari aspetti che caratterizzano il profilo psicologico dei genovesi è l’attaccamento al denaro. Una caratteristica comportamentale sui cui varrebbe la pena soffermarsi a lungo perché alimentata da diverse dinamiche sociali e individuali. Da una parte la parsimonia, il risparmio, dettati da un ambiente geomorfologico se non ostile non particolarmente accogliente: poco spazio per coltivare e allevare, montagne a strapiombo sul mare che offriva dei vantaggi ma anche molti rischi. Dall’altra parte la scaltrezza nel commercio, la capacità di fare affari e trattare qualsiasi cosa che rendeva i “genuati” già famosi quando Scipione cercava di fermare Annibale alla conquista dell’Italia. Altro crimine detestato a Genova era la congiura che ci introduce alle condanne a morte comminate nella Repubblica.

La pena capitale preferita a Genova era l’impiccagione o il taglio della testa con la scure in epoche più remote ma nella città ci fu anche una prima applicazione della ghigliottina con un brevetto ancora da perfezionare (lo strumento di morte inventato da Joseph Ignace Guillotin fu perfezionato dal consiglio arrivato direttamente dal sovrano Luigi XVI di utilizzare una lama trasversale) che consisteva in una lama a mezzaluna sotto cui veniva posta la testa del condannato e che veniva azionato con il colpo di un grosso martello. L’esperimento avvenne il 13 maggio 1507 come ci ricorda Aldo Padovano nel suo “Storia insolita di Genova” ed ebbe come sfortunato protagonista il nobile Demetrio Giustiniani reo di aver partecipato alle sommosse contro Luigi XII re di Francia che in quell’anno aveva conquistato la città.

Dopo questo esordio i genovesi abbandonarono la ghigliottina e le pene di morte avvenivano per lo più con l’impiccagione e con l’avvento della polvere da sparo e le armi da fuoco, con la fucilazione per i militari.

Con l’annessione di Genova all’Impero Napoleonico, il 13 maggio di tre secoli dopo esatti nella “piazza sopra il molo” luogo deputato per le esecuzioni capitali sin dal medioevo ritorna la ghigliottina. A rotolare nel cestino predisposto a raccoglierla è la testa di Giobatta Garbarino, 19enne con la passione della rapina a mano armata. Passione pagata a caro prezzo. A mettere in azione il marchingegno mortale è un’autorità del genere: Vittorio Sanson, proveniente dalla Francia , figlio d’arte di una famiglia di “boia” tra cui lo zio Carlo Enrico che ebbe l’onore di decapitare Luigi XVI.

Sanson si stabilì a Genova in un caratteristico appartamento collocato sopra l’ogiva centrale di Porta Soprana demolito solo nel secolo scorso con i restauri del D’andrade. Sanson, per tanti motivi, non ebbe vita facile in città. Inviso soprattutto perché francese alla nascita di sua figlia non trovò nessuno che facesse da padrino o madrina al battesimo. Fu lo stesso cardinale Spina che officiava il rito a ricoprire tale ruolo. Che Sanson non fosse simpatico per la sua nazionalità lo si scoprì quando con la caduta di Napoleone dovette fare fagotto e fuggire in Francia molto velocemente. Il nuovo boia era un genovese, tale Ignazio Palmi che divenne popolare, nonostante il mestiere, e soprannominato amichevolmente dalla popolazione “Gasparin”.

Altri luoghi dove avvenivano le esecuzioni erano Dinegro, Banchi e Castellaccio, in quest’ ultima località le impiccagioni, nel ‘500, avvenivano di fronte a un folto pubblico che accorreva numerosissimo ad assistere con tanto di venditori ambulanti di cibarie e veri e propri picnic.

Appesi a delle robuste catene i cadaveri dopo l’esecuzione venivano lasciati appesi per mesi sino alla totale scarnificazione provocata dalla decomposizione, dagli agenti atmosferici e dagli animali. A Banchi andarono di scena anche dei roghi alla fine del ‘500 per stregoneria probabilmente legati alle vicende di Triora.

Ma non erano solo le pene capitali che attraevano un folto pubblico perché a Genova come si diceva in partenza si potevano sopportare molti comportamenti non ortodossi ma non i debitori insolventi.

Questi rinchiusi nel carcere di Malapaga (più o meno dove ora sorge la caserma della Guardia di Finanza in piazza Cavour) venivano sottoposti a un singolare e crudele supplizio: chiusi dentro un gabbia con le terga esposte venivano innalzati e quindi fatti cadere violentemente sopra una piastra di ardesia “mandà a da do cù in ciappa” e secondo storie non confermate sembra che anche Dante Alighieri sia stato sottoposto a questo supplizio.

Altra tortura, questa riservata in particolar modo alle streghe ma anche a comuni malfattori, era quella della “corda”: i condannati venivano appesi per le braccia con delle corde, sollevati e fatti ricadere sino a pochi centimetri da terra provocando così lo slogamento degli arti. Nel settecento venne introdotta la frusta che veniva utilizzata per i reati minori e le prostitute che venivano generalmente rinchiuse all’Albergo dei Poveri che fra le sue tante funzioni ebbe anche quella di prigione.

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