Il corsaro di Napoleone che nacque in spiaggia a Sampierdarena

La storia di Giuseppe Bavastro, l’intrepido capitano sampierdarenese che mise in scacco gli inglesi

Bavastro
di Monica Di Carlo

No, a scuola Giuseppe non era un fenomeno. Fu così pervicace nel non voler aprire libro che rimase analfabeta per tutta la vita nonostante il padre, l’ingegnere spagnolo Michele Bavastro, direttore della costruzione delle opere idrauliche di Nizza, ci tenesse moltissimo che il figlio studiasse, tanto che gli affibbiò persino un precettore, Desiré Picheron. Giuseppe, probabilmente, il carattere volitivo l’aveva preso dalla madre Geronima (un nome assai diffuso all’epoca). Geronima, nobildonna, di cognome faceva Parodi ed era originaria di Sampierdarena, dove tornò per dare alla luce il figlio terzogenito mollando il consorte a progettar tubi nella città oggi francese che però, al tempo, era ancora italiana o, meglio, Sabauda.
Era il maggio 1870 quando la donna, che stava pregando nella chiesa di Santa Maria della Cella, ebbe le doglie. E cosa fa una donna presa dalle doglie che capisce che è giunto il tempo di partorire? La leggenda che ammanta la vita del corsaro genovese racconta che la donna uscì dalla chiesa con le sue gambe e andò a partorire in spiaggia, più o meno dove oggi, in porto, è Ponte Somalia.

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(La registrazione del battesimo di Giuseppe Bavastro)

Dice, appunto, la leggenda che piccolo Giuseppe, nascendo sul mare, ricevesse così l’imprinting, la vocazione del mare che marchiò tutta la sua vita. Par che quando aveva solo pochi giorni, dopo il battesimo alla chiesa di Santa Maria della Cella (registrato il 10 maggio), in assenza delle attuali carrozzine, sia stato infilato in una cesta e portato a bordo del “tre alberi” dello zio materno che portava il nome più genovese che si possa immaginare, il capitano Giovanni Battista Parodi. Passò qualche anno e non ci fu verso, si diceva, di educarlo. Preferiva fare marachelle e stare all’aria aperta con l’amico Andrea Massena, che incrociò poi la sua vita parecchie volte. Così il padre fu costretto a farlo imbarcare con lo zio paterno, proprio come ora il ragazzino che non ne vuol sapere di studiare viene mandato a imparare un mestiere presso lo zio che ha la carrozzeria o il panificio. Navigò per il Mediterraneo, poi si imbarcò su una fregata da guerra francese diretta in Oriente. Nel 1793 sposò (ovviamente contro il parere dei genitori) Annette Feisol, figlia di un locandiere francese che, forse, sperava di tenerlo a terra, ma anche in quel caso non ci fu verso e Giuseppe riprese la via del Mare a bordo da una goletta da 100 tonnellate affidatagli dallo zio Gb. Commerciava tra Spagna e Portogallo. Sulla rotta agivano i pirati algerini che Giuseppe seppe tenere a bada cominciando a costruire la sua fama. Nonostante il suo carattere volitivo, il sampierdarenese non era estraneo a gesti di solidarietà: trasportò i profughi della Rivoluzione francese. Sempre senza alcun compenso, trasportò uno dei quattro convogli di truppe napoleoniche per la campagna d’Egitto. Fu in quel periodo che si trasferì a Genova con la moglie. Giusto in tempo per forzare ripetutamente, con le sue piccole imbarcazioni, il blocco navale di Austriaci e inglesi al servizio dell’amico Andrea Massena, nizzardo, generale e maresciallo dell’Impero Napoleonico.
Scrive Franco Bampi che <Nel 1800 Genova subì un rigido assedio da parte degli Austriaci e degli Inglesi che fu gestito a Genova dal generale francese Andrea Massena per perseguire gli interessi del suo superiore Napoleone Bonaparte, non certo nell’interesse di Genova, estranea ai fatti. All’assedio partecipò, come capitano, anche il poeta Ugo Foscolo>.
Giuseppe Bavastro, nonostante “lavorasse” per il suo vecchio amico d’infanzia e quindi più per l’Impero Napoleonico che per la città, riuscì praticamente da solo a interrompere i bombardamenti navali inglesi.

l3vol7-sciabola(La sciabola di Bavastro, custodita presso il Museo storico navale di Venezia)

