Dalle “Lupe” a “Wanda”: la storia dei bordelli a Genova

di Black Giac
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La storia del prostituzione a Genova è una storia lunga e affascinante che segue parallelamente le vicende della città che sin dagli albori è un centro commerciale molto vitale grazie al porto naturale dove si possono intorno a cui cresce e dove si possono riparare agevolmente le imbarcazioni. Nonostante il fascino indubbio di queste storie non bisogna mai dimenticare che quasi sempre le donne che esercitavano “la professione” erano delle vittime di una società a dir poco spietata nei loro confronti. L’agiografia postuma e il cambiamento dei costumi che oggi ci permette un approccio laico e libero a questa storia non deve perdere di vista il fatto che seppur lievemente attenuata la condizione di queste donne era quello di “schiave” e questo sino alla Legge Merlin del 20 febbraio 1958 che chiuse le case di tolleranza: Se oggi si ripensa a come riconsiderare un “costume” ovvero se riaprire o meno “Case a luci rosse”, lo si fa con i diritti acquisiti dalle donne in questi ultimi 60 anni, con diverse consapevolezze e un mondo totalmente cambiato da allora.
Tanto vale allora perdersi nella memoria del tempo (non a caso viene definito “il mestiere più antico del mondo”) per sapere come sono andate le cose.
Genova, si diceva, ha una storia molto antica, la sua data di nascita coinciderebbe con quella di Roma, il 700 a. C. e viene costruita via via dai liguri, celti, greci, etruschi e fenici. Sin da subito è un centro già al suo tempo cosmopolita dove si scambiano merci e si combinano affari ed è abbastanza naturale che in un contesto simile le prostitute possano aver trovato posto. E’ però dopo l’alleanza con Roma che i “genuati” che si distinguevano dalle altre comunità liguri per una maggiore urbanità e apertura mentale che si apprende storicamente della presenza delle meretrici non soltanto per il “lavoro” che si poteva trovare in porto ma anche per la presenza delle truppe romane che a Genova stanziavano o a presidio della città o in partenza per la Gallia. E’ quindi probabile che queste donne non fossero molto distanti dai campi dei soldati e i loro “lupanari”, poco più di capanne, raggiungibili facilmente. L’area storica in cui a Genova dimoravano le prostitute era Monte Albano, in un contesto radicalmente diverso da quello odierno, nell’ampia zona che dal Carmine va alle Fontane Marose sino ad arrivare alla Maddalena e alle Vigne. Erano presumibilmente vicino al grande campo di addestramento militare che si trovava in piazza dell’Annunziata o nell’area di Soziglia dov’era il presidio militare. Poco o nulla si sa di loro trattandosi di schiave. Gli storici del tempo raccontano che erano vestite di giallo, che per richiamare i clienti emettevano degli ululati e che per questo venivano chiamate “lupe”. La fine dell’Impero Romano d’Occidente getta l’Europa nell’incubo delle invasioni e le cronache riportano le tragedie e le afflizioni dell’epoca piuttosto che i costumi sessuali. E’ dopo il Mille con la sicurezza garantita dal Sacro Romano Impero che l’Europa si risolleva: Le strade diventano percorribili e così le merci possono ritornare a viaggiare. Le Crociate sono un impulso straordinario alla ripresa dopo che per anni le città delle coste tirreniche sono state sotto lo scacco delle incursioni saracene. E le prostitute? A Genova, che pur tra mille difficoltà aveva mantenuto un ruolo centrale nell’amministrazione dei territori liguri e appenninici non sembrano essersi mai allontanate da Monte Albano. Infatti, nel momento in cui i Comuni (tra 1300 e 1400) decidono via via di istituire una gestione propria delle case di tolleranza per ricavarne i profitti, Genova è in grado di allestire una vera e propria città nella città circondata da un muro di mattoni e pietra. Nel prezioso volume “Storia insolita di Genova” di Aldo Padovano sono riportate le tantissime regole che il Podestà (il sindaco di questa città a luci rosse), le prostitute e i clienti dovevano osservare. Questo “quartiere” era dotato di una locanda, un pozzo e di guardie armate. I clienti potevano entrare e uscire a orari prestabiliti e la chiusura era scandita in serata dal rintocco di una campana suonata dal Podestà stesso. Chi desiderava rimanere anche la notte all’interno delle mura pagava l’extra. Le prostitute dovevano un affitto al Podestà per l’occupazione