Punta Chiappa, dopo 65 anni ritrovato il relitto romano “fantasma”: nove anfore sul fondale – VIDEO

I carabinieri subacquei hanno ritrovato il sito segnalato da Duilio Marcante nel 1959 e hanno coinvolto la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria. Due anfore sono state recuperate per proteggerle, mentre le nuove ricerche dovranno chiarire se restino altre tracce della nave

Per decenni era rimasto soltanto nei documenti e nei racconti dei pionieri della subacquea. Ora il relitto romano segnalato nel 1959 al largo di Punta Chiappa è stato ritrovato nelle acque dell’Area Marina Protetta di Portofino. A riaprire il caso è stata un’anfora romana integra, individuata a oltre quaranta metri di profondità dai carabinieri subacquei di Genova durante un’immersione addestrativa a Camogli.

La scoperta è stata comunicata alla Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria. Le successive immersioni di studio, svolte con il supporto del Servizio tecnico di archeologia subacquea della Soprintendenza, hanno permesso di censire nove anfore raccolte in un’area ristretta, lungo le spaccature della falesia. Due reperti, più esposti e quindi considerati maggiormente vulnerabili in una zona frequentata dai sub, sono stati recuperati.


Individuare le altre anfore non è semplice. I reperti sono saldati al fondale roccioso e coperti da consistenti concrezioni coralligene: una condizione che li ha resi difficili da vedere anche durante le ricognizioni del passato. Proprio le coordinate del ritrovamento hanno però consentito agli archeologi di collegare il sito alla segnalazione di Duilio Marcante, figura di primo piano nella storia della subacquea italiana.
Il 10 novembre 1959 Marcante scrisse all’allora Soprintendenza alle Antichità della Liguria e al Centro sperimentale di archeologia sottomarina di Albenga per riferire di aver trovato, durante un’immersione con i carabinieri sommozzatori, due anfore incastrate tra le rocce e cementate dalle concrezioni marine. Nella rapida perlustrazione dei dintorni aveva osservato altri reperti e un possibile accumulo ai piedi della falesia, nascosto dal fango. La squadra tornò sul posto pochi giorni dopo e recuperò due anfore integre, temendo che potessero essere sottratte.
L’area fu controllata di nuovo l’8 e il 9 maggio 1960 da Gianni Roghi, collaboratore di Nino Lamboglia, insieme a Marcante e ai carabinieri. Del cumulo coperto dai sedimenti non fu trovata traccia. Furono invece individuate un’anfora legata con una cima, forse pronta per essere trafugata, e tre anfore frammentarie inglobate nelle concrezioni.
Nel settembre 1961 Lamboglia, considerato il padre dell’archeologia subacquea italiana, presentò il ritrovamento a un convegno internazionale a Barcellona. Ricostruì le difficoltà delle ricerche, condizionate dalla stagione e dalla profondità del fondale, e ipotizzò che il sito potesse essere stato saccheggiato. Da allora non si ebbero più notizie del relitto. La riscoperta attuale riporta dunque al centro una vicenda che intreccia archeologia, storia della subacquea e tutela di un patrimonio rimasto nascosto in un tratto di mare battuto da migliaia di immersioni.
Per Simon Luca Trigona, archeologo subacqueo e responsabile del Servizio tecnico della Soprintendenza, la corrispondenza tra il sito ritrovato e quello indicato da Marcante può essere confermata. Le anfore analizzate compongono un carico omogeneo di contenitori per il vino, del tipo Dressel 1A e di produzione tirrenica. La loro forma permette di collocare il carico tra la fine del secondo secolo e il primo decennio del primo secolo avanti Cristo.
Al momento, invece, non è possibile stabilire le dimensioni dell’imbarcazione né dire con certezza se vi siano altri reperti. Serviranno nuove ricerche. Il contesto, insieme a un relitto coevo individuato a Pegli negli anni Cinquanta e poi non più rintracciato, testimonia un periodo in cui i porti di Genova e della Liguria avevano una rilevanza strategica nei commerci romani, anche dopo la conquista della Gallia meridionale.
La Soprintendenza sottolinea che il ritrovamento rende necessarie una sorveglianza costante e una regolazione delle immersioni. Vincenzo Tiné, soprintendente per la Liguria, ha osservato che la riscoperta riapre un dossier quasi dimenticato e mostra quanto ci sia ancora da imparare sul patrimonio sommerso, persino in aree ritenute ben conosciute. Anche il colonnello Samuele Sighinolfi, comandante del Raggruppamento navale e subacquei dei carabinieri, ha ricordato che i militari svolgono attività di localizzazione, ispezione e recupero dei reperti, collaborando con le soprintendenze e contribuendo a contrastare i furti e il traffico illecito.
Il maggiore Alessandro Caprio, comandante del Nucleo di Genova dei carabinieri per la tutela del patrimonio culturale, ha richiamato il lavoro congiunto dei reparti subacquei e delle strutture investigative, impegnate anche nel monitoraggio dei siti e nella ricerca dei cosiddetti «tombaroli del mare». Per Alessandra Cabella, storica dell’arte subacquea della Soprintendenza, questa riscoperta riavvicina idealmente i subacquei di oggi ai pionieri Marcante e Lamboglia: un passaggio di testimone che lega la ricerca alla responsabilità di proteggere e tramandare il patrimonio.
Il sindaco di Camogli Giovanni Anelli ha ringraziato la Soprintendenza e i carabinieri subacquei, auspicando che in futuro i reperti possano essere esposti e conosciuti dal pubblico. Paolo Terrile, consigliere comunale delegato alla cultura, ha ricordato il ruolo di Marcante nelle esplorazioni di Punta Chiappa e il suo contributo alla storia della subacquea. Disponibilità a collaborare per la protezione del sito è stata espressa anche da Guglielmo Caversazio, presidente dell’Area Marina Protetta di Portofino.
La Soprintendenza potrà contare anche sul Laboratorio di Archeologia del Mediterraneo alle Scuole Pie, inaugurato nel 2024 come sede per conservare, studiare e valorizzare reperti provenienti dai contesti portuali e subacquei del territorio. Intanto, sul fondale di Punta Chiappa, le anfore restituiscono una traccia concreta di una storia rimasta sospesa dal 1959: quella di una nave romana scomparsa dalla memoria e tornata, almeno in parte, alla luce.
Foto e video sono dei carabinieri subacquei di Genova e della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per la Liguria
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