Un uomo, un luogo: Sergio Vecchio racconta ottant’anni di Campopisano, da macerie a paradiso

IMG_4741-1Quando il cardinal Angelo Bagnasco giocava nel centro storico. Quando i genovesi fecero picchetto contro la demolizione della casa di Paganini.
Il ricordo di Giorgio Doria, padre di Marco: <Conosceva i genovesi per nome>. La polemica con il Municipio Centro Est.

Il paradiso è dietro l’angolo, quello della farmacia di piazza Sarzano. Scendere la mattonata con Sergio Vecchio verso Campopisano è fare un viaggio in 80 anni di storia. La vecchia Genova con le corde per stendere tirate tra una casa e l’altra e il profumo del bucato che si diffondeva in tutto il quartiere, i bimbi che giocavano in piazza gridando alla mamma di buttare un panino dalla finestra per la merenda. Poi la guerra, le bombe, la distruzione, le macerie. <Qui c’era il lattaio, qui l’osteria> dice Vecchio parlando in Genovese e indicando un giardinetto con alcuni alberi. Poi racconta di quando Angelo Bagnasco giocava con lui e con gli altri bimbi nelle piazzette della città vecchia: <Gli do del “tu”, ha sei anni meno di me>, dice. Quell’uomo dal sorriso franco, dai capelli candidi e dagli occhi di un blu profondo che non sembrano aver intenzione di invecchiare, Campopisano lo ama profondamente, tanto da desiderare di essere sepoltro in un pilastrino della piazza, lasciato appositamente vuoto quando, insieme agli altri pensionati del quartiere, ha realizzato l’acciottolato alla vecchia maniera, con sassi di fiume prelevati in spiaggia. Era il 1992, anno delle Colombiane. Da quel giorno, la singolare pavimentazione ha bisogno di continue cure. Bisognerebbe dare il diserbante per evitare che i ciottioli si alzino ma avendolo richiesto al Comune, essendo disposto a fare lui il lavoro, Vecchio si è sentito rispondere di comperarselo. Poi c’è quel dehors di un locale chiuso da anni che deturpa la piazzetta e funziona come ricovero di topi e ricettacolo di spazzatura, ma nessuno vuole togliere. Sarà forse per quello che ha il dente avvelenato con il presidente del Municipio Simone Leoncini (<Un politico deve stare in mezzo alla gente, non alla scrivania davanti alle bandiere>, dice) e con il sindaco Marco Doria, così differente dal padre Giorgio, il marchese rosso: <Lui sì che sapeva comunicare, conosceva i nomi dei genovesi uno ad uno>.
Sergio era un ragazzino quando ha partecipato al picchetto davanti alla casa di Paganini, in passo Gattamora, sulla Cheullia, distrutta in un blitz notturno con due colpi di un’enorme palla di ferro appesa a una gru. <Ci hanno preso alla sprovvista perché smettevamo il presidio alla fine dell’orario di lavoro e invece vennero nelle tenebre. C’era anche la “Celere”> dice. Da bimbo, poi, ha scavato nelle macerie con i “grandi”. Racconta di quei cunicoli tra le macerie dei tre conventi della zona e di quelle piccole bare che, si dice, vi furono trovate. <Ero troppo piccolo per ricordare bene, ma c’erano, le ho viste – racconta -. C’era anche un cunicolo che arrivava dal mare e a via San Lorenzo, ne trovammo un pezzetto ma non riuscimmo a percorrerlo tutto>. Negli anni ’50, partecipò alle prime opere di recupero e mise a dimora pianticelle che ora sono alberi robusti. Negli anni ’80, quando i tossicodipendenti avevano trovato nella zona il loro quartier generale (dormivano spesso nei bassi abbandonati delle case bombardate), cominciò con le “Mamme di Campopisano” la guerra contro la droga. Di progetti ne ha portati avanti tanti. L’ultima vittoria è l’avvio, qualche giorno fa, del recupero dell’ex casino di vico del dragone chiuso dalla guerra e che diventerà casa per giovani coppie grazie a un progetto di Arte. Poi, non smette di lavorare per il decoro della zona. Mugugna ai residenti della zona che lasciano le auto in Sarzano pur avendo un posteggio a Mura della Marina e combatte per la pedonalizzazione.
Spiega che vuole morire lì, a pochi metri dalla casa da dove è nato, in un appartamento le cui finestre si affacciano su quella piazza che è il suo mondo.

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