del lupanare, potevano uscire dalle mura solo al sabato e avevano diritto a non lavorare e non pagare l’affitto in caso di infermità o malattia. Tutti soldi ricavati dai lupanari andavano alla Repubblica che li utilizzava per la costruzione e le ristrutturazioni delle opere portuali. Questa era l’impostazione ufficiale della Repubblica nel merito della prostituzione. In città, fuori dalle mura, però potevano trovarsi altre prostitute, le cosiddette “Extravagantes”, che erano tollerate nonostante il divieto di “operare” al di fuori delle mura di monte Albano. Era facile incontrarle nella zona di Sottoripa o in via del Molo dove richiamavano i clienti senza particolare ritegno al pubblico pudore. Ma chi erano queste donne? Quelle che si trovavano tra le mura di monte Albano erano quelle con la sorte peggiore. Ragazze chiamate dalla campagna a servire in città e poi abbandonate senza un lavoro, altre figlie di famiglie troppo numerose costrette a prostituirsi per vivere, altre ancora che riscontrata una gravidanza non desiderata venivano licenziate e abbandonate dalla loro famiglia. L’ingresso a Monte Albano era una strada senza ritorno se non avevi i soldi per riscattare il tuo lavoro al Podestà. L’altra remota ipotesi era che la famiglia o qualche amico potesse chiedere il tuo riscatto ma una volta “bagascia” l’infamia era tale che nessuno ti avrebbe più voluto come figlia, moglie o lavoratrice. Le “extravagantes”, invece, hanno una storia completamente diversa. E’ assai probabile che fossero schiave provenienti dalle colonie sul Mar Nero. Bottini di guerra e dei traffici e i genovesi da buoni mercanti commerciavano tutto, schiavi compresi. L’usanza era quella di prendere ragazze per i lavori di casa o per essere utilizzate come balie nelle famiglie aristocratiche. Con un pizzico di malizia si può ipotizzare che i nobili della Repubblica considerando poco decoroso il transito a monte Albano preferissero avere tra le mura domestiche chi poteva soddisfare le loro smanie. Sta di fatto che tra un lavoro di casa e l’altro le ragazze per guadagnare qualche soldo in più si andavano a prostituire nell’angiporto.
Quando nel 1550 si avviano i lavori per la costruzione della Strada Nuova e dell’insediamento edilizio conseguente si decreta la fine dei lupanari di monte Albano. Le prostitute vengono sospinte verso la zona della Maddalena che rimarrà la loro area storica. Non si riparla in termini ufficiali di case di tolleranza sino all’Unità d’Italia quando nell’intento di legiferare uniformemente per tutto il regno Cavour rimette mano nel1859 a una legge che statalizza per superiori esigenze di igiene sicurezza le “case” definite “chiuse” perchè le porte erano sbarrate e precedute da pesanti cancelli e le finestre oscurate affinchè, neanche per sbaglio, si potesse vedere cosa accadeva all’interno. Nel 1958 quando i bordelli vengono definitivamente aboliti a Genova se ne contano ufficialmente 27 ma certo erano molti di più sparsi per la città. La loro rinascita, nel 1858, coincide con un momento d’oro della città, gli investimenti dei capitali stranieri (inglesi e francesi) rilanciano Genova che rifiorisce e i genovesi ritrovano i “casini” raccontati dai loro avi. Ce ne sono per tutte le tasche: per gli studenti e per i ricchi imprenditori portuali, malfamati e di lusso. I loro nomi ritornano negli antichi ricordi che passano di voce in voce ancora oggi tra chi allora li frequentò. Il “Castagna” e il “Lepre”, i più famosi, il “Mele”, Il “Pomino”, Il “Fregoso”, l’”Adorno”, il “San Giorgio” e il “San Leonardo”, il “Mery Noir” quest’ultimo di lusso, con arredamento in stile Liberty e frequentato dai benestanti della città e molti altri ancora. Le ragazze che li animavano, però, il più delle volte avevano storie non molto diverse dalle colleghe di 300 anni prima. Sole, abbandonate in mezzo a una strada per una gravidanza indesiderata, costrette a prostituirsi e condannate a vita dall’infamia. La storia dei “casini” è raccontata dagli uomini e difficilmente si trovano testimonianze delle donne che vi hanno vissuto e lavorato. Alcune di queste, molto raramente, ne uscivano diventando le preferite di qualche benestante che le portava via, delle altre resta il ricordo dei nomi di “battaglia” “Wanda”, “Rosie” e “Bettie” dietro ai quali si celavano storie drammatiche e tristezza. Questo post è dedicato a loro.

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