I britannici tormentavano Genova ogni notte mandando una nave a bombardare la città. Bavastro armò con soli tre cannoni una vecchia galea genovese, la “Prima”, una nave che era stata regalata al Banco di san Giorgio dalla famiglia Raggio. Mise ai 50 remi 115 galeotti e reclutò un equipaggio di coraggiosi (oltre la ciurma, 40 granatieri liguri e sei ufficiali), reclutati per una missione suicida. La “Prima” si avvicinò alla nave inglese e la colpì con i proiettili dei suoi cannoni tagliando lo scafo in due. La flotta inglese che componeva il blocco attaccò immediatamente la galea, ma non riuscì a colpirla per le sue piccole dimensioni e per le capacità di pilotaggio del capitano. Agli inglesi non restò che passare all’antica pratica dell’abbordaggio. Il combattimento corpo a corpo proseguì per circa un’ora. Alla fine, capendo di non poter fare più niente, Bavastro si gettò in mare e fu recuperato da un gozzetto che il generale Massena aveva mandato per trarlo in salvo. Ovviamente, pochi si salvarono tra i galeotti e l’equipaggio. Ad ogni modo, da quel momento gli inglesi desistettero dal bombardamento notturno. Il confronto delle armi terminò a favore degli inglesi, anche se a Massena fu riconosciuto l’onore delle armi e potè andarsene incolume
Terminato l’assedio senza navi e senza un soldo, bavastro tornò a Marsiglia dalla madre e subito riprese il mare per fare il capitano corsaro di Napoleone. Quando tornò a Marsiglia, ricchissimo per i suoi saccheggi in mare, trovò la madre in punto di morte e la cosa lo colpì profondamente. A dir la verità, a risollevare le sue sorti economiche, oltre alle scorrerie corsare, fu il nuovo matrimonio contratto a Malaga con Mariquita Hudson de Merida.
Era il 1806. Le sue grandi capacità di pilotaggio divennero leggendarie. Armò vecchie navi, come l’”Intrepido”, uno sciabecco con soli 4 cannoni. Si scontrò coi corsari inglesi che anche loro partecipavano alle guerre da corsa nel Mediterraneo riuscendo sempre a spuntarla proprio grazie al suo coraggio e alle incredibili capacità di manovra. Napoleone, che volle parlargli direttamente, lo definì “l’unico mio ammiraglio vittorioso”. Con una nave più grande, armata con 14 cannoni, ma pur sempre antiquata, diventa la spina nel fianco dei britannici. Alle Baleari attacca e mette alle strette la fregata “Phoenix”. Si spostò poi in Adriatico ed elesse come base il porto di Ancona. Ritornò alle piccole e obsolete navi con pochi cannoni e riprese la guerra da corsa che continuò, poi, sulle coste spagnole. Ricevette da Napoleone l’ascia d’onore per meriti marittimi, la rosetta d’ufficiale della Legion d’Onore, il grado onorario di Capitano di fregata. Era, però, il classico lupo di mare e non un soldato, tanto che quando, nel 1806, il generale Massena lo chiamò a Napoli nella Marina del regno per consegnargli la corvetta “Fama”, non si sentì a suo agio, probabilmente perché in un’armata navale si combatte in gruppo e non da soli e Giuseppe era e restava genovese e quindi poco incline ad accettare ordini e a fare squadra. Preferì tornare alla corsa e lo fece con la “Principe Eugenio” una grande nave con 16 cannoni. Di schermaglie (sempre con gli inglesi) ne vince tante, ma nelle acque di Tarragona viene messo alle strette e ancora una volta si salva gettandosi in mare. Nuota fino a riva e nella città spagnola recupera il brigantino inglese “Fanny” che aveva in precedenza conquistato. Con quello, continua imperterrito la sua guerra da corsa lungo le coste della Spagna. Quando Napoleone fu imprigionato a Sant’Elena pensò di organizzare una spedizione per andare a liberarlo, ma dovette rinunciare. Tentò di farsi “assumere” nella marina Sarda, ma i Savoia, ben conoscendo il suo passato di corsaro, lo rifiutarono. Attraversò allora l’Atlantico e si mise a disposizione di Simon Bolivar, in Sud America.
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(Il libro illustrato da Dino Battaglia dedicato ai ragazzi e pubblicato nel 1952 dall’editore Aldo Garzanti)

Bavastro tornò poi al servizio della Francia e divenne “Cadì”, cioè comandante del porto di Algeri, città che conosceva bene essendo stata una delle basi della sua carriera marinara, Conosceva anche la lingua locale. Chi meglio di lui? È lì che morì dieci giorni dopo un malore nel 1833, un anno dopo che il re di Francia Luigi Filippo gli aveva riconosciuto la cittadinanza francese. Doveva compiere 73 anni. Si dice che le sue ultime parole siano state: <Aprite le finestre, voglio vedere il Mare>.
A Pegli una via è intitolata a lui. Una via Bavastro esiste anche a Roma, in zona Ostiense. Anche Nizza gli ha tributato l’onore dell’intitolazione di una strada: Rue Bavastro – Corsaire Niçois.

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